martedì 29 marzo 2011

Della mente e dei suoi tarli


Estrapolazione

E' un termine con un nome altisonante e misterioso, che il più delle volte coglie la gente impreparata sul suo reale significato. "Cos'è, che vuole dire?" si domanda il lettore medio, invocando una risposta.

Ci arriviamo lentamente, anche se non userò il metodo scientifico. La prima volta in cui mi trovai di fronte il termine fu leggendolo nel titolo di un racconto di Theodore Sturgeon, su una vecchia antologia di fantascienza. Si riferiva all'abilità del protagonista di arrivare a calcolare tutte le estreme conseguenze di una data azione, arrivando dove nessuno era mai arrivato prima.

Per cui da allora quando mi trovo di fronte ad un'evoluzione inaspettata di una qualsiasi cosa, penso sempre a questo termine. Mi chiedo se - tempo prima - qualcuno avrebbe mai potuto estrapolare le conseguenze di data azione.

Facciamo un esempio di estrapolazione. Tutti sono a consocenza di cosa sia un telefono.

Ora pensate alla sua evoluzione. E' uno strumento per mettere in contatto due persone a distanza. Tanto tempo fa il suo unico limite era quello del suo filo. Avevi il tuo telefono, e riuscivi a entrare in contatto con ogni parte del mondo, bastava avere il numero e avere la certezza che dall'altra parte ci fosse un apparecchio uguale (e qualcuno fosse in casa, per rispondere).

All'epoca si poteva immaginare quale sviluppo avrebbe avuto? Certo, con un po' di fantasia potevamo immaginarci che in un domani molto lontano sarebbe stato come i comunicatori di Startrek (senza filo) o come quelli di Spazio 1999 (enormi, e con la telecamera - anche se solo in bianco e nero). Però il massimo della nostra estrapolazione arrivava a questo livello. Non oltre.

Ma in effetti non era una vera e propria estrapolazione, perché non calcolava TUTTI i possibili sviluppi. E mi riferisco a quelli insospettabili, che un tempo non avremmo mai associato ad un telefono.

Un bel giorno il nostro telefono perde la necessità del filo. Quindi ha bisogno solo di un'antenna per trasmettere, una batteria e dei comandi. E il sistema ha bisogno di un'antenna ricevente, una rete che riceva il segnale e lo porti ovunque. E siamo appena alla prima metà degli anni '90, con le grosse antenne che cominciano a spuntare come funghi in mezzo alle città.

Ma come cambia il nostro apparecchio personale? Si evolve, ma come?

Il primo problema fu la batteria. Enorme, e quindi telefono enorme. E si scaricava presto. Poi l'antenna, prima da estrarre, poi più piccolina.

E infine con i comandi, dai tasti di gomma, della dimensione necessaria a permettere di poter premere con le dita tutti quei pulsanti.

Poi le batterie sono diventate ultrapiatte, le antenne invisibili, e i tasti ultra sensibili. Okay, fine dell'evoluzione del telefono, abbiamo raggiunto il top.

Sbagliato. Perché l'avere con se un cellulare ha provocato dei cambiamenti imprevisti nella gente e in noi stessi. Io non porto più l'orologio da polso, per esempio.

L'orologio era uno strumento per misurare il tempo. Prima meccanico a molla, a taschino e poi a polso. Poi a batteria. Poi digitale. E poi... è bastato avere un cellulare che ti segna l'ora esatta, e l'orologio non era più necessario, rimanendo, da necessità quale era, un accessorio elegante. Non ti serve più, hai l'ora sul tuo snob cellulare ultrapiatto.

Qualcuno anni fa avrebbe mai potuto prevedere questa evoluzione? Naaa.

Si continua: ancora oggi uso portarmi dietro una piccola lampadina, non si sa mai. Ma in casi estremi la luce dello schermo del cellulare può aiutarmi a vedere la serratura di casa o dell'auto alla sera. Ma se mi serve più luce la lampadina è utile. Già, su questo non c'è alcun dubbio... Sbagliato! Perché i bastardi cellulari recenti hanno anche la funzione LUCE. Premi un pulsante e illuminano come una lampada. Quindi niente più lampadina in tasca.

Ecco, a QUESTO non ci sarei mai arrivato. Si, ma non è mica finita qui, ormai è un effetto domino inarrestabile, perché adesso bisogna anche considerare le fotografie.
Una volta c'era la macchina fotografica, limitata alla dimensione della pellicola. Se il produttore riduceva il formato della pellicola, il costruttore di macchine fotografiche poteva farle più piccole, tascabili. Nei miei lontani anni di militare avevo con me la mia fedele macchina Kodak di un formato oggi ormai smemorato, che stava perfettamtne in tasca. Poi - neanche tanto poi - le macchine sono diventate digitali, limitate solo dalla dimensione delle batterie (prima grosse, poi sottili, stesso problema iniziale dei cellulari, bla bla bla). Macchine digitali più piccole, e più sottili, fino a... ad essere inserite nei dannati cellulari.

Niente, non ti serve nemmeno più portarti dietro la macchinetta fotografica. E naturalmente nemmeno la videocamera: prima enorme a causa del grosso nastro VHS, poi più piccola con il microVHS, poi digitale, bla bla bla). Ora è un accessorio del cellulare. E solo 5 anni fa mi sarebbe sembrato fantascienza. E così la segreteria, l'agenda o il registratore audio, per finire con la navigazione internet. Dove non era arrivata la scuola, a portare i computer con Internet nelle aule, arriva la tecnologia normale del... telefono.

Ecco, questa è ciò che io chiamo estrapolazione. Indovinare nel 1975 questo sviluppo del telefono, fino alle estreme (nel senso di inimmaginabili) conseguenze. Immaginare che la necessità comunicazione (telefono) avrebbe eliminato orologio da polso e lampada e video e infine computer.

Curioso che faccia io questa considerazione, che ho ancora un cellulare che non ha giochi, solo 10 suonerie prefissate, niente MMS, che telefona e basta. E che porto ancora con me una lampadina a cui dimentico regolarmente di cambiare le batterie, e una macchina digitale alla quale dimentico (recidivo, eh?) spesso di assicurarmi che le batterie ricaricabili siano davvero cariche. Ma che ho abbandonato il preziosissimo orologio da polso di Startrek, dopo aver dovuto cambiare prima il meccanismo tutto e poi il cinturino, il giorno che ho scoperto che perdeva pure la doratura (un giorno parleremo dei gadget fatti coi piedi), ma riflettendo che in fondo avevo l'ora sul quadrante del cellulare, per cui non era grave.

Estrapolazione. Riuscire a guardare un qualsiasi oggetto di uso comune, e chiedersi in cosa evolverà tra 50 anni. Perché se siete persone creative, questo "What if" può colpirvi in qualsiasi momento, riferito a qualsiasi cosa, che sia un'automobile dal colore strano che notate una mattina o la chirurgia plastica della vecchia diva vista in tv.
Ecco, se qualcuno adesso chiede di nuovo dove le prendiamo le idee, quando scriviamo qualcosa di futuristico, o dobbiamo disegnarlo, ora so quale risposta dare. Ma mentirò, e dirò che non ne ho la più pallida idea.

Perchè mica mi crederebbe se gli sparo tutta la storia dell'estrapolazione?

lunedì 7 marzo 2011

Is Anybody Out There?


Cosa facevate nel 2002? Ai primi vagiti del 21esimo secolo, ormai un'eternità fa?
In quell'anno nasceva il sito legato alla mailing list di Ayaaaak, e un amico mi chiese di scrivere un pezzo, su un tema a piacimento, ma che comunque riguardasse i fumetti.
"Che ne dici di fumetti e fantascienza?" Si, il tema era accattivante, a pensarci bene, ma complicato. Ci pensai un po' e poi scrissi questo pezzo, di getto.
Non c'erano ancora i blog che ci sono oggi, e il pezzo tutto sommato era carino, ma adesso è un po' perso nell'archivio articoli del sito, per cui lo recupero e lo posto anche qui, aggiornandolo e aggiustando qualcosa qui e là.
Probabilmente fu il mio primo pezzo sui fumetti pubblicato da qualche parte.



Capitò un po' di anni fa, mentre giravo tra le bancarelle di una vecchia edizione di Trevisocomics e discutevo piacevolmente con un'amico riguardo a fumetti e ricordi d'infanzia. Lui mi descrisse un libro ricevuto in regalo da ragazzo, a cui era legato in modo particolare. Era cartonato e il fumetto era a colori, ed era una storia di fantascienza. L'aveva letto e riletto per anni, conservandolo come un tesoro, e mi confidò che la passione per la Fantascienza era molto probabile fosse nata allora. E così pure io cominciai a rovistare tra i miei ricordi d'infanzia, cercando di andare indietro nel tempo il più possibile. E così arrivai ad individuare un fumetto in bianco e nero, che sicuramente fu la mia prima lettura assoluta di fantascienza.

Probabilmente la scintilla da cui è iniziato tutto.

Dovevo essere molto piccolo, perchè i ricordi erano scarsi, probabilmente facevo le scuole elementari, ma anche no, perchè non ricordo se sepevo già leggere, perché a dire il vero io ricordavo solo i disegni, ma non la lettura della storia. E in fondo ricordavo solo un'astronave a forma di sfera che atterrava sui pianeti misteriosi, e poi eroi biondi e alieni minacciosi. In assoluto la prima escursione al di fuori del mondo di Topolino.
Quel giorno a Trevisocomics riuscì ad individuare quel fumetto perduto, grazie ad un negoziante molto cortese al quale descrissi ciò che ricordavo.
Ma per sapere qual'è questo fumetto, dovete arrivare alla fine.

L'aneddoto di cui sopra può essere eloquente per incominciare a parlare di FS a fumetti in Italia, perché mi rendo conto che non è facile. Perché mai? Vedete, se parlassi di fantascienza al cinema potremmo discuterne per giorni, e così per quella televisiva, e parleremmo per anni della fantascienza letteraria. In tutti questi campi abbiamo avuto almeno 30 anni di FS popolare, di razzi con le alucce, di scienziati pazzi, di eroi biondi, damigelle in pericolo e mostri che distruggono Tokio. E poi (molto poi), abbiamo avuto anche la fantascienza adulta. Abbiamo avuto Blade Runner e 2001 e Gattaca, ma prima di loro abbiamo avuto tutto il tempo di divertirci guardando "I Diafanoidi vengono da Marte" e "Godzilla contro Gamera".

Oggi posso vedermi Babylon 5 e Startrek, ma ho avuto tutto il tempo di divertirmi con i Thunderbirds e il comandante Straker, Doctor Who e Agente speciale. E con i cartoon ho goduto la visione di Mazinga e Jeeg Robot prima, e Cowboy Bebop adesso. Oggi posso leggermi un libro di Philip Dick e Ursula le Guin, Dan Simmons e Alfred Bester, ma prima di loro ho avuto il tempo di crescere e divertirmi con Murray Leinster, Doc Smith e Jack Williamson e innumerevoli illustri colleghi.
Perchè in TUTTI questi campi esistono degli elementi comuni. Autori, libri, film e cartoni condividono qualcosa. Un background lungo vent'anni, una strada maestra quasi obbligata che abbiamo seguito più o meno tutti quelli della mia generazione che si dedicassero alla passione per la fantascienza, e cioè il cominciare dalle origini. E piano piano farsi una cultura del genere. E oggi puoi affrontare un discorso sul genere con un interlocutore qualsiasi e magari (why not?) scoprire che puoi pure trovarti d'accordo.

Ma per i fumetti? Ecco, questa è davvero una bella domanda.
Nel mondo ne sono stati pubblicati tanti, d'accordo, ma in Italia? Molti. Moltissimi. Ma in tempi diversi. In modi diversi. A gente diversa. Provate a intavolare una discussione sui fumetti di FS con amici appassionati. Un ragazzo cresciuto leggendo Lanciostory avrà ricordi diversi da qualcuno cresciuto con Tex, così chi è cresciuto con Topolino con chi legge Comics americani, e così per i Manga. Io e l'amico di cui sopra abbiamo oggi una passione comune, ma è nata con eroi differenti, senza punti in comune, eroi sconosciuti l'uno all'altro. E lo stesso si può dire per chiunque oggi sia appassionato di questo genere. Io posso avere opinioni molto chiare su quale sia stata la migliore Fantascienza a fumetti degli anni passati, ma sarà la mia personalissima opinione, opinabile e discutibile: Jeff Hawke e Dan Dare, Luc Orient e l'Eternauta, Barbara e La Città, Martin Mystere e i Fantastici 4, Topolino e l'ultraghiaccio e La valle della Morte. Ma questo perché avevo la brutta abitudine di leggere tutto ciò che aveva dei disegni e delle nuvolette. Perché sono tutti fumetti apparsi su testate differenti, per brevi periodi, in diversi formati e per pubblico differente. Perché è difficile trovarli ancora in giro, e trovare un'altro volonteroso che li abbia letti tutti è più arduo che trovare un ago in un pagliaio.

Ancora più complicato poi se ci mettiamo a parlare di fantascienza a fumetti italiana, magari cercando di individuare qualcosa di popolare, qualcosa che abbia goduto di un buon successo per un lungo periodo. Troverete in tutte le storie dei fumetti riferimenti a "Saturno contro la terra", ma quanti l'hanno davvero letto? E così per "I sette della Selena", apparso solo sul corriere dei piccoli. Tutti fumetti apparsi in tempi lontani, su testate che non esistono più, di cui sopravvive solo il ricordo. Anche senza andare troppo indietro nel tempo, troviamo storie uscite sul Corriere dei piccoli, sull'Intrepido e il Monello prima, su Lanciostory e Scorpio poi. Sopratutto storie singole. Certo, c'era della buona FS sporadicamente anche sulle riviste d'autore, ma così come la fantascienza letteraria italiana nemmeno i fumetti di FS sono riusciti a decollare in maniera decisa. E così ne è passata parecchia sotto il naso di tutti, quasi inosservata. Le storie di Roberto Bonadimani per la Nord, le storie dello Spazio Profondo di Bonvi e Guccini, la fantascienza di Magnus, eccetera. Ma pochi coraggiosi ne erano al corrente. Per fortuna avevamo le storie di fantascienza pura che vivevano nel corso degli anni Martin Mystere, Dylan, Tex e Zagor.

Ma non abbiamo avuto un eroe di FS che ci accompagnasse nel corso degli anni. Niente che fosse l'equivalente italiano di Doctor Who, Dan Dare o i Fantastici Quattro. Pare proprio che il primo sia stato Nathan Never. Dopo sono venuti tutti gli altri, ma è una cosa recente. Mi risponderete che nemmeno in campo letterario abbiamo avuto una tradizione di FS italiana. Certo, ma abbiamo avuto la benemerita "Urania", che è stato il collante di tutti gli appassionati per tanto tempo, presentando tutto e di tutti i generi, mantenendo vivo il genere. Qual'è stato l'equivalente di Urania nel campo dei fumetti? Temo che non sia mai esistito, ma accetto suggerimenti. Ognuno di voi può trovare la sua risposta. Il mondo è bello perchè è vario, ma chiedetelo a dieci amici e loro vi raccomanderanno come assolutamente indispensabili dieci fumetti totalmente differenti.

Ma oggi come si fa? C'è nessuno là fuori che voglia impegolarsi in un pasticcio simile, e farsi una cultura sul genere? E se la risposta è si a chi deve rivolgersi? Cosa consigliare a chi vi chiede "Dammi un'ottimo titolo di FS a fumetti da leggere" come capita spesso di sentirmi chiedere. E come fai a scegliere? Non conosco i tuoi gusti, e anche se li conoscessi sarebbe difficile che quello che è piaciuto a me piaccia anche a te; dovresti arrivarci da solo, e per gradi.
E dico questo perchè ho visto giovani appassionati di FS bruciarsi in pochi anni cominciando dal cyberpunk o con la FS sociologica, che adorano StaWars ma non sanno chi sia Edmund Hamilton. Entusiasmarsi per Sterling e ignorare John Brunner, o che si divertono con Douglas Adams ma che non conoscono Harry Harrison e R.A. Lafferty. Per i fumetti di FS è la stessa cosa. Oggi sono tantissimi, ma in passato ce ne sono stati molti, tantissimi. Ma in tempi diversi. In modi diversi. Per pubblico diverso.
Bisogna provarli tutti, dove possibile. E se vi sembra eccessivo, pensate che per fare l'architetto dovete studiarvi tante case antiche. E' la stessa cosa.
Ma è più divertente.

Il fumetto a colori che aveva cambiato la vita al mio amico era stato "L'impero dei Trigan" di Mike Butterworth e Don Lawrence.
Il mio era stato Perry Rhodan.

E Jeff Hawke non era ancora arrivato. Ma la foto della Hope volevo metterla comunque.

mercoledì 16 febbraio 2011

Liberate i cani...

Lo so, lo so, ora saranno in tanti ad aspettarsi un mio commento sul fatto increscioso, essendo uno degli autori, ed avendo dedicato a questo progetto almeno un paio d'anni della mia vita, lavorativa e non.

A tempo e modo esternerò il Jack-pensiero al riguardo, ma al momento niente da fare, sorry, meglio far passare un po' di acqua (e ne intendo TANTA) sotto i ponti, in modo che a quel punto il mio esternare "mi sarà dolce in questo mare".
Ma di una cosa potete essere sicuri sin da adesso. La mia risposta NON sarà 42.

E a questo punto, per quanto tu possa cercare di farti venire in mente un finale per il tuo brevissimo post, l'unico pensiero che ti gira in testa è che ormai i finali migliori sono già stati scritti...
Accidenti!

sabato 5 febbraio 2011

Oh Capitano, mio Capitano...

Ogni tanto ti viene qualche voglia insana, di quelle che non riesci a spiegarti. Che hanno origini lontane. Quando sei più giovane, e ti prende l'abitudine di leggerti sempre anche le appendici dei libri di fantascienza, o i bollettini informativi degli editori (il glorioso Cosmo informatore della Editrice Nord), e vieni generalmente a conoscenza delle uscite d'oltreoceano, annotate nelle news.

E così facevo io. Asimov aveva scritto un nuovo libro? Sapevi che sarebbe apparso presso Mondadori. E se Herbert scriveva un nuovo Dune o la Cherryh un nuovo libro di Chanur, potevi stare tranquillo che prima o poi li avrebbe pubblicati la Nord. Insomma, con un certo anticipo potevi sapere cosa avresti letto negli anni a seguire.

Si, insomma, tu avevi i tuoi autori preferiti, quelli che avevi deciso che "da qui all'eternità" potesse venirti un coccolone se ti fossi perduto uno solo dei loro libri, che naturalmente si dividevano il campo con quelli per cui "campassi cent'anni" nulla e nessuno avrebbe potuto costringerti a leggere ancora. E poi c'erano gli altri...

Gli altri erano e sono gli sono autori su cui ti fissi, ma che finora non ti hanno mai preso. Cioè, lo vedi che c'è la capacità di scrivere bene, quella di raccontare, ma le storie che hai letto finora non ti hanno convinto. Ma concedi loro il benificio del dubbio, e sai che prima o poi colpiranno nel segno.

Fu così che quando leggi che Norman Spinrad ha scritto un libro di successo con il suggestivo titolo di The Void Captain's Tale, ti viene voglia di leggerlo. Perchè sai l'autore è bravo, ma complicato, per cui se ha avuto successo, forse è la volta buona... Cosa potrà mai essere La storia del capitano del Vuoto ? Quali pensieri evoca, quali fantasie?

Ma il tempo è malandrino, si sa. Nel 1983 leggo la notizia della sua uscita sul Cosmo Informatore. Mi sono appena diplomato, ho la vita davanti, un lungo vuoto da riempire, e il tempo per farlo.

Ma di quel libro non saprò più nulla. Nessuno pareva interessato a pubblicarlo. Intanto il tempo passa, l'era digitale spazza via quella analogica, tu ti evolvi in una persona più complicata, arrivando a tuo modo dove nessuno è mai giunto prima. In un giorno del 2002, in appendice ad Urania 1433 viene annunciato "Capitan Abisso" di Spinrad. Non c'è il rischio di sbagliare... la storia del capitano del vuoto è finalmente arrivata.

Il titolo alla fine è diverso, ma dal suono italiano sicuramente più suggestivo. L'attesa è finita, Astronavi nell'abisso è finalmente uscito.


E adesso? Non starò certo a raccontarvi della storia, perchè per la trama ci sono Mondo Urania e la Wikipedia. Ma se un giorno, girando per mercatini dell'usato, vi cadesse l'occhio su questo titolo, concedete una possibilità al capitano del vuoto Genro Kane Gupta, alla sua vicenda e alla maledizione che lo legherà al destino del suo pilota, Dominique Alìa Wu.

Lo dico perchè mi rendo conto che passerà un bel pezzo prima che quel libro abbia una ristampa. Vedete, un blog può servire a molte cose, pensandoci bene: a dire i fatti tuoi, a lanciare proclami o a fornire al mondo (che naturalmente ne è assetato) la tua visione della vita, l'universo, e tutto quanto. Ed è anche molto facile decidere di parlare di libri di fantascienza e scegliere di parlare di Hyperion di Simmons, o a voler essere davvero originali parlare di Ubik di Dick.

Ci sono anche i figli di un Dio minore nell'olimpo della fantascienza letteraria. E non parlo di qualità dei libri. Mi riferisco a libri che hanno un'unica edizione.

Peccato... ma ci sono, e questo è l'importante. E ricordarli è importante. Se un giorno qualcuno scrivendo il titolo su Google arriverà qui, magari non troverà le informazioni che cerca, ma saprà che c'è stato qualcuno che quel libro lo ha apprezzato, e molto. E forse - anzi, sicuramente - non sarà tanto, ma non è nemmeno poco.

Quell'anno al premio Nebula, a cui il nostro libro venne meritatamente candidato, c'erano degli ottimi avversari, e la battaglia era senza speranza: Brin con uno dei libri di Uplift (che vincerà, e si aggiudicherà anche l'Hugo), Greg Benford, Gene Wolfe con l'ultimo libro del ciclo di Severian il torturatore, Vance con il suo Lyonesse, e la giovane MacAvoy con il suo primo libro. Con l'eccezione di quest'ultima, gli altri ebbero ben presto una traduzione italiana. Capitan Abisso dovrà aspettare un po' di più. Mysteri editoriali

Ma in fondo, aveva tutto il vuoto davanti a lui.

Grazie a Mondourania, da cui ho preso l'immagine di copertina.

mercoledì 26 gennaio 2011

Pennini rotti


L'origine di questo post prende spunto da un evento di qualche giorno fa. Un giorno come tanti, mentre sono impegnato a fare la spesa in un centro commerciale (anche i disegnatori hanno bisogni materiali), e finisco come al solito nel reparto giocattoli, quello vicino alle casse, per vedere se è arrivato qualcosa di accattivante. E qui vedo una cosa.

Da questa semplice azione si sviluppa nei giorni successivi, con un incredibile effetto domino, una riflessione che si evolve via via in qualcosa di inconcepibile in un primo momento. Mysteri creativi... Ma quale sia stato il gizmo che ha scatanato questa Chernobyl neurale lo dirò alla fine del post.

Sarà buona cosa iniziare quindi con un po' di retro-storia, così come in un'equazione matematica partiamo dai dati certi, e se comincio a parlare senza spiegare si perde il concetto.

Ecco dunque i nostri dati certi:

C'erano una volta le Bratz. Bambole che cambiarono il mondo dei giochi per bimbe per sempre.

Anche se non eri una ragazza, non avevi l'età e non avevi mai guardato le bambole prima di allora, non potevi non notarle. Non erano ragazze acqua e sapone, come sempre sono state le bambole. Erano ragazze sofisticate, ipertruccate, iperglamour, con accessori molto alla moda, ragazze molto "in", con gonne molto corte, abiti molto scollati e scarpe col tacco molto alto. "Appariscenti" era una buona definizione. E ottennero un successo... tosto, da non credere. Durante il periodo del loro boom (inizio anni 2000), riuscirono a incrinare il dominio della bambola Barbie, costringendo la casa di produzione di quest'ultima, la Mattel, a correre ai ripari. Fu evidente quando, dopo decenni di Barbie in ogni variante, improvvisamente nelle vetrine dei negozi di giocattoli e sui banchi dei supermercati vedevi esposte una nuova varietà di bambole marchiate Mattel. Era arrivata la nuova linea di bambole: le "My Scene".

Era evidente che era una manovra del colosso delle bambole per cercare di arginare la popolarità delle bambole avversarie. Le My Scene erano una versione di Barbie più glamour, più alla moda, più chic, più... più Bratz insomma. Al punto che la MGA (proprietaria del marchio Bratz) arrivò a citare la Mattel per plagio. Ma fu solo l'inizio delle ostilità.

Perchè quello fu l'inizio delle "Dolls Wars". Perchè? Come mai, per quale motivo?

Per capirlo bisogna capire chi inventò le Bratz. Le aveva disegnate e inventate tale Carter Bryant, all'epoca un oscuro dipendente Mattel, che lasciata l'azienza propose l'idea alla MGA Entertainment. Quando le inventò? bella domanda. Quando lavorava alla Mattel o quando ne era già fuori? E lavorando per loro, o schizzando dei disegni su carta nella pausa pranzo, così come avrebbe potuto segnarsi la spesa del giorno? E sopratutto, quali possibilità avrebbero potuto avere delle bambole con la testa grossa per una multinazionale che aveva già la Barbie come prodotto principale, che aveva messo KO avversari più potenti (chi si ricorda di Big Jim e della Famiglia Felice si alzi in piedi)?

L'unica possibilità, appunto, sarebbe stata in una casa concorrente. Ma a questo punto delle nostra battaglia legale fu la Mattel a fare causa alla MGA, sostenendo che quelle bambole erano state inventate da un loro dipendente, quando ancora lavorava presso di loro, facendo leva sulla "proprietà intellettuale". Dopo anni di battaglie legali e diverse sentenze, si riuscì a dimostrare che il primo disegno era stato fatto su carta che veniva fornita alla Mattel, che si trovava nei loro uffici, e quindi fosse di loro proprietà.

Che successe dopo? Le Bratz scomparvero da un giorno all'altro dai banchi dei negozi. Vennero brevemente riproposte col nuovo marchio tempo dopo, ma non durò molto.

La MGA accettò la sconfitta, e mise in cantiere delle nuove bambole, meno "ragazzacce" delle Bratz, le Moxie.

Fine della triste storia delle bambole gnocche. Ora abbiamo i nostri dati certi. Il nostro esempio di proprietà intellettuale.

"Giacomino, ma che c***o di senso ha raccontare questa stupida storia??" mi domanda certamente il lettore occasionale, ignorando che di solito parto sempre da lontano per arrivare (arditamente) dove nessuno è mai giunto prima. Ma da un disegnatore che ha James T. Kirk come eroe direi che questo è il minimo.

Perchè vedete, il signor Bratz era un dipendente Mattel. E immaginando per un momento che l'intero mondo funzioni come a casa nostra (LO SO che non è così, ma questo è solo un esempio, okkei? Sospendete la vostra incredulità per un momento e seguite il discorso principale, please), possiamo dedurre come il nostro uomo avesse uno stipendio, tredicesima, ferie pagate, previdenza sociale, e se tutto fosse andato senza scosse, avrebbe un giorno raggiunto l'età della pensione e si sarebbe trasferito in Florida.

Ma per avere tutto questo c'era una sola condizione a cui doveva aderire: in quanto dipendente, qualsiasi cosa facesse in quel periodo sarebbe rimasta di proprietà del suo datore di lavoro. Compresa qualsiasi idea avesse avuto. Perchè era da loro pagato per avere idee. Ma dove finisce la proprietà delle idee? Stava scritto da qualche parte che ogni cosa inventasse o pensasse fosse di proprietà del suo datore di lavoro. Certamente no... ma aveva usato carta d'azienda.

Altro esempio. Lavori come operaio in una fabbrica di automobili? Sei pagato per un'azione e non per l'opera dell'intelletto. Avviti gli specchietti retrovisore, solo tu. Non avrai diritto a vantarti di quanto sono fissati bene, quando Quattroruote lo segnalerà nella loro prova su strada, ma non dovrai nemmeno subire rimostranze se cadono. La colpa sarà dell'azienda. Niente colpe nè meriti, tu dovevi solo avvitare specchietti.

E qui arriviamo ai disegnatori, i protagonisti di questo post. Perchè è proprio per evitare questo problema che noi disegnatori siamo liberi professionisti.

"Si, questo lo so", dice il giovane esordiente.

No, forse non ti è davvero chiaro cosa voglia dire. Seguimi, mio giovane Padawan...

Caso numero 1:

Siamo negli allegri anni '60, ma potrebbero anche essere i nostri primi anni del 21esimo secolo. Un'editore ti assume. Diventi un suo dipendente. Ti paga uno stipendio mensile, ti paga le ferie, ti paga i contributi, ti da' la tredicesima, e in cambio devi solo lavorare per lui, disegnare quello che ti chiede di disegnare, e alla via così. Sia che tu quel giorno faccia 20 disegni, o ne faccia solo 1, sarai pagato la stessa cifra, uguale tutti i giorni, garantita. Cosa vuoi di più?

Bene, ma immaginiamo che quello che disegni sia un successone. Che venga ristampato. Che lo pubblichino in America. Che Spielberg e Tarantino si azzuffino per farci un film, che dopo realizza (magari a culo) Ridley Scott, e il film guadagna miliardi e rende un sacco di soldi ai detentori dei diritti, per cui (nell'ordine), a Scott, Spielberg, Tarantino, la casa di produzione, l'editore americano che ha ristampato, e l'editore italiano che l'ha pubblicato.

E l'autore?

Oh no. Lui no. Lui era un semplice dipendente. Non ha diritto d'autore. Però ha la pensione. Il suo datore di lavoro comincia a collezionare Lamborghini e passare i weekend a Bali, ma il nostro dipendente può prendere tranquillamente il sole a Marina Julia. E se un'oscuro universitario di Yale denuncia tutti affermando che quella storia l'aveva inventata lui, voi non vene dovete occupare, non è un vostro problema. o forse si, se il vostro superiore vuole scaricare la colpa a qualcuno...

Caso numero 2:

Il nostro disegnatore è un libero professionista. Il datore di lavoro gli commissiona una prestazione d'opera, pagandogli non la proprietà di quello che fa, ma il solo utilizzo.

Una storia esce. E' un successo e si ristampa: percepisci dei soldi. Viene publicata all'estero: ti arrivano soldi. Ci fanno un film? Soldi. Ti querelano per plagio? Cavoli tuoi. Ma sei tu l'autore, ti viene riconosciuto, e puoi levarti le soddisfazioni.

Okay, tutto molto bello, ma... ma se la storia NON è un successo e NON viene ristampata, e NON ci fanno un film, e NEMMENO una miniserie web? Se è solo uno dei tanti progetti mensili popolari italiani? Passi al successivo progetto mensile popolare italiano...

Carissimi colleghi, è per questo che noi siamo liberi professionisti, il massimo della mobilità, potremmo quasi dire che siamo gli antesignani della mobilità lavorativa (che kulo, eh?). Anni fa, nel momento in cui entrai nello staffa di disegnatore Bonelli, mi presentai all'ufficio del lavoro locale, per chiedere che venisse registrato che adesso un lavoro regolare e continuativo l'avevo. Macchè, il gentile e cortese impiegato preposto si mutò in pochi istanti in un mastino da wrestling. E qualche secondo dopo mi ritrovai con un simil Hulk Hogan che mi redarguiva perchè in quell'accordo non era indicato il rapporto continuativo (quindi NON ERA UN LAVORO!), ignorando le mia "tripla S" stampata sulla faccia (Sorriso, Spontaneo, Sincero), suggerendomi come io fossi solo un "tripla I" (Ingenuo, Illuso, Ignorante) e lasciando sottinteso come fossi pure un "tripla M" (Misera e Muta Merdaccia).

Non ho ricordi di come si concluse quella visita, ne' se quella sera mi ritrovai con del sangue sulle mani (e comunque non voglio saperlo, e se ne sapete qualcosa, io non vi conosco)

Quello che allora capì, ormai tanto tempo fa, fu che per quanto avessi continuato a fare questo lavoro, sarei sempre stato un precario libero professionista. Oltre ad augurarmi di non incontrare mai il vero Hulk Hogan, beninteso...

Da allora e saltuariamente, nei momenti in cui sei giù, i momenti in cui pensi al lavoro che fai, alla tua precarietà eccetera... in quei momenti pensi ai tuoi miti. Pensi a Milton Caniff, che disegnò Steve Canyon fino alla fine. A Wally Wood, morto su un tavolo da disegno. A Sparky, morto lo stesso giorno in cui l'ultima striscia di Peanuts apparve sui quotidiani. E a Magnus impegnato a Castel del Rio a disegnare l'ultima storia di Unknow...

E tu? Vuoi davvero che ti ritrovino tra 100 anni riversato sul tuo tavolo da lavoro, col contenitore dell'inchiostro rovesciato, stroncato nel fiore degli anni mentre eri intento a inchiostrare un'altro prodotto del fumetto popolare italiano? Tu, che ti eri dedicato ai disegni così intensamente da non accorgerti che intorno a te nascevano famiglie, i bimbi crescevano, gli amici andavano in ferie, gli I-phone mutavano la condizione dell'esistenza e i walkman perdevano la loro battaglia contro l'entropia? Be... magari no, se mi fosse possibile.

Diversi anni fa, ad un'edizione di Trevisocomics (forse1993) vidi Magnus ad un'incontro col pubblico. Con lui sul palco c'erano Moebius/Jean Giraud e un timidissimo Franco Matticchio (le "3M" del fumetto, avevano intitolato quell'incontro gli organizzatori). Al momento delle domande un amico si alzò e chiese incuriosito a Magnus se percepisse qualcosa dalle innumerevoli ristampe di suo materiale. Quell'omino minuto, con i baffoni e la voce tranquilla, rispose in tono altrettanto tranquillo (più o meno) "I ricavi vanno ai detentori dei diritti." Fu un primo segnale che forse quel mondo dorato dei fumettisti non era poi così dorato. Ma allora non ci pensai troppo, anche perchè ero solo un lettore. E anche perché camminavo ad un metro dal suolo per aver avuto un'autografo con dedica dal Maestro qualche ora prima, incontrandolo per caso mentre davo una rapida occhiata alla mostra mercato, prima di dirigermi alla Ca' dei Carraresi dove avrebbe dovuto svolgersi l'incontro col pubblico. E dove i miei amici si erano recati da subito. E dove rischiai di farmi odiare da loro per quell'autografo imprevisto.

E così, anni dopo, chi mi voleva bene mi consigliò di prendere le mie precauzioni. "Vuoi disegnare per sempre? Che farai quando non sarai più in grado di tenere la matita?" Devi arrangiarti, pensare alla tua personale, privatissima assicurazione previdenziale. Essere realista. drammaticamente realista. E in più potrai anche ricevere dallo stato il rimborso dell'equivalente della tua ritenuta d'acconto. Quindi arrangiarti, trovare l'occasione che fa per te, e sottoscrivere. Tutto da solo. E fino a che sei in tempo.

Così in questi giorni mi ritrovo a pensare - con queste premesse - a tutti gli eventi uditi e percepiti in questi ultimi mesi, usciti dal mio ambiente lavorativo. Di crisi, di voci lamentose, di problemi che ti aspettano dietro ogni angolo. Penso ai colleghi che cedono il lavoro e la proprietà della tavola, perchè "Nessuno gli ha detto che non si fa così"; o alle colleghe che si domandano quando sarà possibile per loro farsi una famiglia, avere figli e una eventuale previdenza pensionistica (anche se non rigorosamente in quest'ordine). E agli editori che pubblicano materiale ben sapendo che non dovranno mai ristamparlo, perché anche se solo arriveranno con la vendita al pareggio delle spese, saranno contenti e soddisfatti del traguardo, perché quella per loro sarà già una grande vittoria, e non aspirano ai grandi sistemi, alla pubblicazione all'estero, al cinema, al 3D.

Fine. E tutto questo mi è venuto in mente quando ho visto esposte al centro commerciale le Moxie, e in quel momento ho realizzato che le Bratz erano più carine. E che ne sento la mancanza...

Già, i meccanismi dei nostri pensieri percorrono vie inesplorate. Ma prima o poi li becco...


E si, il titolo del post non ci azzecca molto, ma provate a sostituire "pennini" alla parola "occhiali" della canzone qui sotto, e buon ascolto.





giovedì 13 gennaio 2011

La materia di cui sono fatti i sogni

Essere un appassionato di fantascienza non è una cosa facile.

Cioè, è divertente quando cominci, quando hai tutto un mondo da esplorare davanti a te.

Quando ero piccino, in TV c'erano solo UFO e l'astronave Orion, e le serie a pupazzi di Gerry Anderson, e poco altro. Dovevano ancora arrivare i film, e poi libri, e gli scrittori preferiti, e le affannose ricerce nei mercatini dell'usato dei libri ricercati. Questo avvenne molto dopo.

I Fremen di Dune, Hari Sheldon della Fondazione Galattica, Kickaha e i fabbricanti di Universi, tutti quanti entrarono a far parte del mio immaginario collettivo, incolonnandosi nei miei ricordi secondo precise e personali scale di preferenza.

Il trucco per divertirsi quando si inizia è leggere di tutto, senza soffermarsi troppo su un singolo autore. Ho conosciuti troppi appassionati che rimanevano fedeli ad un singolo autore, senza aver mai nemmeno letto altri. Se ti piaceva Sturgeon, allora non potevi divertirti con Farmer e Leinster (e perchè mai??), poteva piacerti tutta l'opera omnia di Simak e allo stesso tempo ignorare cosa fosse la Lega Polesotecnica di Anderson (Poul, e no, non è il regista).

Oggi il mondo è pieno di gente che adora Dick ma non ha mai letto i suoi colleghi contemporanei, gente che non conosce Spinrad e Zelazny e Ursula LeGuin, e questo è un peccato (mannaggia).

Ma tornando al discorso iniziale, non è facile essere un appassionato di FS, oggi. Il genere non è più tale, i confini sono stati abbattuti, trovate fantascientifiche sono inserite nella letteratura tradizionale, tutti scoprono di essere capaci di scrivere un Fantasy, e magari senza avere mai letto Tolkien, Howard e Lord Dunsany. Vabbè, pazienza, tutto cambia, e anche questo fa parte del gioco.

Ma per un vecchio appassionato, divertirsi con un libro oggi è difficile. Buona parte delle idee sono già state inventate, i libri che escono sono 1) lunghi e dilatati 2) divisi in cicli 3) pubblicati cartonati con ritmi da elezione di papa. Ben poca la roba che mi ha divertito negli anni recenti. E intendo DAVVERO divertito. Il ciclo di Ilium di Simmons, qualcosa sparso di Alan Dean Foster, un po' di Haldeman, e così via, nel mare dei libri ancora intonsi che mi guardano e richiedono attenzione; libri che probabilmente non riuscirò mai a leggere tutti.

Per cui mi viene l'insano pensiero di inaugurare una nuova rubrica, facendo tesoro della mia memoria storica e decido che comincerò a segnalare qualche libro che merita di essere letto, da eventuali volenterosi appassionati in cerca di sfide.

Cosa facevate voi nel 1992? Era il periodo di Gladio, della prima edizione del TG5, di Alesi e Capelli alla Ferrari e del trattato di Maastricht. Di lì a poco Tangentopoli cambierà molte cose nel paese, e nel mondo Sienad O'Connor stracciava una foto del Papa, pensando di essere originale, e io i fumetti li leggevo soltanto.

Comunque, torniamo in carreggiata. In quel periodo ero un fedele lettore di Urania. Riuscivo all'epoca a leggere tutti i numeri usciti (ci sono riuscito dal 1000 al 1200 circa, e non è male), ed un giorno mi capitò tra le mani questo:


Di Gerrold avevo letto qualcosa negli anni precedenti, e sapevo che era un autore che riusciva sempre a divertire, che aveva lavorato anche su Startrek, e che non era prolifico come altri, ma quella copertina di Oscar Chiconi prometteva avventura.

Dovette attendere qualche mese, visto che leggevo tutti i numeri seguendo l'ordine di uscita, ma quando arrivò il suo turno, "Il viaggio dello StarWolf" si dimostrò un libro davvero unico. Divertente, una space opera classica con degli ottimi personaggi, buon ritmo, una storia avvincente e raccontata benissimo. Di quelle storie che ti divertiresti vedere al cinema, ma da cui - grazie al cielo - il cinema si tiene lontano, preferendo fare storie come Armageddon e Supernova. Poi, per la lettura impegnata c'è sempre tempo, e per una volta Simmons, Le Guin e Silverberg possono aspettare.

Non battei il mio record personale di lettura di un libro (quel record lo detiene Ubik, letto in un pomeriggio, senza rendermi conto che diventava buio e che dovevo cenare), ma ci andai vicino. E quando terminai ne volevo ancora. Infatti sarà un ciclo, ma il successivo è anche lui in quella lunga pila di libri che richiedono attenzione.

Proprio vero, gente. C'è tutto un mondo là fuori. Enjoy.



Un ringraziamento a MondoUrania, da cui ho preso l'immagine.

martedì 4 gennaio 2011

Twinkle Twinkle, Little Star

Primo post del nuovo anno. Ma solo per fare gli auguri di un ottimo 2011 a tutti i passanti.

E poi è proprio vero che ogni giorno si impara qualcosa di più sui programmi che hai installato sul pc da anni.

Un grazie a Miriam, Silvia, Jennifer e Alessandro per la collaborazione, e al mio accendino (che porto con me anche se non fumo) per l'accensione.