sabato 23 gennaio 2016

In equilibrio sopra un cornicione, al milleunesimo piano


Un antico detto, che potrebbe essere medioevale o cinese, ma che potrei anche avere inventato io stesso (e quindi non sarebbe nemmeno troppo antico), dice che se sei preparato al peggio, non rischierai mai di rimanere deluso, di trovarti spiazzato.
Probabilmente lo inventai (o lo adottai) dopo una serie di delusioni giovanili: un brutto voto a scuola, un regalo atteso mai arrivato, il Toro che perde un campionato e in classe con te son tutti juventini, James Hunt sconfigge Niki Lauda e cose del genere. Oppure dopo eventi più gravi, come la morte di papà quando avevo dodici anni, per cui ora sapete perché non so nuotare e neppure andare in bicicletta.
O quando, nello stesso anno perdi lavoro, affetti e famiglia, che é bello pesante per chiunque. Anche quando percepisci indifferenza per il tuo lavoro (da parte dell'editore del momento), o un altro editore ti manda a puttane un progetto al quale avevi donato l'anima. La lista potrebbe continuare, ma ve ne faccio grazia.

Per cui, in questi miei otto giorni milanesi di ricovero ed esami presso l'istituto Auxologico "San Luca", mi ero già immaginato tutti i peggiori scenari possibili per i miei motoneuroni malandati.
Sì, le avevo sentite le storie dei casi incredibili, di malati gravi con sintomi simili ma cause differenti (e curabili), ma ritenevo fossero casi limite che sfuggivano ogni statistica.

Quando il professor Silani, primario dell'istituto, mi ha detto che purtroppo i neurologi di Gorizia avevano ragione, non ci sono rimasto troppo male. "E ti pareva, e vai di Sfiga...". Preparato al peggio, ed eccolo servito, questo peggio. Niente grida o altro, come un astronauta dell'Apollo, avevi già immaginato ogni risposta possibile e tutte le tue reazioni.
Eccola qui, la temuta verità che emerge: ho danneggiati sia il motoneurone A (cervello-midollo spinale), sia quello B (midollo spinale-estremità); ergo questa si chiama SLA.
Fine, punto, che altro si aggiunge? 
Tutto il resto, per esempio. Perché essendo io in quel momento in uno dei principali centri di studio della malattia (se non il principale) la seduta non si conclude con un saluto, una stretta di mano e avanti il prossimo.
Abbiamo parlato per un'ora, durante il quale mi é stato fatto il punto sullo stato della ricerca, e ascoltare quella storia é stato stimolante.
Ma oggi rimaniamo su di me: la malattia può essere lenta, rapida e ultrarapida, a me é capitata la seconda (alé). Dietro mia autorizzazione continueranno a sottoporre a esami ulteriori i miei "campioni", per me e per la ricerca scientifica. Verso marzo avranno completato il tutto.
Se non trovano alcuna mutazione genetica, sarò un paziente normale, e potrò rientrare in un protocollo di ricerca sperimentale (che è sempre meglio di nulla); ma se trovano una mutazione (ipotesi comunque remota) allora divento paziente "con causa", e potrà partire una cura specifica. E contribuirò alla ricerca (e diventerò davvero un X-Man!).
Se la malattia riesce a essere fermata, il recupero sarà lento, ma promettente. Tutto ciò che devo fare io é resistere, e continuare la fisioterapia, e ancora e ancora e ancora. Semplicissimo.

Ecco qui. Cinque giorni per scrivere questo pezzo, per rispondere nel modo più preciso possibile alle mille domande che mi arrivano da lunedì. Spero sia sufficiente, anche se sicuramente avrò scordato qualche dettaglio fondamentale.
Cosa penso adesso? Molte cose, perlopiù inutili. Temo di non essere un eroe: sono solo un tale che si ritrova a camminare sul cornicione di un palazzo alto alto, che non guarda in basso, e che cerca una finestra aperta, sopportando i colombi e il vento, ripetendo come un mantra ipnotico tutte le parolacce del mondo, e a non pensare all'altezza.
Quindi, nel caso che vedendomi di persona vi possa sembrare un po' irritabile o alterato, immaginatevi su quel cornicione, circondati voi da colombi scagazzoni, e tirate le somme.
Tranquilli, vi voglio sempre bene, anche se occasionalmente vi posso mandare a quel paese, ma come essere umano, ho reazioni umane.

A tutti gli altri, coloro che si lamentano della propria vita, del proprio lavoro, della propria donna che ingrassa e del proprio foruncolo sul sedere, be'... vorrei dirvi che farei volentieri cambio con voi. Senza pensarci troppo, sappiatelo ;-)

domenica 10 gennaio 2016

Motoneuroni ed Entropia


Se proprio vogliamo trovare un argomento di inizio per tutto, possiamo parlare della pioggia. Quella persistente e fastidiosa pioggia che durò per buona parte dell'estate del 2014. Inopportuna, quando dovevo uscire per fare la spesa; quell'uscita che facevo da sempre, una o due volte la settimana, a fare rifornimento di pasta, verdura e frutta, oltre a eventuali pennarelli o cartoncini. Quando rientravo a casa, a piedi, con le borse e le mani piene, perché se devi fare la spesa, la fai tutta. E se piove non puoi tenere anche l'ombrello, e così finiva che prendevo l'auto.

E quindi niente passeggiata tradizionale di un paio di chilometri, ogni settimana, regolare negli ultimi dieci anni. Salta un giorno, l'altro ancora, il percorso fino alla panetteria dall'altro lato della strada non vale a fare statistica.
Ti sposti in auto, niente chilometri a piedi... e quando ti accorgi che zoppichi, in autunno, hai già una prima ipotesi: poco moto. Aggiungi le scarpe di tela piatte, comprate a primavera, dopo anni di calzature leggermente rialzate dietro... che sia anche problema di postura?
Scarpe nuove, e il passo migliora. Problema risolto?
No, continuo a zoppicare, uffa. Con quale gamba? Non si capisce.

Arriva febbraio, la vita é proseguita... Ho usato le mani per molte cose oltre al lavoro, e mi accorgo di una leggera difficoltà a stringere le cose con la sinistra. Un giorno dovrei salire su una sedia per prendere una cosa su uno scaffale (quante volte l'ho fatto?); la gamba destra si solleva, il piede poggia stabile sul sedile. Tra un po' ti darai la spinta, e sarai in piedi sulla sedia. La spinta arriva... ma non accade nulla. Non si solleva nulla; cambio gamba, ma nulla. Questo é un bel problema. Non è normale.
Comunque, passo l'inverno a recuperare in passeggiate, e lo zoppicare continua.
In quel momento mi ricordo anche quando recentemente sono incespicato e caduto, o quando hai perso per qualche secondo l'equilibrio, e realizzo che forse é tutto collegato.
É il caso di andare dal medico di famiglia.
Una settimana di attesa, e in dieci minuti di visita mi prescrive esami del sangue, e mi dice di continuare a far moto. Un mese di attesa ed ecco fatto: sono perfetti, e quindi? Radiografia della schiena. 
Altre settimane di attesa. Il radiologo di turno é un vecchio amico, e quando vede il mio passo e la cadenza ormai sbilenca, moltiplica i raggi. Dopo un'ora ecco risultati e diagnosi: ossa a posto ovunque. Avanza l'ipotesi di possibili problemi reumatici. 
Potrebbe essere? In fondo la casa é un po' umida da sempre. Il medico di famiglia deve scegliere tra mandarmi da un reumatologo o un neurologo. Opta per il primo.
Questa volta l'attesa per la visita é di due mesi. Ma se vado privatamente me la cavo in un mese.
Nel frattempo ho continuato a muovermi. Continuo a zoppicare, più forte, e cammino chinato in avanti, e lo capisco da solo che non va bene; in più, la mano sinistra comincia a non funzionare: poca forza, dita che tendono a chiudersi ad artiglio.
In queste condizioni la vita di tutti i giorni diventa difficile. É difficile cucinare, lavare i piatti, tenere fermo uno squadretto per tirare una linea o tenere fermo un foglio per sgommare. Se mi chino lateralmente da una sedia, manca la forza per risollevarmi. Posso guidare l'auto, ma girare il volante richiede il doppio della forza, e il collo non si gira bene per vedere dietro: meglio non usarla. Finisce che mangio solo pane e prodotti da microonde. Non ci faccio caso, ma inizio a dimagrire per questo motivo.
Arriva il giorno della visita, in ospedale "Ma lei ha forti dolori?"
No. "Allora non sono reumatismi". 
Okay, panico. Allora cos'è?
La dottoressa é estremamente cortese, e in 5 minuti mi fissa un appuntamento col neurologo del piano di sopra, per la settimana dopo.
E qui mi ritrovo a pensare: "Ah, se il mio medico mi avesse prescritto subito il neurologo...". Probabilmente i tempi di attesa triplicavano, visto che negli stessi giorni ad un amico l'appuntamento l'hanno dato in ottobre.

A questo punto le date successive le ricavo dalle foto del cellulare.
Le passeggiate le proseguo, ma solo nelle vicinanze. Sono belle giornate di sole, si preannuncia una calda estate, e la promessa verrà mantenuta. Scatto foto ai giochi di luce del sole, a quartieri che non osservavo mai per davvero.
Il 12 giugno esco per l'ultima volta con gli amici per la spesa al centro commerciale sloveno. Pranzeremo in pizzeria a Solkan, ma già sto seduto troppo scomodo, e tornerò a casa prima del tempo. Un sabato mi concedo un ultimo gelato ai giardini di Corso Verdi, seduto su una panchina diventata ormai scomodissima, e il ritorno a casa é sempre traballante. Due giorni dopo interrompo la passeggiata dopo 100 metri.
Il 19 ho la visita col neurologo. Dopo 10 minuti ha chiaro di cosa possa essere, ma per esserne certo devono farmi degli esami, quindi verró ricoverato in ospedale, appena si libera un posto. Avverto in Bonelli che non spediró pagine nuove per un po', sbrigo altre scadenze, mando mail. Passerà una settimana nell'attesa.

Il 25 entro in ospedale, reparto neurologia. Divido la camera con Emiliano, affetto da sclerosi, bloccato su carrozzina, colpito da una crisi mentre era a casa. Ho con me solo il cellulare per tenermi in contatto col mondo. Nei giorni successivi iniziano gli esami.
Nel frattempo mi muovo per i 29 metri (misurati solo per passare il tempo) del corridoio del reparto, appoggiandomi ogni tanto alle maniglie fisse alle pareti. Mangio da solo, mi lavo da solo, leggo libri, faccio foto col cellulare ai cieli o ai particolari curiosi. Ho il taccuino, su cui disegno e scrivo riflessioni.
Gli esami si susseguono: elettromiografia, risonanza magnetica, pneumologia, e forse ho pure sbagliato qualche nome.
A questo punto (metà luglio) il dottore mi fornisce le risposte tanto attese.

É la malattia del motoneurone. Mi dicono essere rara, e scoprirò tempo dopo che siamo 13 pazienti nella provincia, e 100 in regione. A me sembrano pochi, ma imparerò che sono cifre alte. Malattia inesorabile, della famiglia della SLA, apparentemente senza rimedi, ma con un punto a favore: puó essere fermata. Dopo spetterà a me cercare di recuperare il piú possibile con l'esercizio fisico. Ma questo non m'impedirà, da adesso in poi, di rimanere sotto costante controllo medico. Ma mi dicono che molti malati hanno impiegato molti anni per peggiorare, per cui posso rimanere positivo. Almeno quello!
Ma come puó succedere, quali sono le cause? Qualcosa che ho fatto?
No, succede e basta. Cause sconosciute. A quanto parrebbe il nostro sistema va in tilt, e il cervello (o un suo socio bastardo) emana una sostanza che uccide i neuroni che si occupano di trasmettere i movimenti ai muscoli.
Ma esiste la pillolina portentosa: si chiama Riluzolo, ed é l'unica sostanza che "blocca" questa sostanza killer. 

Si, tranquilli, quel pensiero mi é venuto: "Perché io?"
Perché devo rientrare in una statistica piú improbabile di una vincita al lotto? Che razza di ricompensa é, per essere rimasto per anni paziente, moderato, tranquillo? Dov'é la giustizia in tutto questo? Tanto valeva essere stronzo e bastardo!
Non serve a nulla. Ma anche se mantieni un cauto ottimismo, devi essere pronto al peggio. 

A questo punto dovrei tornare a casa, ma il programma viene presto modificato in ricovero all'RSA di Cormons. Nel frattempo mi trasferiscono due piani sotto, in cardiologia, in attesa che si liberi un posto per me, e faccio in tempo a vedere un'entusiasta anziano moldavo che nessuno comprende, e assistere ad una crisi cardiaca serale di un signore che s'innervosiva troppo di giorno.

La fascetta che porto al polso mi ricorda che arrivo l'8 luglio a Cormons, al Ricovero Sanitario Ambulatoriale (da qui in poi abbreviato in RSA), presso l'ex ospedale locale: sono attivi alcuni laboratori al piano terra, RSA al primo piano, casa di riposo al terzo e quarto, un bel giardino e due grossi gatti che girano nel prato. Una volta era un ospedale completo, ma a meno di un quarto d'ora dall'ospedale di Gorizia, e il suo destino era segnato.
Arrivo in ambulanza, portato sdraiato in barella, mi sistemano in una camera singola, vista sul cortile interno. 40 posti letto, finisco nella stanza 126. Ma alla sera il sole batte sulla finestra, e illumina il letto. Dai, non é cosí male, anzi.
Dal mio punto di vista si mangia bene. Ben presto comincio le sedute giornaliere di fisioterapia, conosco il personale ed i pazienti, e coi miei 51 anni sono il più giovane. Mi pesano, e scopro di essere dimagrito di 7 chili rispetto alla mia media. L'effetto della pessima nutrizione del mio ultimo mese a casa.

Mi muovo aiutato da un bastone tenuto con la mano destra. Ma é troppo corto, e sto troppo piegato. Peró insisto a muovermi, per recuperare. Ogni giorno faccio più di un'ora di fisioterapia, salgo e scendo una rampa di scale; insomma, mi impegno.
Mi prestano una stampella canadese, e il passo migliora. Mi faccio portare dei fogli A4, e con un tratto Clip improvviso disegni astratti, che faccio per tutto agosto, e poi finiscono sulle pareti. Sulle altre stazionano alcune stampe di miei disegni, e poster artigianali di Kylie Minogue, Jasmine Ghauri e Koda Kumi, e sulla finestra c'é un Tardis, tutto fornito dall'amica Miri. Appeso in alto un peluche del licantropo di Halloween della Kinder, sul comodino la Monster High Draculaura. Questa é la mia casa a tutt'oggi.

Passa a vedermi il fisiatra primario del distretto, e mi giudica promettente. Muovo bene le gambe, lui mi consiglia dei tutori per le mani (arriveranno a settembre) e un supporto per il collo (novembre). Arriva l'esperta che mi dovrebbe dare consigli utili per la vita quotidiana. Quando mi mostra il programma di computer secondo cui potrei continuare a disegnare, realizzo che non ha idea di cosa 'sia' disegnare. E che quando anche la mano destra si chiuderà ad artiglio come già sta facendo la sinistra, saró fottuto.

Eppure insisto. Nell'attesa dei tutori veri, me ne invento uno artigianale con un tempera matite Faber Castel e un elastico, che per un mese riuscirà a raddrizzare un po' le dita indice e medio della mano sinistra. Continuo a muovermi, facendo giri su giri, e ricevendo visite di amici e occasionali parenti. Passo il tempo leggendo Gorki Park e una riduzione di Sharpe, dal Reader's Digest.
Mi portano da casa il tablet, e proseguo qui le letture. Talvolta scendo in giardino, salgo e scendo una rampa di scale e chiacchiero con gli amici in visita.
In agosto mi regalano una SIM Card per navigare, e riottengo l'accesso alla rete, scoprendo che su facebook nessuno aveva notato la mia assenza. Terró un profilo cauto, dando pochi aggiornamenti sulle mie condizioni.
Se recupero abbastanza potrei rientrare presto a casa. É partita la richiesta per l'invalidità, che mi libererà dal ticket medicinale, e in futuro mi potrebbe portare pensione di invalidità e accompagnamento, previa visita medica fiscale. Aspetterò fino a novembre: quando l'appuntamento viene fissato a Gorizia, scioccamente accetto l'opzione "se non potete venire, verremo noi da voi", ignorando che i "tempi" varieranno tra l'infinito e il mai.
Per essere piú stabile, mi forniscono un deambulatore 2+2, 2 ruote e due piedini, e comincio a spostarmi con piú sicurezza. Fino a qui l'entusiasmo é bello carico.

A settembre mi accorgo di un problema: non riesco piú a usare la stampella. E muovermi col deambulatore mi costringe a spostarmi stringendo le impugnature con le mani, annullando i miei tentativi di raddrizzare le dita. Brutte nuove. Devo preoccuparmi?
Non riesco piú a farmi la barba da solo, o lavarmi i capelli. Non posso togliere il cappuccio del TrattoClip, e se ci riesco non posso piú tenerla in mano con pieno controllo. Addio disegni nuovi. 
A ottobre é chiaro che sto peggiorando. Gli amici mi consigliano un consulto a Milano. Sono d'accordo, ma prima voglio un consulto con uno dei neurologi di Gorizia, visto che sono un loro paziente. Il primario della RSA invia la richiesta. 
Sulla mia pelle scopriró alcuni piccoli problemi: mi telefonano da Gorizia, appuntamento fissato tra due settimane. Ma quando arriva il giorno... nulla, nessuno viene a prendermi. Scopriró che a Gorizia avevano "dimenticato" che non ero a casa mia, libero di muovermi, ma a Cormons. "Non é la prima volta che succede!" mi dice il primario. E accadrà ancora, con successivi esami pneumologici.
Tutto rinviato di 10 giorni. Questa volta tutto avviene per bene. Vedo il neurologo. Mi visita. il dialogo seguente é semplificato. "Sto peggiorando..." dico.
Questo é il normale decorso della malattia, dice lei. 
"Devo cambiare cura?"
Assolutamente no.
"Posso chiedere il parere a qualche specialista?"
Certo che sì, é una mia libera scelta.
Tornare a Cormons senza uccidere nessuno é un'impresa. Penso solo che ho sprecato un mese prezioso per nulla. Ma quella sera stessa allerto gli amici di Milano di attivarsi, e l'appuntamento con lo specialista é fissato per i primi di dicembre.

Nel frattempo a novembre piano piano se ne va la voce, che diventa sempre piú impastata e incomprensibile. La mano destra continua a contrarsi, e prendere gli oggetti si complica. 
Rispondere al cellulare? Devo essere sdraiato sul letto, e la voce viene fuori piú chiara. Ma durerà poco, e durante il mese successivo diventa difficile darmi la spinta e sollevarmi da certe sedie, costringendomi a sceglierle solo se hanno braccioli massicci.
Devo inventarmi nuovi modi per tenere cucchiaio e forchetta (a provarci col coltello ho rinunciato da tempo), spostare la sedia in una posizione accessibile, farmi aprire le bottiglie d'acqua dalle infermiere (camice verde) e gli Operatori Socio Sanitari (OSS, camice bianco a bordi arancio), e farmi tagliare la carne ai pasti.
A dicembre l'eccesso di salivazione diventa serio. Già é corresponsabile per la voce sparita, ma anche mangiare e bere diventa un'impresa. Sento la gola piena, il naso pieno. Mi tocca interrompere i pasti perchè il naso sgocciola e mi tocca soffiarmelo subito. E fare attenzione che non vada per traverso quello che bevi. E sbavare mentre mangi diventa una costante. E non é divertente. 
Divento taciturno. La voce viene fuori incomprensibile se sono seduto per mangiare o mi sto spostando sul deambulatore, e vorrei lo capissero tutti quelli che si ostinano a parlarmi. Vorrei fosse lampante che se sono seduto comodamente sul letto parlo meglio, ma non riesco a spiegarmi come vorrei.
Eppure continuo a girare, saluto tutti. Vedo lungo degenti che tornano a casa, guariti. Le signore anziane mi prendono in simpatia, mi salutano quando passo, mi offrono un dolce, mentre divento amico del personale, sono la "presenza costante".

Arriva il giorno della visita. Andata e ritorno in un giorno solo, un viaggio in auto, in un giornata uggiosa, appuntamento alle 16.30. Faticoso, ma a volte ne vale la pena. Attendo circondato da amici, seduto su una carrozzina perché le gambe dopo 5 ore di autostrada sono dure e rigide.
La visita durerà meno di mezz'ora, ma ottengo dei fatti: 1) non mi hanno fatto tutti gli esami necessari, 2) il decadimento é stato troppo rapido, 3) all'età di 51 anni non si puó dire al paziente "si metta il cuore in pace". 4) il primario leggeva Tex.
A gennaio, passate le festività, dovró tornare per quattro giorni, per tutti quegli esami per stabilire "cosa ho". Almeno ho la certezza che una risposta la troveranno, perché si occupano solo di neurologia, e sono all'avanguardia nella ricerca. 

E siamo qui, per l'ennesima volta, ad aspettare dei risultati. Che puó succedere?
Tutto e niente. Forse hanno sbagliato diagnosi a Gorizia, forse no. Forse la medicina non cura perché l'origine è differente, o forse ho semplicemente una malattia "strong". Forse non è curabile, forse lo é in parte e forse si potrà fare qualcosa, forse dovró rinunciare alla Nutella.

"Ma come fai ad essere cosí? Come puoi riuscire a scherzare ancora?"
Perché no? L'alternativa é forse spaccare tutto? Urlare la mia rabbia al mondo? E chi vi dice che non l'abbia fatto? Che non abbia avuto reazioni peggiori? O che mi sia inventato tutto?
É una nostra scelta quella di scegliere cosa e come condividere le nostre esperienze, e quali siano condivisibili e quali invece no.
Mia é la scelta di raccontare questa storia, di non aggiungere fotografie, di fornire informazioni sulle mie condizioni attuali, e che io vi aggiorni su questi fatti su Facebook non vi é nemmeno la certezza. Dipenderà dall'umore, e dal grado di entropia dell'universo in quel momento.

Per tutto il resto, vale la frase finale di un vecchio romanzo di Philip José Farmer, che ammetto di saccheggiare spesso. Ma é maledettamente efficace.
L'unica cosa facile é arrendersi.

sabato 12 dicembre 2015

Uno stagno di felici pesci rossi

L'immagine é bene impressa nei ricordi: sto sfogliando un grosso e pesante numero della rivista americana Preview; probabilmente é quella dell'amico Miha, che di solito la prendeva alla fumetteria di Gorizia di Gianpaolo. E qui rispondo al Chi, Cosa e al Dove. E posso dedurre anche il Quando, visto che quel negozio ha chiuso nel 2011.
Quanto al Perché non é difficile da intuire: la mia era la semplice curiosità di sapere cosa stesse uscendo di fumettistico al di là dell'oceano. Se eri (e lo sei tutt'ora) un'appassionato, la curiosità l'avevi di default. Perché oltre alla Marvel uscivano centinaia di altri fumetti, e quindi valeva sempre la pena di guardare, hai visto mai trovassi qualcosa di interessante.
Oh, era tanta roba, centinaia di pagine e in ogni pagina una decina e oltre di nuove uscite. E ogni mese un numero nuovo. Nuovi fumetti uscivano continuamente, senza fine; di ogni tipo, formato e genere, per tutti i gusti, da Superman a MyMiniPony. Piú o meno il pensiero era lo stesso: buona parte del materiale Marvel l'avresti visto quasi certamente in italiano nei mesi a venire; parte del materiale DC avrebbe diviso quel destino, ma del materiale degli altri editori poco altro.
Per cui talvolta si ordinava in fumetteria una piccola parte di quel materiale che dubitavi di vedere tradotto. E colmavi quella lacuna.

Cosí tutti eravamo felici, piú o meno.
Poi, col tempo, qualcosa cambió, come sempre accade.

Okay, senza fumetteria, niente Miha che prende il preview, ma comunque ogni tanto ti capitava tra le mani un numero di Anteprima, e curiosavi. Sempre molte le uscite indipendenti americane, come sempre...
Ma ora cominciavi a trovare quelle novità anche in italiano. Dapprima Conan (ma te lo dovevi aspettare, e comunque edíto da Panini), ma poi anche il resto. E tra di loro capitavano anche quelle che fino a ieri avresti giudicato "improponibili". E non ci giurerei che tra loro non ci fosse anche MyMiniPony...

Oh, non i singoli numeri da 20 pagine, ma i Paperback che raccoglievano i cicli di storie o le miniserie. Rigorosamente identici in tutto ai Paperback originali, ma in italiano. Eccome se li trovavi. 

L'ultima visita nella fumetteria di Monfalcone (di Gianpaolo, cosa faremmo senza...) vidi la zona dedicata ai comics americani strapiena di titoli. Ed erano diversi da quelli visti due mesi prima, ora finiti sugli scaffali, visibili solo per le loro costoline colorate. E guardando i loro titoli realizzai che erano davvero... tanti. Ma non dovevi meravigliarti, tutte quelle uscite erano state annunciate regolarmente su Anteprima.


Tutto chiaro fino a qui?

Bene. Adesso concentratevi per un istante e provate ad immaginare tutte queste uscite; adesso aggiungete tutte le uscite manga mensili (oltre il centinaio), e poi i volumi francesi, Bonelli e bonellidi, tutte le ristampe che escono abbinate ai quotidiani, più qualsiasi altra cosa io abbia dimenticato. Visualizzatele tutte insieme.

Bene. Ora vi chiedo di ricordate il luogo comune fumettistico (ma dannatamente vero) del momento: "Le vendite dei fumetti oggi sono molto in crisi".
Adesso cercate di andare indietro con la memoria: pensate all'edicola nel 1990, periodo del 'boom' di vendite, tra Bonelli, Star Comics, Play Press, Granata Press e Comic Art (e tutti quelli che dimentico). Comunque la si guardi, l'offerta era minore.
Bene, fine della riflessione, ognuno tragga le sue risposte.

Non so voi, ma io ogni tanto ho delle immagini mentali, dei fotogrammi che abbino a pensieri o situazioni di cui sono testimone.
In una di queste immagini vedo uno stagno abbastanza grande, in un posto paradisiaco: sole, uccellini, coniglietti che saltellano e così via. Una dolce brezza rinfresca il tutto. Nello stagno nuotano e prosperano tanti bei pesci rossi, felici nel loro stagno.
Attorno a questo paradiso ci sono dieci pescatori, con la loro brava canna e le esche sul cappello, che pescano tranquilli, seduti comodi; ognuno in una sua zona speciale e tutti, chi più e chi meno, fanno una pesca soddisfacente. 
Naturalmente dopo ributtano i pesciolini in acqua, liberi di continuare la loro vita felice e di abboccare ad altre lenze.

Ora immaginate questo paradiso vent'anni dopo, più o meno oggi. Sempre il sole e gli uccellini e la brezza, ma lo stagno si é ridotto, ma é pur sempre pieno di felici pesci rossi. 
Ma questa volta i pescatori sono cinquanta. Sono vicini, riempiono quasi ogni riva di quel paradiso. Alcuni hanno le loro solite canne, ma qualcuno si é portato delle reti, altri hanno delle lenze speciali studiate da esperti del campo.
Tutti loro stanno pescando, ma non sono molto soddisfatti: la loro pesca é modesta, si osservano l'un l'altro, per vedere quanti pesci hanno preso i vicini, e un po' di invidia traspare. E qualcuno dopo la pesca non li ributta nemmeno in acqua.

Io lo so, perché sono lì, davanti a tutti loro; sono uno di quei rossi pesci felici. Li osservo i pescatori: li vedo spingersi tra loro, conto tutte le loro canne, e li sento dire che una volta si pescava meglio. Osservo le loro esche sofisticate, le mosche artificiali, le reti e le trappole a ultrasuoni. E provo indifferenza e disinteresse. O forse sono solo sazio... magari ho anche un po' di nostalgia per la vecchia lenza classica col vermicello, perché no? E mentre penso al mio ruolo di pesce in questo stagno, mi chiedo perché nessuno di quei pescatori pensi a ingrandire lo stagno, e aggiungere anche felici pesciolini verdi o blu.
Mentre penso a tutto questo vedo alcuni pesci, sempre gli stessi, gettarsi famelici contro quelle golose lenze; mentre altri si dirigono verso il centro dello stagno, lontani da pescatori e prelibatezze esotiche. Alieni a tutto questo.

I pesci rossi son fatti in questo modo, cosa volete farci? Mutevoli, contraddittori, inaffidabili sulle lunghe distanze.
Ma d'altronde se non fossimo così, forse non saremmo nemmeno felici.

sabato 28 novembre 2015

Il duro lavoro del sognatore



"La città vera e propria iniziava da via Santa Chiara, dopo il ponte sopra la valletta del Corno. Da lì, guardando in lontananza verso viale XX settembre e oltre, verso il fiume Isonzo fuori vista in fondo, era tutto differente.  
Predominava il tono marrone, in tutte le sue tonalità, forse anche per via dell'autunno, ma sicuramente per la terra bruna e i suoi sassi, interrotti da cespugli di rovi disseminati lungo i lati della strada, ora diventata sentiero, e fino a perdita d'occhio. Un po' come le strade di campagna lungo l'Isonzo, se ti incammini in direzione di Salcano.
In lontananza potevi vedere degli alberi, in corrispondenza del parco Coronnini a destra, e il boschetto della valletta sull'altro lato, ma non quelli di oggi: questi parevano tornati ad uno stato selvaggio, come se fate ed elfi avessero ripreso possesso delle loro antiche proprietà.

Di tutti gli alberi del viale, ne rimaneva uno solo, sulla destra del sentiero, ma enorme. Non era uno degli usuali ippocastani, ma piuttosto una quercia nodosa, bassa, larga di base e con grossi rami spioventi in ogni direzione, e irregolarmente simmetrica in alto. Si trovava a circa ad un centinaio di metri da te, poche foglie alle estremità dei rami più sottili. Oltre puoi solo intuire che ce ne siano anche altri, fino a chissà dove. Un po' come in un celebre paesaggio di Renoir, ma questa volta monocolore.
L'erba bruna irregolare ricopriva la superficie che tu ricordavi come marciapiedi, per cui pensandoci ora sei combattuto se questo sia stato il risultato di un dopobomba o un'apocalisse zombie, e non piuttosto un ritorno all'era paleolitica. Diresti la prima, ma l'assenza totale dei lampioni o dei loro scheletri ti convince della seconda.

Oltre il ponte, venendo da dove ti trovavi tu, nulla pareva cambiato, ma meglio non farci troppo affidamento, visto che tu eri anche in piedi e senza bastone. Ma non eri preoccupato di quello che vedi, quanto piuttosto indifferente a quel paesaggio mutato, e questo faceva parte della logica dei sogni."

Adesso lo sai, hai capito che é stato un sogno che hai fatto qualche notte addietro; uno di quelli che fai spesso, con posti impossibili e gente improbabile, in cui cammini senza aiuti esterni (e ti pareva se era vero), fai e dici cose assurde, vai in giro e ti perdi da qualche parte (una costante...). Era il Viale, strada che conosci molto bene, che osservavi da oltre il ponte. Lo avresti percorso, nel sogno lo hai fatto di sicuro, mentre vedevi gente e facevi cose.
Chiaramente la scena si svolgeva nella mia città, quindi é molto probabile che se leggete tutto questo e non conoscete Gorizia, i miei riferimenti non vi aiutino. Pazienza. Tu stesso comunque non ricordi nulla, perché lo hai scordato, come sempre.
Li hai tutti scordati i tuoi sogni, subito appena aprivi gli occhi. Solo talvolta ricordavi qualcosa, almeno per qualche minuto: una persona, un'azione, o un posto, come oggi. Ma appena volgevi lo sguardo su qualcosa di reale, tutto il resto svaniva.

Se dopo ore e giorni ancora lo rammenti, qualcosa forse lo devi fare.
Quindi ti fai un appunto, e poi ci pensi sopra. Un solitario soliloquio, un silenzioso dibattito tra te stesso e te. Oppure, se l'immagine é così nitida, cerchi di disegnarla. E se non puoi disegnarla (fanqulo) perché la mano non ce la fa proprio a seguire il tuo volere, allora provi a descriverla a parole, come se la stessi disegnando.
Se la tua mente lo considera importante, non puoi ignorarlo.

Bene. E ora che lo hai fatto, che accade?
Puoi riflettere, per esempio. Cerchi qualche altra valida spiegazione, per motivare il tempo che gli hai dedicato fino ad ora.
Forse il segnale della mente non é il sogno in se stesso. Mi piace pensare che qualche parte del mio inconscio voglia che io sia cosciente di poter sognare. E non é poca cosa.
Fino a che continuo a sognare vuol dire che esisto. Che continuo a occupare ancora un posto in questo puntino blu che chiamiamo mondo, e me lo tengo stretto.
E questo é sempre importante.

lunedì 2 novembre 2015

Casualità, al piano zero

Qualcuno mi a fottuto. Lo so.
Mi ha rifilato un bidone, ma bello grosso.
Non so quando sia avvenuto, o come si sia sviluppata la transazione, o quale sia stata l'offerta che mi ha convinto. Quello che é sicuro é che é accaduto. Fidatevi.
Un giorno del mio passato, un abile venditore di fumo deve avermi ingannato. Non posso averne la certezza perché quello non ero io: era l'originale, il vero Jack. In fondo é tutta colpa sua. O mia, visto che siamo/eravamo a stessa persona. Ma poi abbiamo preso strade differenti.
Oggi lui é da qualche parte, a spassarsela, e sinceramente non posso fargliene una colpa. Ad un certo momento é possibile che ti stufi: quando vedi accadere solo sfighe di vario genere, vieni dimenticato dalla fortuna, dagli affetti e dal resto. Quando ricevi troppi due di picche. E ad un certo punto ne hai davvero le palle piene. Oh, tranquilli, da fuori non potevate accorgervene. Sono sempre stato bravo ad apparire positivo, a non lasciare trasparire rancori o fastidi. "Testa bassa e non attaccar briga" é uno di quegli insegnamenti cretini che ti inculcano da piccolo. "Se sei onesto  corretto, prima o poi verrai premiato." Salvo poi vedere di continuo che vincono sempre i furbi e i ruffiani. Eh, ad un certo punto raggiungi i tuoi limiti.

Per cui ecco che un giorno devo essermi stufato.
E in quel momento é arrivato questo venditore: ti offre di cambiare. Tutto. Di lasciare questa vita e di ricominciare altrove. Nuova identità, in un posto lontano, pieno di nuove opportunità.
La cosa ti tenta. Ma come puoi mollare davvero tutto? 
Ma lui ha l'asso nella manica che ti convince. Non molli davvero tutto. Te ne vai lontano, ma al tuo posto rimane una tua copia perfetta, che ha una copia della tua memoria, che é convinta di essere te. Un clone, una copia di carne, un duplicato, fate voi.
E così tu vai lontano, ma nessuno soffre, perché nessuno si accorge che non sei tu. Nemmeno lui/io se ne accorge.

La tua copia continua da dove tu hai lasciato: continua il tuo lavoro, si prende carico dei tuoi doveri, sei tu ad ogni effetto. Il cambiamento é avvenuto, forse un anno fa', forse molto prima.

Il problema é che é un bidone. La tua copia é fallata, si consuma nel modo sbagliato, si guasta, ti abbandona in piena autostrada. Perde i capelli, la memoria e l'equilibrio. E da un giorno all'altro non puoi più fare nulla.
Sei una copia di scarsa qualità, e non puoi che assistere inerme alle varie parti che si consumano. Quella "copia perfetta" é solo un rottame, che devi tenere insieme con forza, per impedire che perda pezzi per strada.
L'altro te non ne saprà nulla. Di te non gli interessa, non ti segue, non ti chiede l'amicizia su facebook, sei la sua metà nera, quella di cui vergognarsi. Quella che ti ricorda cosa eri una volta.

"Ma.., ci credi per davvero?"
Dipende.
É più facile credere alla nuda realtà, o seguire elaborate teorie, anche se al limite dell'assurdo? Le seconde almeno ti lasciano una flebile speranza che ci sia una logica, una spiegazione, anche fantastica, che dimostri causa ed effetto in ogni azione, anche in quelle spiacevoli. Sembra assurdo? Dite davvero? 
Eppure molti credono alle scie chimiche, responsabili di tutte le malattie. Quanti sono convinti che le vaccinazioni ci avvelenino, o che tutte le case farmaceutiche complottano per ucciderci? Convinti che  se mangerai vegano vivrai più a lungo, e che l'olio di palma sia peggio dei grassi idrogenati. Che dei terroristi non possano distruggere liberamente dei grattaceli, e dei pazzi sparare per strada, se non per qualche complotto ordito dai servizi segreti.
Quindi che problema c'è se io sostengo di essere una copia fallata? Cosa la distingue dalle vostre certezze?
Perché guardate che l'alternativa é rendersi conto che siamo tutti pedine del caso, io, me stesso e voi.
Che le nostre azioni e i successivi eventi non seguono alcuno schema. Che io mi posso ammalare, altri possono morire, entrambe le cose accadranno senza un motivo. Senza conseguenza di una cattiva azione o comportamento, solo per una semplice e bastarda combinazione del caso. Esattamente come la lotteria che non vincete mai. Casualità allo stadio puro.

E capire di essere pedine del caso, senza diritto di scelta o libero arbritrio non é davvero bello. É freddo, banale, senza un perché. E un perché ci deve essere sempre.
Per continuare ad avere una speranza, una certezza indistruttibile: tutto accade per un motivo, non siamo solo delle molecole di carbonio che si oppongono all'entropia.
Se un motivo non c'é o per quanto ci pensiamo non lo troviamo, possiamo sempre inventarcelo.

Forse potrà sembrarvi assurdo, inverosimile, idiota, o pura fantascienza.
Ma personalmente l'ho trovato molto creativo.

giovedì 22 ottobre 2015

Le voci invisibili


Pensano che non le senti, forse solo perché ormai sei dietro l'angolo, oppure sei passato davanti a loro da poco, nei tuoi lenti giri dell'ospedale e ora dai loro di spalle.

"Povero putél..", "Quanto el me fa pena, pover fiól...", "Vardilo come se trassina, povvero...". 
Sedute sulle loro carrozzine, parcheggiate nell'atrio, davanti alla vetrata che da' sul cortile. Normalmente chiacchierano, raramente della stessa cosa. Talvolta sono distratte da quello che vedono dalla finestra, o discutono del tempo.
In ogni momento può arrivare una distrazione, qualcosa che focalizza i loro commenti. A volte é l'infermiere che fa il giro delle medicine, e talvolta invece questa distrazione sei tu.
Non puoi farci nulla, le senti e basta. Se nessuno sta gridando in quel preciso momento, c'è solo il silenzio, e i bisbigli sottovoce li senti comunque, anche se non ascoltavi.
"Te pensi de star mal, e poi te viodi chil sta pezo de ti...", "Cosí zovine, poverino...", "Pover'omo..."
A dire il vero non bisbigliano. Parlano e basta, convinte che da 10 metri non le senti, e allo stesso modo se rivolgi loro la schiena. Apprezzi che ti diano del giovane, che ti chiamino ragazzo, con i tuoi 51 anni e i capelli sale e pepe. 
Apprezzi di meno che ti compatiscano. Ma d'altronde ti muovi con la stampella, più spesso col deambulatore, talvolta vai spedito e altre ti trascini, e i "buongiorno" che dici ogni mattina vengono fuori ormai impastati, in una voce estranea e quasi incomprensibile che non riconosci come tua.

Chiamatele come volete: comari, vecie, babe de piasa, non é importante una definizione. É un'ospedale, é naturale accada. Non c'é cattiveria, ma solo ingenua sincerità, oltre ad una buona dose di "ciacola", immancabile in questa parte dimenticata d'Italia. Se fossero solo un filo piú discrete lo gradiresti: stai cercando di essere ottimista, di vedere il bicchiere pieno, di uscire dal tunnel, dalla palude di melma, in cui ti sei sentito trascinato in questi ultimi mesi, tuo malgrado. E tutte quelle definizioni che senti bisbigliare ti ricordano perché sei qui, vogliono trattenerti, come tu fossi una cosa loro, esclusiva e privata.
"Non riesso a vardár...", 
Ma insisti, e sopporti. In stanza leggi un libro, ascolti un podcast, e cerchi di tenere la mente impegnata. É impegnativo cercare di non cadere nello sconforto; nel bianco silenzio della stanza puoi esaminare la tua situazione, pensare a tutte le scelte che hai fatto negli ultimi 10 anni, tutte sbagliate tuo malgrado, perché non hai colpe se sei finito in questo vicolo cieco. Ovvio che finisci anche ripensare alle tante cose rimandate in passato, che ora non sai se potrai mai fare. Sei moderatamente incavolato, insomma, e mi dicono essere normale. Anzi, potrei esserlo di piú.
Per cui, care signore, alla fine preferisco che continuate a ciacolare, discutere, cantare, e a compatire quel povero " ragazzo": un po' gli gireranno le palle, è vero, peró lo aiutate a distrarsi.
"Che costanza ch'el ga!", "Vai, ch'el garirà presto!", "Fal ben a caminàr, se il se arende se finía! Brau!"
E poi in fondo, vi vuole bene. Perché spesso fate anche il tifo.
E un po' di sostegno del pubblico é sempre gradito, nella grande commedia della vita. Non ne vorremmo un po' tutti noi?

domenica 27 settembre 2015

Gli innocenti

Pippo fa' un errore, ma non lo ammette. "É colpa di Pappo che non mi ha corretto in tempo".
Nino prende un brutto voto in matematica. "É colpa della maestra che non ha spiegato bene." risponde a mamma, che gli chiede le ragioni.
Gina e Nina litigano mentre sono ad una Fiera gastronomica, e Gina tira il bicchiere (di plastica) di birra contro Nina, che si sposta, e il bicchiere finisce contro un altro signore. Di chi é la colpa? "Di Nina che si é spostata!" grida Gina.
Mick scrive una storia brutta, scontata, prevedibile, i lettori si lamentano, le vendite calano, per Mick la colpa é dei lettori che hanno gusti difficili. E della Playstation, ovviamente.
Un fumetto viene stampato in un numero di coppie ridicolo, e se vende poco é colpa delle edicole. Se non si trova in giro non prendetevela col distributore che non distribuisce, la colpa é del fumetto che interessa poco. 
Pino dirige un film comico che non fa' ridere. La colpa é dei blockbuster americani che ci sottraggono il pubblico. Mara gira in bicicletta alla sera, senza luci, vestita di nero, in una strada buia in una notte senza luna, e per un pelo non viene travolta da un'auto. "É colpa del guidatore dell'auto che doveva stare più attento." la stessa cosa la pensa Mino, anche lui in bicicletta, che  ha voltato a sinistra senza segnalare col braccio, ed ha ottenuto una frenata di un'auto che lo seguiva, che stava per travolgerlo.
Rina ha preso un brutto voto, e pensa che si ingiusto riceverlo solo perché non ha studiato. La colpa é dei genitori, che la stressano e le impediscono di concentrarsi.
Bobo si arrabbia col disegnatore che gli ha ritoccato i disegni poco prima di andare in stampa, non con se stesso che ha disegnato tutte le ombre sbagliate.

Nessuno é più colpevole. La colpa é sempre di qualcun altro. Eppure un giorno lo vorrei davvero trovarne uno, di colpevole. Qualcuno che abbia il coraggio di dire "É colpa mia, scusate". Solo a me lo hanno insegnato? Ma la scuola, i genitori, i nonni, non i hanno mai insegnato ad essere sinceri, sempre?

Bé, ma in fondo perché avrebbero dovuto farlo?
Mi guardo intorno, e capisco subito...
I cattivi maestri che hanno imperversato su stampa e televisione negli ultimi 20 anni non vi hanno insegnato nulla? All'universo e alle folle non piacciono i perdenti, per cui guai a esserlo. E pare che qui abbiano imparato bene.
Cosa possiamo io, noi e voi, se contro abbiamo la televisione, la stampa, le fiction, piene di giustificazioni che noi tutti dobbiamo accettare, per quanto improponibili?

Il politico non fa' quello che promette, ma la colpa é dei ministri che glielo impediscono. L'industriale non ha corrotto il politico, lo ha solo aiutato economicamente nel momento in cui, cambiando schieramento politico, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà. Se regalo un appartamento a quella donna non é perché sia la mia amante, ma la sto solo aiutando in questo momento difficile. Io non dico bugie, é lei che ce l'ha con me. Non é che non vado in parlamento, mi ammazzo di lavoro nel mio studio.
E a livello locale? Se paghi per un'abbonamento ADSL che ti viene garantito ultra veloce e non lo è, la colpa è dei vecchi cavi del tuo quartiere, non del gestore che prometteva mari e monti senza aver prima controllato dove abitavi. Se quella fabbrica va male é colpa degli operai, non del prodotto scarso che si realizzava. Se un'azienda di modellini che andava bene viene venduta ai cinesi, non é colpa dei nuovi dirigenti, ma della recessione del mercato. Se la ristrutturazione della piazza centrale della città é venuta male, ci ha messo troppo tempo a essere finita, e ora cade a pezzi, la colpa é dell'amministrazione precedente, non di questa che non ha fatto nulla mentre i lavori proseguivano ed ha inaugurato il tutto in gran pompa durante la  sua amministrazione.
Se il fiume esce dal suo corso naturale é colpa della pioggia (che cade da milioni di anni) e non di chi ha imbottigliato quel fiume costruendogli attorno tutto il possibile negli ultimi 50 anni.

Ecco. Ormai, ormai ho capito che non serve lamentarmi col mio prossimo. Non ha fatto che seguire l'esempio dei cattivi maestri intorno a lui, che hanno finalmente donato al mondo una generazione di perfetti, tutti sempre e solo innocenti.
Il primo che trova un colpevole faccia un fischio, mi raccomando.