mercoledì 26 gennaio 2011

Pennini rotti


L'origine di questo post prende spunto da un evento di qualche giorno fa. Un giorno come tanti, mentre sono impegnato a fare la spesa in un centro commerciale (anche i disegnatori hanno bisogni materiali), e finisco come al solito nel reparto giocattoli, quello vicino alle casse, per vedere se è arrivato qualcosa di accattivante. E qui vedo una cosa.

Da questa semplice azione si sviluppa nei giorni successivi, con un incredibile effetto domino, una riflessione che si evolve via via in qualcosa di inconcepibile in un primo momento. Mysteri creativi... Ma quale sia stato il gizmo che ha scatanato questa Chernobyl neurale lo dirò alla fine del post.

Sarà buona cosa iniziare quindi con un po' di retro-storia, così come in un'equazione matematica partiamo dai dati certi, e se comincio a parlare senza spiegare si perde il concetto.

Ecco dunque i nostri dati certi:

C'erano una volta le Bratz. Bambole che cambiarono il mondo dei giochi per bimbe per sempre.

Anche se non eri una ragazza, non avevi l'età e non avevi mai guardato le bambole prima di allora, non potevi non notarle. Non erano ragazze acqua e sapone, come sempre sono state le bambole. Erano ragazze sofisticate, ipertruccate, iperglamour, con accessori molto alla moda, ragazze molto "in", con gonne molto corte, abiti molto scollati e scarpe col tacco molto alto. "Appariscenti" era una buona definizione. E ottennero un successo... tosto, da non credere. Durante il periodo del loro boom (inizio anni 2000), riuscirono a incrinare il dominio della bambola Barbie, costringendo la casa di produzione di quest'ultima, la Mattel, a correre ai ripari. Fu evidente quando, dopo decenni di Barbie in ogni variante, improvvisamente nelle vetrine dei negozi di giocattoli e sui banchi dei supermercati vedevi esposte una nuova varietà di bambole marchiate Mattel. Era arrivata la nuova linea di bambole: le "My Scene".

Era evidente che era una manovra del colosso delle bambole per cercare di arginare la popolarità delle bambole avversarie. Le My Scene erano una versione di Barbie più glamour, più alla moda, più chic, più... più Bratz insomma. Al punto che la MGA (proprietaria del marchio Bratz) arrivò a citare la Mattel per plagio. Ma fu solo l'inizio delle ostilità.

Perchè quello fu l'inizio delle "Dolls Wars". Perchè? Come mai, per quale motivo?

Per capirlo bisogna capire chi inventò le Bratz. Le aveva disegnate e inventate tale Carter Bryant, all'epoca un oscuro dipendente Mattel, che lasciata l'azienza propose l'idea alla MGA Entertainment. Quando le inventò? bella domanda. Quando lavorava alla Mattel o quando ne era già fuori? E lavorando per loro, o schizzando dei disegni su carta nella pausa pranzo, così come avrebbe potuto segnarsi la spesa del giorno? E sopratutto, quali possibilità avrebbero potuto avere delle bambole con la testa grossa per una multinazionale che aveva già la Barbie come prodotto principale, che aveva messo KO avversari più potenti (chi si ricorda di Big Jim e della Famiglia Felice si alzi in piedi)?

L'unica possibilità, appunto, sarebbe stata in una casa concorrente. Ma a questo punto delle nostra battaglia legale fu la Mattel a fare causa alla MGA, sostenendo che quelle bambole erano state inventate da un loro dipendente, quando ancora lavorava presso di loro, facendo leva sulla "proprietà intellettuale". Dopo anni di battaglie legali e diverse sentenze, si riuscì a dimostrare che il primo disegno era stato fatto su carta che veniva fornita alla Mattel, che si trovava nei loro uffici, e quindi fosse di loro proprietà.

Che successe dopo? Le Bratz scomparvero da un giorno all'altro dai banchi dei negozi. Vennero brevemente riproposte col nuovo marchio tempo dopo, ma non durò molto.

La MGA accettò la sconfitta, e mise in cantiere delle nuove bambole, meno "ragazzacce" delle Bratz, le Moxie.

Fine della triste storia delle bambole gnocche. Ora abbiamo i nostri dati certi. Il nostro esempio di proprietà intellettuale.

"Giacomino, ma che c***o di senso ha raccontare questa stupida storia??" mi domanda certamente il lettore occasionale, ignorando che di solito parto sempre da lontano per arrivare (arditamente) dove nessuno è mai giunto prima. Ma da un disegnatore che ha James T. Kirk come eroe direi che questo è il minimo.

Perchè vedete, il signor Bratz era un dipendente Mattel. E immaginando per un momento che l'intero mondo funzioni come a casa nostra (LO SO che non è così, ma questo è solo un esempio, okkei? Sospendete la vostra incredulità per un momento e seguite il discorso principale, please), possiamo dedurre come il nostro uomo avesse uno stipendio, tredicesima, ferie pagate, previdenza sociale, e se tutto fosse andato senza scosse, avrebbe un giorno raggiunto l'età della pensione e si sarebbe trasferito in Florida.

Ma per avere tutto questo c'era una sola condizione a cui doveva aderire: in quanto dipendente, qualsiasi cosa facesse in quel periodo sarebbe rimasta di proprietà del suo datore di lavoro. Compresa qualsiasi idea avesse avuto. Perchè era da loro pagato per avere idee. Ma dove finisce la proprietà delle idee? Stava scritto da qualche parte che ogni cosa inventasse o pensasse fosse di proprietà del suo datore di lavoro. Certamente no... ma aveva usato carta d'azienda.

Altro esempio. Lavori come operaio in una fabbrica di automobili? Sei pagato per un'azione e non per l'opera dell'intelletto. Avviti gli specchietti retrovisore, solo tu. Non avrai diritto a vantarti di quanto sono fissati bene, quando Quattroruote lo segnalerà nella loro prova su strada, ma non dovrai nemmeno subire rimostranze se cadono. La colpa sarà dell'azienda. Niente colpe nè meriti, tu dovevi solo avvitare specchietti.

E qui arriviamo ai disegnatori, i protagonisti di questo post. Perchè è proprio per evitare questo problema che noi disegnatori siamo liberi professionisti.

"Si, questo lo so", dice il giovane esordiente.

No, forse non ti è davvero chiaro cosa voglia dire. Seguimi, mio giovane Padawan...

Caso numero 1:

Siamo negli allegri anni '60, ma potrebbero anche essere i nostri primi anni del 21esimo secolo. Un'editore ti assume. Diventi un suo dipendente. Ti paga uno stipendio mensile, ti paga le ferie, ti paga i contributi, ti da' la tredicesima, e in cambio devi solo lavorare per lui, disegnare quello che ti chiede di disegnare, e alla via così. Sia che tu quel giorno faccia 20 disegni, o ne faccia solo 1, sarai pagato la stessa cifra, uguale tutti i giorni, garantita. Cosa vuoi di più?

Bene, ma immaginiamo che quello che disegni sia un successone. Che venga ristampato. Che lo pubblichino in America. Che Spielberg e Tarantino si azzuffino per farci un film, che dopo realizza (magari a culo) Ridley Scott, e il film guadagna miliardi e rende un sacco di soldi ai detentori dei diritti, per cui (nell'ordine), a Scott, Spielberg, Tarantino, la casa di produzione, l'editore americano che ha ristampato, e l'editore italiano che l'ha pubblicato.

E l'autore?

Oh no. Lui no. Lui era un semplice dipendente. Non ha diritto d'autore. Però ha la pensione. Il suo datore di lavoro comincia a collezionare Lamborghini e passare i weekend a Bali, ma il nostro dipendente può prendere tranquillamente il sole a Marina Julia. E se un'oscuro universitario di Yale denuncia tutti affermando che quella storia l'aveva inventata lui, voi non vene dovete occupare, non è un vostro problema. o forse si, se il vostro superiore vuole scaricare la colpa a qualcuno...

Caso numero 2:

Il nostro disegnatore è un libero professionista. Il datore di lavoro gli commissiona una prestazione d'opera, pagandogli non la proprietà di quello che fa, ma il solo utilizzo.

Una storia esce. E' un successo e si ristampa: percepisci dei soldi. Viene publicata all'estero: ti arrivano soldi. Ci fanno un film? Soldi. Ti querelano per plagio? Cavoli tuoi. Ma sei tu l'autore, ti viene riconosciuto, e puoi levarti le soddisfazioni.

Okay, tutto molto bello, ma... ma se la storia NON è un successo e NON viene ristampata, e NON ci fanno un film, e NEMMENO una miniserie web? Se è solo uno dei tanti progetti mensili popolari italiani? Passi al successivo progetto mensile popolare italiano...

Carissimi colleghi, è per questo che noi siamo liberi professionisti, il massimo della mobilità, potremmo quasi dire che siamo gli antesignani della mobilità lavorativa (che kulo, eh?). Anni fa, nel momento in cui entrai nello staffa di disegnatore Bonelli, mi presentai all'ufficio del lavoro locale, per chiedere che venisse registrato che adesso un lavoro regolare e continuativo l'avevo. Macchè, il gentile e cortese impiegato preposto si mutò in pochi istanti in un mastino da wrestling. E qualche secondo dopo mi ritrovai con un simil Hulk Hogan che mi redarguiva perchè in quell'accordo non era indicato il rapporto continuativo (quindi NON ERA UN LAVORO!), ignorando le mia "tripla S" stampata sulla faccia (Sorriso, Spontaneo, Sincero), suggerendomi come io fossi solo un "tripla I" (Ingenuo, Illuso, Ignorante) e lasciando sottinteso come fossi pure un "tripla M" (Misera e Muta Merdaccia).

Non ho ricordi di come si concluse quella visita, ne' se quella sera mi ritrovai con del sangue sulle mani (e comunque non voglio saperlo, e se ne sapete qualcosa, io non vi conosco)

Quello che allora capì, ormai tanto tempo fa, fu che per quanto avessi continuato a fare questo lavoro, sarei sempre stato un precario libero professionista. Oltre ad augurarmi di non incontrare mai il vero Hulk Hogan, beninteso...

Da allora e saltuariamente, nei momenti in cui sei giù, i momenti in cui pensi al lavoro che fai, alla tua precarietà eccetera... in quei momenti pensi ai tuoi miti. Pensi a Milton Caniff, che disegnò Steve Canyon fino alla fine. A Wally Wood, morto su un tavolo da disegno. A Sparky, morto lo stesso giorno in cui l'ultima striscia di Peanuts apparve sui quotidiani. E a Magnus impegnato a Castel del Rio a disegnare l'ultima storia di Unknow...

E tu? Vuoi davvero che ti ritrovino tra 100 anni riversato sul tuo tavolo da lavoro, col contenitore dell'inchiostro rovesciato, stroncato nel fiore degli anni mentre eri intento a inchiostrare un'altro prodotto del fumetto popolare italiano? Tu, che ti eri dedicato ai disegni così intensamente da non accorgerti che intorno a te nascevano famiglie, i bimbi crescevano, gli amici andavano in ferie, gli I-phone mutavano la condizione dell'esistenza e i walkman perdevano la loro battaglia contro l'entropia? Be... magari no, se mi fosse possibile.

Diversi anni fa, ad un'edizione di Trevisocomics (forse1993) vidi Magnus ad un'incontro col pubblico. Con lui sul palco c'erano Moebius/Jean Giraud e un timidissimo Franco Matticchio (le "3M" del fumetto, avevano intitolato quell'incontro gli organizzatori). Al momento delle domande un amico si alzò e chiese incuriosito a Magnus se percepisse qualcosa dalle innumerevoli ristampe di suo materiale. Quell'omino minuto, con i baffoni e la voce tranquilla, rispose in tono altrettanto tranquillo (più o meno) "I ricavi vanno ai detentori dei diritti." Fu un primo segnale che forse quel mondo dorato dei fumettisti non era poi così dorato. Ma allora non ci pensai troppo, anche perchè ero solo un lettore. E anche perché camminavo ad un metro dal suolo per aver avuto un'autografo con dedica dal Maestro qualche ora prima, incontrandolo per caso mentre davo una rapida occhiata alla mostra mercato, prima di dirigermi alla Ca' dei Carraresi dove avrebbe dovuto svolgersi l'incontro col pubblico. E dove i miei amici si erano recati da subito. E dove rischiai di farmi odiare da loro per quell'autografo imprevisto.

E così, anni dopo, chi mi voleva bene mi consigliò di prendere le mie precauzioni. "Vuoi disegnare per sempre? Che farai quando non sarai più in grado di tenere la matita?" Devi arrangiarti, pensare alla tua personale, privatissima assicurazione previdenziale. Essere realista. drammaticamente realista. E in più potrai anche ricevere dallo stato il rimborso dell'equivalente della tua ritenuta d'acconto. Quindi arrangiarti, trovare l'occasione che fa per te, e sottoscrivere. Tutto da solo. E fino a che sei in tempo.

Così in questi giorni mi ritrovo a pensare - con queste premesse - a tutti gli eventi uditi e percepiti in questi ultimi mesi, usciti dal mio ambiente lavorativo. Di crisi, di voci lamentose, di problemi che ti aspettano dietro ogni angolo. Penso ai colleghi che cedono il lavoro e la proprietà della tavola, perchè "Nessuno gli ha detto che non si fa così"; o alle colleghe che si domandano quando sarà possibile per loro farsi una famiglia, avere figli e una eventuale previdenza pensionistica (anche se non rigorosamente in quest'ordine). E agli editori che pubblicano materiale ben sapendo che non dovranno mai ristamparlo, perché anche se solo arriveranno con la vendita al pareggio delle spese, saranno contenti e soddisfatti del traguardo, perché quella per loro sarà già una grande vittoria, e non aspirano ai grandi sistemi, alla pubblicazione all'estero, al cinema, al 3D.

Fine. E tutto questo mi è venuto in mente quando ho visto esposte al centro commerciale le Moxie, e in quel momento ho realizzato che le Bratz erano più carine. E che ne sento la mancanza...

Già, i meccanismi dei nostri pensieri percorrono vie inesplorate. Ma prima o poi li becco...


E si, il titolo del post non ci azzecca molto, ma provate a sostituire "pennini" alla parola "occhiali" della canzone qui sotto, e buon ascolto.





giovedì 13 gennaio 2011

La materia di cui sono fatti i sogni

Essere un appassionato di fantascienza non è una cosa facile.

Cioè, è divertente quando cominci, quando hai tutto un mondo da esplorare davanti a te.

Quando ero piccino, in TV c'erano solo UFO e l'astronave Orion, e le serie a pupazzi di Gerry Anderson, e poco altro. Dovevano ancora arrivare i film, e poi libri, e gli scrittori preferiti, e le affannose ricerce nei mercatini dell'usato dei libri ricercati. Questo avvenne molto dopo.

I Fremen di Dune, Hari Sheldon della Fondazione Galattica, Kickaha e i fabbricanti di Universi, tutti quanti entrarono a far parte del mio immaginario collettivo, incolonnandosi nei miei ricordi secondo precise e personali scale di preferenza.

Il trucco per divertirsi quando si inizia è leggere di tutto, senza soffermarsi troppo su un singolo autore. Ho conosciuti troppi appassionati che rimanevano fedeli ad un singolo autore, senza aver mai nemmeno letto altri. Se ti piaceva Sturgeon, allora non potevi divertirti con Farmer e Leinster (e perchè mai??), poteva piacerti tutta l'opera omnia di Simak e allo stesso tempo ignorare cosa fosse la Lega Polesotecnica di Anderson (Poul, e no, non è il regista).

Oggi il mondo è pieno di gente che adora Dick ma non ha mai letto i suoi colleghi contemporanei, gente che non conosce Spinrad e Zelazny e Ursula LeGuin, e questo è un peccato (mannaggia).

Ma tornando al discorso iniziale, non è facile essere un appassionato di FS, oggi. Il genere non è più tale, i confini sono stati abbattuti, trovate fantascientifiche sono inserite nella letteratura tradizionale, tutti scoprono di essere capaci di scrivere un Fantasy, e magari senza avere mai letto Tolkien, Howard e Lord Dunsany. Vabbè, pazienza, tutto cambia, e anche questo fa parte del gioco.

Ma per un vecchio appassionato, divertirsi con un libro oggi è difficile. Buona parte delle idee sono già state inventate, i libri che escono sono 1) lunghi e dilatati 2) divisi in cicli 3) pubblicati cartonati con ritmi da elezione di papa. Ben poca la roba che mi ha divertito negli anni recenti. E intendo DAVVERO divertito. Il ciclo di Ilium di Simmons, qualcosa sparso di Alan Dean Foster, un po' di Haldeman, e così via, nel mare dei libri ancora intonsi che mi guardano e richiedono attenzione; libri che probabilmente non riuscirò mai a leggere tutti.

Per cui mi viene l'insano pensiero di inaugurare una nuova rubrica, facendo tesoro della mia memoria storica e decido che comincerò a segnalare qualche libro che merita di essere letto, da eventuali volenterosi appassionati in cerca di sfide.

Cosa facevate voi nel 1992? Era il periodo di Gladio, della prima edizione del TG5, di Alesi e Capelli alla Ferrari e del trattato di Maastricht. Di lì a poco Tangentopoli cambierà molte cose nel paese, e nel mondo Sienad O'Connor stracciava una foto del Papa, pensando di essere originale, e io i fumetti li leggevo soltanto.

Comunque, torniamo in carreggiata. In quel periodo ero un fedele lettore di Urania. Riuscivo all'epoca a leggere tutti i numeri usciti (ci sono riuscito dal 1000 al 1200 circa, e non è male), ed un giorno mi capitò tra le mani questo:


Di Gerrold avevo letto qualcosa negli anni precedenti, e sapevo che era un autore che riusciva sempre a divertire, che aveva lavorato anche su Startrek, e che non era prolifico come altri, ma quella copertina di Oscar Chiconi prometteva avventura.

Dovette attendere qualche mese, visto che leggevo tutti i numeri seguendo l'ordine di uscita, ma quando arrivò il suo turno, "Il viaggio dello StarWolf" si dimostrò un libro davvero unico. Divertente, una space opera classica con degli ottimi personaggi, buon ritmo, una storia avvincente e raccontata benissimo. Di quelle storie che ti divertiresti vedere al cinema, ma da cui - grazie al cielo - il cinema si tiene lontano, preferendo fare storie come Armageddon e Supernova. Poi, per la lettura impegnata c'è sempre tempo, e per una volta Simmons, Le Guin e Silverberg possono aspettare.

Non battei il mio record personale di lettura di un libro (quel record lo detiene Ubik, letto in un pomeriggio, senza rendermi conto che diventava buio e che dovevo cenare), ma ci andai vicino. E quando terminai ne volevo ancora. Infatti sarà un ciclo, ma il successivo è anche lui in quella lunga pila di libri che richiedono attenzione.

Proprio vero, gente. C'è tutto un mondo là fuori. Enjoy.



Un ringraziamento a MondoUrania, da cui ho preso l'immagine.

martedì 4 gennaio 2011

Twinkle Twinkle, Little Star

Primo post del nuovo anno. Ma solo per fare gli auguri di un ottimo 2011 a tutti i passanti.

E poi è proprio vero che ogni giorno si impara qualcosa di più sui programmi che hai installato sul pc da anni.

Un grazie a Miriam, Silvia, Jennifer e Alessandro per la collaborazione, e al mio accendino (che porto con me anche se non fumo) per l'accensione.

sabato 18 dicembre 2010

Sono Mister Wolf, risolvo i problemi

I programmi di computer ce l'hanno di defaul: tu scrivi, e lui poi ti corregge tutto secondo il suo insindacabile giudizio. Mette perché al posto di perchè, corregge le parole scritte male, e sostituisce quelle che non conosce. Ecco, così può capitare che se scrivi "James Kirk" in un testo, ti ritrovi scritto un "Giacomo Ciro"...

Ma qui parliamo di editoria a fumetti, per cui la figura dell'editor (il nostro protagonista) ha un ruolo diverso. Più o meno. O meglio, dovrebbe avere un ruolo differente, ma ho qualche ragionevole dubbio che ci riesca davvero. Prima però è il caso di fare il punto, in modo che sia chiaro CHI è e COSA fa un editor.

L'Editor (detto altresì il curatore) è una figura importantissima, molto più di quanto si creda al di fuori dell'ambiante (e anche dentro, a dire il vero...): è quello che dirige una serie a fumetti, quello che da' gli incarichi al redattore, prende le decisioni, e non risponde al telefono, pronto ad affrontare ogni possibile problema. Se fossimo in un film il nostro editor sarebbe identico al mr. Wolf di Pulp Fiction "Sono mr. Wolf, risolvo i problemi."

Il nostro mr. Wolf serve proprio a questo, a risolvere i problemi. Deve affrontarli, trovare la soluzione, risolverli. Per prendere le incazzature, per litigare quando necessario o delegare i ruoli dove serve; per prendersi il merito quando tutte le cose vanno bene, e le colpe quando vanno male (o scaricare le responsabilità su altri) . E' pagato per farsi venire l'ulcera, per sbattere la testa contro il muro, per alzare la voce quando serve, pagato per affrontare i problemi.

In un mondo perfetto, l'editor segue la serie come se fosse una figlia, le vede crescere, e vigila sulle sue amicizie come un padre severo, tenendo lontani i cascamorto e le zecche. E' il vero e proprio tutore di una serie.

Il bravo editor ha una scritta sulla porta del suo ufficio, vergata di sangue umano (di disegnatore) una vecchia storia marinara di rara efficacia. Questa storia spiega quali procedure deve seguire un capitano di marina che si trovi in una notte senza luna, su un cargo con il carico sganciato e il motore in panne, durante una tempesta che spinge la nave contro la costa rocciosa, con il faro sulla costa spento e la radio in panne e l'equipaggio nel panico. Cosa fare?

La risposta è evitare di trovarsi in una situazione simile. Quanti sono capaci di seguire delle regole così semplici?

Uno dirà, ma quali problemi possono presentarsi mai durante la lavorazione di una serie a fumetti. Oh, un'infinità, sono sempre in agguato, e pronti a rovinarti la giornata. Può accadere che si scopra che c'è un buco di un mese in una programmazione, per un'errore della conta dei giorni (succede, succede), o un disegnatore non rispetta la scenaggiatura (la "interpreta") e non si capisce il susseguirsi degli eventi. Deve affrontare gli aspiranti sceneggiatori che dicono che tale storia è rubata dal loro soggetto, o accorgersi se tale disegnatore ha copiato di sana pianta qualche vignetta, possibilmente prima che se ne accorga il pubblico. O capire se un disegnatore ha fatto fare parte del suo lavoro ad un'aiutante sconosciuto e anonimo (mai mentire al proprio editor, se hai un'aiutante lo devi dire senza problemi).
Poi magari può anche capitare che un disegnatore molli baracca e burattini per seguire Pinocchio e Lucignolo e il teatro di Mangiafuoco, e non dia più segni di se; o che si ammali, o debba partorire prima del tempo (se è una disegnatrice, può accadere) e per due mesi non invia tavole, per cui la sua storia deve essere rimandata, e affanzùm la continuity che lo sceneggiatore aveva studiato a tavolino. Oppure scompare dalla faccia della terra senza dare segnali, e senza concludere la sua storia seriale (e la continuity, eccetera). Un altro (sempre un disegnatore, sono loro/siamo noi a dare problemi...) lavora iperveloce, produce con quantità industriale e ti chiede di nuovo pagine di sceneggiatura nonostante abbia appena consegnato 300 pagine che verranno appena pubblicate tra 5 mesi, perchè si sa, ha il mutuo della villa a Montecarlo da pagare, e qualcuno deve dirgli che magari può rallentare il ritmo (non sia mai, il disegnatore protesterà con forza). Oppure si scopre che in una storia il generale Custer ha un orologio da polso, o gli indiani usano una Gatling a canne rotanti fuori epoca, o il disegnatore ha disegnato il proiettile che vola attaccato al bossolo; o un saloon western ha gli scaffali dietro al bancone come un pub inglese degli anni '20, oppure il disegnatore ha nascosto dei messaggi cifrati sui manifesti, e tutto questo va scoperto e corretto prima della pubblicazione, sennò hai voglia la figura di m***a che ci facciamo?
Tutto questo e molto altro, l'impossibile e l'imponderabile possono accadere in ogni momento.

La causa di tutto ciò ha poca importanza. Ma se si verificano alcuni dei casi qui sopra, certo Mr. Wolf troverà la soluzione, ma non potrà fare miracoli (per quanto se c'è qualcuno che può farli è lui...): perché ha già sbagliato... ha lasciato che una cosa simile accadesse. Non è stato vigile. Non ha preventivato. La sua nave era in panne, il vento la spingeva contro la costa e stava per cominciare la notte senza luna... cul de sac, direbbero i francesi. Vicolo cieco diciamo noi. E a quel punto ci vuole abilità a mettere le pezze nei punti giusti.

Adesso parliamoci chiaro: quanti degli editor che avete conosciuto nel mondo del fumetto sono come mr. Wolf?

Provate ad andare a Lucca, quando gli editori stranieri portano i loro editor, che visionano con pazienza lunghe file di disegnatori che propongono i loro progetti. Solitamente questi editor sono tutti gentili ed educati, guardano i vostri disegni, visionano la pagina e vi fanno i loro complimenti, MA poi con pazienza certosina vi spiegano perché o percome per quello che serve a lui il vostro prodotto non vada proprio bene. Provocando le ire di disegnatori non abituati a sentirsi criticare le braccine corte o le manone o gli occhi tutti uguali o la mancanza di sfondi e di profondità di campo. O semplicemente non abituati ad avere a che fare con un editor serio, che se sbagli a disegnare te lo dice chiaramente, per cui "buona la prima" o "A me piace così" non è una motivazione accettabile. Editor che sono in grado di capire anche se sai scrivere, o vedono che sei incapace di scrivere un soggetto (o non sai cos'è, accade, accade), per cui non si mettono a leggere la tua "sceneggiatura rivoluzionaria scritta come quelle di Moore e Gaiman, sulla guerra tra demoni giapponesi e punk-ska dell'hip-hop metropolitano"

Quasi ogni sera, nelle cene lucchesi tra colleghi, ti capita di ritrovarti con colleghi furibondi, impegnati a lamentarsi di quel tale editor scozzese che ha visionato le loro pagine, e di come abbia fatto mille appunti. E giù a lamentarsi che questo non è serio, di come sia offensivo per loro, per la loro professionalità, loro che hanno prodotto diverse centinaia di pagine di fumetto popolare..

"Ma allora," domanda il lettore incuriosito "chi non lavora così è un cattivo editor?"
Forse, ma forse no. E chi lo dice che Giacomo abbia la verità in mano? Magari sbaglia pure lui.

E se invece il soggetto del nostro post, il nostrano curatore fosse ormai una figura arcaica, antidiluviana e non più necessaria? Andato in pensione o ritirato a vita privata. Qualcosa di cui oggi possiamo tutti fare tranquillamente a meno? Perché ad esempio può occuparsi di tutto e perfettamente lo sceneggiatore, mentre scrive le sue solite 11 storie per 11 disegnatori furibondi.

C'è tutta una nuova corrente di pensiero che afferma che nel mondo editoriale odierno al figura dell'editor si sia evoluta, che oggi abbia ruoli diversi. Che in questa nuova editoria il suo ruolo sia di vagliare i nuovi talenti, visionare i loro progetti, scegliere cosa pubblicare e cosa no e delegare agli autori tutto il resto. A concedere interviste alla stampa specializzata (stampa specializzata in fumetti? okay, potete ridere) per ricordare il proprio ruolo vitale in tale progetto. A mantenere le amicizie con i VIP, i Fan, i Nerd, i Mood e i Rap. Ad essere sempre abile nella dialettica.

Perdonatemi, capisco che il mondo si evolve, ma continuo a pensare e credere che noi si abbia ancora bisogno di mr. Wolf. Perché se è vero che anche nella figura classica degli editor hai le figure emergenti che delegano tutto a tutti (colpe comprese) e fanno credere di essere indispensabili, questo ha creato tutta una nuova scuola di "editor" (le virgolette sono d'obbligo) che hanno questo come credo principale. O che prendono il loro ruolo sottogamba, se c'è un problema potrai sempre ordinare ad un disegnatore di fare 100 pagine in 30 giorni, prendere o lasciare.

I nuovi editor crescono come funghi, seguendo questo nuovo sentiero inesplorato: quella dell'editor che delega. Che non s'incazza. Che vive serenamente, che non risolve i problemi perché non li deve affrontare lui (non è stata colpa mia, un'uragano, un'inondazione, le cavallette!!") ma che si ritrova lo stesso con davvero tante, troppe cosa da fare: contarsi le dita, andare alle fiere, introfularsi alle cene Bonelli, delegare tutto il lavoro di editing ad uno studio di Hong Kong, scrivere le introduzioni, tenere conferenze sul fumetto o scrivere sui forum per negare l'evidenza quando qualcuno osa fare presente un errore in tale volume, a pubblicare traduzioni senza controllarle. A rispondere picche quando ti parlano di cuori o guardare il dito quando ti indicano la luna.

O a correggere James Kirk in Giacomo Ciro.

sabato 27 novembre 2010

Un cerchio rosso piantato nel cuore...


Ma quanto erano belle le copertine della serie Cerchiorosso?

Molti non ne avranno sicuramente mai nemmeno sentito parlare, e per due buoni motivi. No problem, Giacomino adesso spiega.

Il primo motivo è che tutto ciò avvenne un bel po' di tempo fa. Il numero uno uscì nell'ottobre del 1978, fate voi il calcolo di quanti anni sono fino ad oggi. Il secondo motivo è che fu una serie che durò davvero poco, interrompendosi dopo 38 numeri nei primi mesi del 1982. In questo periodo passò attraverso un cambio di formato e ben tre cambi di grafica, segnale che le vendite non andavano come avrebbero desiderato.

Cerchiorosso fu un coraggioso tentativo di proporre in edicola i romanzi d'avventura, affiancando altre celebri collane di genere, Il giallo mondadori, Urania (la fantascienza) e Segretissimo (spionaggio). Stesso formato, e un colore accattivante, il rosso. E alle copertine il grande Carlo Jacono, che già firmava Segretissimo e il Giallo. Però...

Già, c'è un però. Perchè il motivo per ho conosciuto questa collana di volumetti popolari è proprio lui, Carlo Jacono. Essendo all'epoca un giovane onnivoro divoratore di Urania, saltuariamente occhieggiavo anche le copertine delle collane gemelle, e avevo imparato a riconoscere le sue illustrazioni, con quella loro caratteristica struttura che lui caratterizzò sia nel giallo (già popolare di suo) che su Segretissimo (fratellino minore, bisognoso di cure). Il mio illustratore italiano preferito all'epoca era già il grande Aldo Di Gennaro, conosciuto sul Corriere dei Ragazzi e che saltuariamente vedevo su copertine di libri "da libreria".

Ma fu amore a prima vista anche questa volta, quando vidi quel sommergibile tra i ghiacci... in appendice di un Urania, nelle pubblicità di fine numero. Un Urania preso in qualche mercatino, in anni successivi. Già, nel 1978 non avevo ancora cominciato a divorare FS. L'edicola la frequentavo saltuariamente, e guardavo solo nel settore riviste di fumetti e in quelle di modellismo. Per cui Cerchiorosso nacque e morì nella mia assoluta ignoranza.

Per cui passarono diversi anni prima che sui banchi dei mercatini dell'usato riuscissi a recuperare parte di quei numeri. E potei ammirare quelle bellissime illustrazioni, senza dovere aspettare 4 anni per concludere la serie - e non concludendola affatto, a dire il vero, visto che ho ancora qualche decina di numeri mancanti.

Le copertine, dicevo. Non solo primi piani di volti o armi, ma illustrazioni a intere, quando ancora i disegni si facevano con matita e pennello. E... be, come faccio a spiegare una sensazione? Anni di studio della storia dell'arte sui libri di Giulio Carlo Argan mi hanno insegnato che quello forse non è il metodo giusto per descrivere e spiegare il concetto di "bello".

Ecco, con tutto ciò che ho visto e imparato ad apprezzare fino ad oggi, posso affermare come punto fermo che tra i disegni visti su pubblicazioni popolari, le cover di Carlo Jacono per Cerchiorosso erano certamente tra le migliori. 

Vedere per credere.



Ma i libri com'erano?

Non ne ho idea. Lessi solo "Esther, Ruth e Jennifer", un numero che pubblicava un libro da cui era stato tratto un film molto carino con Roger Moore "Allarme piattaforma Jennifer" (o era l'adattamento del film? Boh), che mi divertì parecchio.

Gli altri stazionano ancora nella loro fila, in uno scatolone. Mi dicevo sempre che un giorno li avrei letti. "Quando avrei avuto tempo". Ma allora non sapevo ancora che la vita è ciò che ti accade intorno mentre aspetti che succeda qualcosa.

lunedì 8 novembre 2010

Cacciatore di tesori perduti


Tutti conserviamo i vecchi ricordi, vecchie carte, oggetti e altre amenità. Qualche volta conservandole in posti sconosciuti, altri ritrovandole dopo anni di oblio. Avendo una vecchia libreria dove certi libri stazionano da anni, c'è un settore quasi nascosto dove risiedono alcuni quaderni o libri dell'epoca scolastica. Quindi nei giorni scorsi viene fuori (come veniva fuori di tanto in tanto altre volte) un vecchio diario di seconda o terza superiore. Ed essendo le materie da ricordare molto facili, e rimanendo intonso il diario, vi cominciai a fare quello che volevo, divertendomi a fare quello che nelle lezioni non potevo. Ecco qua.

Solo una piccola selezione, irresponsabilmente disegnate a suo tempo su una carta con uno sfondo verde simil-carta millimetrata, con i segni della grafite sfuggita al controllo della gomma, e fissate grazie al cielo con lacca per capelli, per renderle - se non proprio eterne - almeno "durabili"



Ecco. E mentre mi rendo conto che oggi il mondo del fumetto popolare abbia più bisogno di operai che di disegnatori che conoscano la prospettiva, mi chiedo cosa direbbero vedendo queste immagini dei ragazzi di 17 anni che vogliano entrare nel mondo del fumetto, e che fanno ancora gli sfumini con le dita o i personaggi con gli occhioni. Non ho mai detto loro come disegnavo alla loro età. 

Ma in fondo, visti i soggetti, è facile che pensino "Ma perché non disegnavi dei calciatori o donne nude?"

Già, bella domanda...


giovedì 28 ottobre 2010

Lucca, rimembri ancora...

Quest'anno niente Luccacomics. Impegni, salto dell'appartamento, nessun incontro lavorativo previsto, per cui passo. E la cosa mi spiace, certo. Mi spiace innanzitutto per non esserci, perchè ormai ero una presenza fissa da 5 anni; per il non rivedere i vecchi amici e conoscerne di nuovi; per non poter girare per le bancarelle come un visitatore qualsiasi, addocchiando materiale interessante e studiando il modo in cui potevi farti fare uno sconto.

Ma sopratutto mi spiace non potere essere nella selfarea a promuovere il nuovo numero di Anjce, costringendo Miriam a dover fare tutto da sola. E quindi niente disegni per i soliti, niente disegno per Mimmo, niente disegno per il signor Alfonso. Niente incontri con i lettori, che ogni anno ricordi sempre meglio, a furia di rivederli ogni volta, che ti seguono dalle prime volte che ti vedevano allo stand Bonelli a ora, che ti vengono a cercare nelle pause di quella fila preziosa. E il sole, che bene o male ha sempre accompagnato almeno un giorno gli ultimi anni di weekend lucchesi. Poi, quasi come fosse un sms del destino, lunedì pioveva.

Certo Lucca era anche questo, ma ogni cosa ha i suoi lati negativi: dover perdere la maggior parte del tempo per trasferirsi da un padiglione all'altro, incrociando cosplay carichi di accessori, o ragazzi con zainetto che non guardano attorno a loro mentre si girano. La collocazione attuale, con la fiera distribuita per la città, è preferibile a quella vecchia, dove si stava compressi in spazi ristretti e dove si mangiava sempre i panini nel solito posto, qui si riesce a respirare, ma se hai appuntamenti e impegni in posti diversi in padiglioni differenti in due piazze adiacenti, e magari in quel momento la protezione civile sta facendo uscire la gente dal capannone degli editori perché c'è ressa per Ratman... bè, in questo caso è decisamente scomodo.

E poi ci sono le cose che non vedrò, di cui non sento la mancanza, come le famigerate facce di bronzo dei "soliti noti" nei loro stand che se la tirano, o i soliti "addetti ai lavori" che si intrufolano ovunque.

Concludo con un'amichevole raccomandazione. Se vi ritrovate a fare la fila ad uno stand per ricevere un disegno o una stampa, non portatevi MAI dietro un pennarello rosso a punta grossa, e se per caso ce l'avete ignorate se qualcuno chiede se per caso ce l'avete  (si dice il peccato ma non il peccatore, ricordate). Rischiereste grosso.

E poi... lo so che può sembrare il discorso della la volpe e l'uva, ma forse, può darsi, hai visto mai... potrebbe piovere!