La tua vita non procede proprio come avevi desiderato? Eh, succede. Gli affari vanno male, va male tutto il resto, cosa ti rimane se non lamentarti? Certo, nel tuo caso hai anche una giustificazione per tutto questo: le cose ti vanno male per eredità. Già, la sfiga non si è accanita solo su di te, amico mio, ma ha origini molto più antiche: perché se solo il tuo bisavolo non fosse stato sfortunato, tu oggi saresti ricco.
Howard Hart ha queste convinzioni. Ed è cresciuto con la convinzione che se solo le cose in passato fossero andate in un modo leggermente differente, oggi lui sarebbe ricco. Perché sarebbe l'erede del grande Bret Harte, sicuramente il più grande scrittore americano dell'800.
Ma quello sconosciuto bisavolo in realtà è rimasto per tutta la vita uno scrittore ignorato, oscurato dal talento di un altro talento, che con la sua presenza eclissò tutti gli altri talenti. Un uomo solo.
Il maledetto Mark Twain.
Okay, le seghe mentali ce le facciamo tutti, e così le nostre convinzioni. Ma se hai la fortuna di avere un amico eccentrico che scopre una possibilità effettiva di viaggiare nel tempo senza troppa spesa, rinunceresti alla possibilità di... intervenire? E dare una mano al tuo avo?
In fondo non sarebbe difficile. Lui conosce a memoria la storia di Samuel Clemens, conosciuto ai più come Mark Twain, e si rende conto che se solo qualcosa non fosse andato come andò, l'odiato nemico non avrebbe avuto bisogno di mettersi a scrivere, perché sarebbe diventato ricco prima. E quindi via libera al trisnonno Bret, e alla ricchezza per i suoi eredi. E' sufficente procurarsi vestiti dell'epoca, soldi dell'epoca, anche un testo dattiloscritto di Huckleberry Finn (non si sa mai che possa essere utile), e l'avventura incomincia, nel grande nord della corsa all'oro.
Sì, come in ogni caso anche qui le cose non saranno mai come sembrano, e potrai anche scoprire che Mark Twain non è la persona che credi, o che il tuo avo sia un idiota totale, o anche che la donna della tua vita viva in quell'epoca. O accorgerti che le cose che ti andavano male nel tuo tempo qui sembrano andare decisamente meglio.
Ma non farci troppo affidamento, Howard.
Labirinto del passato, di Kirk Mitchell, uscì su Urania 1148, nel marzo del 1991. Cosa facevate voi in quell'anno? Di certo non navigavate su internet, e non forse avevate nemmeno un cellulare, quindi immaginate un ebook. Usciva il primo numero di Nathan Never, e la Ferrari veniva paragonata ad un camion da uno dei suoi piloti.
E io tra le altre cose seguivo regolarmente le uscite di Urania, e riuscivo anche a leggerli tutti, cosa che solo qualche anno dopo non mi sarà più possibile. E con questo libro mi divertii davvero tanto.
Quando un autore è totalmente sconosciuto, puoi avere sorprese positive o negative. Questo libro rientra nella prima categoria. In seguito scoprì che l'autore era specializzato in ucronie e storie di viaggi nel tempo, e poco altro, e questo bastò a farmi capire che difficilmente ci sarebbe stata una ristampa in futuro.
Unico appunto a quel numero di Urania, la bellissima copertina di Vicente Segrelles richiamava poco il contenuto del libro, invece meravigliosamente chiaro nella copertina dell'edizione americana.
Per cui, se un giorno capitate in qualche mercatino dell'usato, presso qualche bancarella che vende vecchi Urania, date un'occhiata.
E non vi preoccupate, non sarà la mia copia. Quella è al sicuro.
sabato 6 aprile 2013
domenica 24 marzo 2013
Timida, molto AUDACE
Di avere delle strane attitudini sono ben cosciente, e so bene che dall'esterno possono essere viste in modi molto differenti. Oggi, per esempio, pubblico un post su un evento che é finito ormai da tempo. "Hai scelto il momento sbagliato, caro Jack?" mi suggerisce la mia metà razionale.
No, affatto, mi suggerisce la metà che gioca con le micro machine. Perché mai dovrei sentirmi in colpa anche per questo? Il suo scopo non è di fare informazione. Questo non è un blog di notizie fresche, da consultare in cerca di news, ma la raccolta di pensieri e opinioni di un logorroico disegnatore. Non si visita per sapere Cosa accadrà, quanto piuttosto per informarsi su Cosa è accaduto in questo angolo del mondo.
Ecco i punti del problema del povero Jack: quella che segue sarà una breve cronaca di un evento che si è svolto nel corso di tre mesi, che ha ormai terminato il suo percorso. Se lo avessi fatto un mese fa, avrebbe potuto servire a creare interesse, a invitare la gente a visitarlo, avrebbe avuto un'utilità di qualche tipo. Ma appunto, questa sarà solo a mia brevissima e personale cronaca dell'evento, e niente sensi di colpa (detti anche seghe mentali di un disegnatore).
L'attimo fuggente è quindi passato, e nel caso che leggendo questo post vi viene voglia di vederlo... sappiate che è finito. Terminato. Dopo tre mesi. Se l'avete visto siete stati fortunati, se non lo sapevate o lo sapevate ma non l'avete visto, lo siete di meno, se non lo sapevate, non l'avete visto, e comunque non vi avrebbe interessato vederlo, allora siete arrivati in questo blog dalla pagina sbagliata, qualsiasi dato mi diano le statistiche di blogspot.
"Vuoi deciderti a venire ai fatti, chiacchierone che non sei altro?" mi implora il lettore esasperato, che mi ha seguito fino a qui e ancora non ha capito quale sia il soggetto del post. Okay, partiamo subito.
L'Evento di cui parlo è stato la mostra L'Audace Bonelli che si è svolta a Trieste, dal 2 dicembre 2012 al 3 marzo 2013, presso i locali del Salone degli Incanti (ex-Pescheria).
Sentì parlare per la prima volta dell'Audace Bonelli qualche anno fa, al Comicon di Napoli. I motivi per cui mi trovavo là adesso non hanno molta importanza, così come il mistero del perché non abbia fotografie di quell'evento. La mostra era stata inaugurata nella sua prima edizione, in gran spolvero, ed era davvero un evento da ricordare. Dedicata alla storia della casa editrice di Sergio Bonelli, dalle origini a oggi, piena di cimeli e materiale interessante. Uno degli organizzatori, il buon Glauco, girava per quell'edizione del Comicon portandosi sottobraccio un grosso bloc notes. Raccontava che incrociava continuamente addetti ai lavori e conoscenti che gli segnalavano errori sul catalogo, nelle parti storiche o nei riferimenti a fatti ed eventi. Lui si segnava tutto, così quando avrebbero fatto una nuova edizione del catalogo, si sarebbe assicurato che tutto fosse stato corretto, e quell'edizione sarebbe davvero. stata perfetta. All'epoca dubitavi delle sue parole. Quando mai un catalogo di una mostra veniva ristampato? Ma aveva ragione lui, le ristampe arrivarono negli anni successivi, arrivando anche a venire abbinato ad un quotidiano nazionale. E con tutti gli svarioni della prima edizione corretti, qualsiasi fossero.
Di quel catalogo ebbi una copia omaggio, totalmente inaspettata. Non lo sapevo ancora, ma era stata pubblicata anche una pagina da una delle mie prime storie.
Così, quando in autunno mi arriva la telefonata di Glauco che preannunciava questa edizione a Trieste, so di cosa si tratta, e so che sarà fatta maledettamente bene, così come bene era stato fatto quel catalogo. Una parte sarebbe stata dedicata agli autori locali, e quindi mi si chiedeva di scegliere qualche pagina per l'esposizione, e spedirla in redazione, dove si sarebbero occupati dell'allestimento. Per chiudere il cerchio, tra le pagine mandate scelsi anche quella pagina finita sul catalogo.
Ai primi di dicembre avviene la grande inaugurazione. Partecipo e incontro molti colleghi che non vedevo da tempo: Franco DeVescovi, Mario Alberti, Alessandro Pastrovicchio, Romeo Toffanetti, oltre che gli ospiti venuti da lontano, come Luca Enoch, Mauro Marcheselli e Davide Bonelli.
E poi il ricordo della sessione disegni, ma questo non imbarazza, anzi. Quando alla fine della serata ragioni che sulla dozzina di disegni fatti su richiesta ci sono tre Myriam e due Jasmine, capisci che qualsiasi cosa tu faccia ancora da qui all'eternità, qualcosa di quello che hai fatto è già rimasto.
E in quel momento ti dimentichi anche di essere raffreddato, e dei tannini non ti importa davvero nulla.
Enjoy, folks.
PS: il titolo del pezzo è lo stesso di una canzone di Lucio Battisti e Pasquale Panella. Mi piaceva come titolo. E come mi insegnò uno sceneggiatore tanti anni fa, il titolo è l'ultima cosa che a volte inserisci nella tua storia, se non te ne sono venuti in mente altri prima.
No, affatto, mi suggerisce la metà che gioca con le micro machine. Perché mai dovrei sentirmi in colpa anche per questo? Il suo scopo non è di fare informazione. Questo non è un blog di notizie fresche, da consultare in cerca di news, ma la raccolta di pensieri e opinioni di un logorroico disegnatore. Non si visita per sapere Cosa accadrà, quanto piuttosto per informarsi su Cosa è accaduto in questo angolo del mondo.
Ecco i punti del problema del povero Jack: quella che segue sarà una breve cronaca di un evento che si è svolto nel corso di tre mesi, che ha ormai terminato il suo percorso. Se lo avessi fatto un mese fa, avrebbe potuto servire a creare interesse, a invitare la gente a visitarlo, avrebbe avuto un'utilità di qualche tipo. Ma appunto, questa sarà solo a mia brevissima e personale cronaca dell'evento, e niente sensi di colpa (detti anche seghe mentali di un disegnatore).
L'attimo fuggente è quindi passato, e nel caso che leggendo questo post vi viene voglia di vederlo... sappiate che è finito. Terminato. Dopo tre mesi. Se l'avete visto siete stati fortunati, se non lo sapevate o lo sapevate ma non l'avete visto, lo siete di meno, se non lo sapevate, non l'avete visto, e comunque non vi avrebbe interessato vederlo, allora siete arrivati in questo blog dalla pagina sbagliata, qualsiasi dato mi diano le statistiche di blogspot.
"Vuoi deciderti a venire ai fatti, chiacchierone che non sei altro?" mi implora il lettore esasperato, che mi ha seguito fino a qui e ancora non ha capito quale sia il soggetto del post. Okay, partiamo subito.
L'Evento di cui parlo è stato la mostra L'Audace Bonelli che si è svolta a Trieste, dal 2 dicembre 2012 al 3 marzo 2013, presso i locali del Salone degli Incanti (ex-Pescheria).
Sentì parlare per la prima volta dell'Audace Bonelli qualche anno fa, al Comicon di Napoli. I motivi per cui mi trovavo là adesso non hanno molta importanza, così come il mistero del perché non abbia fotografie di quell'evento. La mostra era stata inaugurata nella sua prima edizione, in gran spolvero, ed era davvero un evento da ricordare. Dedicata alla storia della casa editrice di Sergio Bonelli, dalle origini a oggi, piena di cimeli e materiale interessante. Uno degli organizzatori, il buon Glauco, girava per quell'edizione del Comicon portandosi sottobraccio un grosso bloc notes. Raccontava che incrociava continuamente addetti ai lavori e conoscenti che gli segnalavano errori sul catalogo, nelle parti storiche o nei riferimenti a fatti ed eventi. Lui si segnava tutto, così quando avrebbero fatto una nuova edizione del catalogo, si sarebbe assicurato che tutto fosse stato corretto, e quell'edizione sarebbe davvero. stata perfetta. All'epoca dubitavi delle sue parole. Quando mai un catalogo di una mostra veniva ristampato? Ma aveva ragione lui, le ristampe arrivarono negli anni successivi, arrivando anche a venire abbinato ad un quotidiano nazionale. E con tutti gli svarioni della prima edizione corretti, qualsiasi fossero.
Di quel catalogo ebbi una copia omaggio, totalmente inaspettata. Non lo sapevo ancora, ma era stata pubblicata anche una pagina da una delle mie prime storie.
Così, quando in autunno mi arriva la telefonata di Glauco che preannunciava questa edizione a Trieste, so di cosa si tratta, e so che sarà fatta maledettamente bene, così come bene era stato fatto quel catalogo. Una parte sarebbe stata dedicata agli autori locali, e quindi mi si chiedeva di scegliere qualche pagina per l'esposizione, e spedirla in redazione, dove si sarebbero occupati dell'allestimento. Per chiudere il cerchio, tra le pagine mandate scelsi anche quella pagina finita sul catalogo.
Ai primi di dicembre avviene la grande inaugurazione. Partecipo e incontro molti colleghi che non vedevo da tempo: Franco DeVescovi, Mario Alberti, Alessandro Pastrovicchio, Romeo Toffanetti, oltre che gli ospiti venuti da lontano, come Luca Enoch, Mauro Marcheselli e Davide Bonelli.
Frutto della collaborazione tra Sergio Bonelli Editore, Comicon di Napoli, Cappella Underground Trieste, collaborazione, co-edizione, eccetera (per i dettagli trovate la presentazione del sindaco nel filmato che posto in basso). La mostra era davvero spettacolare. Certo, la location che ospitava l'evento era suggestiva di par suo: il Salone degli Incanti una volta era la vecchia pescheria del porto di Trieste, mi racconta l'amico Ferruccio, a due passi dal molo, da dove il pesce veniva scaricato e subito messo in vendita. Ma erano stati altri tempi, quando anche la Stazione Marittima poco lontana era una stazione vera, con relativa ferrovia, e la TV era ancora in bianco e nero.
Adesso, nell'epoca della grande distribuzione e del pesce surgelato, e delle rotaie scomparse nella notte dei tempi, era stato ristrutturato e ribattezzato come salone.
Adesso, nell'epoca della grande distribuzione e del pesce surgelato, e delle rotaie scomparse nella notte dei tempi, era stato ristrutturato e ribattezzato come salone.
Confesso che lo conoscevo già, e quando Glauco mi aveva annunciato la cosa, ero raggiante. E come mai, se non sono di Trieste? Un paio di anni prima l'avevo già visitato, quel salone.
A giugno del 2011 in quella location ebbe luogo un'edizione di mercatino dei fumetti. Sì, mi rendo conto che giugno era un mese impossibile per una fiera fumetti. Sopratutto se hai il mare a 10 minuti a piedi. Però fu molto divertente, e anche un po' paradisiaco essere in una fiera fumetti e contemporaneamente sotto un sole cocente. Perché avvicinandosi l'orario del tramonto, il sole attrraversava il salone, facendoti capire perché qualcuno avesse avuto l'idea di chamarlo Salone degli incanti.
A giugno del 2011 in quella location ebbe luogo un'edizione di mercatino dei fumetti. Sì, mi rendo conto che giugno era un mese impossibile per una fiera fumetti. Sopratutto se hai il mare a 10 minuti a piedi. Però fu molto divertente, e anche un po' paradisiaco essere in una fiera fumetti e contemporaneamente sotto un sole cocente. Perché avvicinandosi l'orario del tramonto, il sole attrraversava il salone, facendoti capire perché qualcuno avesse avuto l'idea di chamarlo Salone degli incanti.
I giochi di luce nel salone erano spettacolari, e non pensavi affatto a come dovesse essere quando in quel salone vendevano il pesce al posto dei fumetti. E probabilmente erano anche più attivi gli acquirenti del pesce negli anni precedenti, rispetto a quelli dei fumetti di quel giorno.
Tutto questo mi venne in mente durante quella telefonata con Glauco, e quindi mandai queste stesse foto in visione in redazione, poiché essendo da Milano, sapevano solo il nome del posto, e poco altro, e fu grazie a loro che ebbero le prime impressioni sulla sala. L'autunno arrivò rapido, e la mostra venne inaugurata una sera di dicembre.
In quanto "autori", a noi venne concesso l'ingresso prima dell'apertura. E fu uno spettacolo.
Ora ne parlo al presente, perché la msotra esiste tuttora come format, e apparirà ancora da qualche altra aprte. Se siete appassionati di arte... arte ce n'e eccome. Se l'aveve letto sul giornale e siete curiosi... ne vale la pena. Ma se siete lettori avidi di fumetti, è diverso. Avete i vostri ricordi, avete i fumetti che ricordate con piacere, perché magari era "Il primo fumetto di tal dei tali che avevi letto", oppure "Il primo di quella serie", o il "Mio primo speciale di Martin Mystère". O quel fumetto che non fu mai, almeno nel nostro altroquando.
E poi, in mezzo a tutto quanto, ci sei anche tu, che ti senti piccolino.
Hai i campanelli personali che tintinnano (qualsiasi suono facciano i campanelli), e ad ogni pannello hai un'emozione differente. E non solo nei fumetti. Anche solo vedere le vecchie macchine da scrivere di Gianluigi e Sergio Bonelli, e quando senti tra i commenti del pubblico chi sussurra "Doveva essere guasta, guarda, manca il tasto del numero 1" capisci che c'è davvero gente che non ha mai avuto una macchina da scrivere sottomano, e che siamo davvero nel 21esimo secolo. E poi ci sei tu, disegnatore distratto, che naturalmente ti ricordi solo a casa che non hai fatto la foto a quella macchina da scrivere.
Comunque, la mostra è/era tutto questo e altro. Ci saranno altre edizioni, in futuro, in qualche altroquando. Per cui aguzzate i sensi, e se arriva nel vostro quartiere, nella vostra città, o nella vostra zona d'Italia, fateci un pensierino. Ma se siete appassionati di fumetti fatene due di pensierini.
A corredo della mostra, quasi ogni weekend era organizzato un incontro col pubblico di un autore arrivato da fuori, in compagnia di un autore locale. L'amico Alessandro Olivo sul suo blog ha pubblicato delle brevi cronache per ogni incontro, davvero interessanti. A me è spettato concludere la lunga serie, con un incontro in compagnia di Paolo Bacilieri, moderati dal grande Dario Fontana. Qui in fondo aggiungo i due filmati girati per l'occasione. Quello del giorno dell'inaugurazione e quello del mio incontro.
Il secondo, appunto, è più breve. Ero raffreddato, parlavo e non avevo molto tempo per filmarmi mentre parlavo (o parlavo o filmavo). E infine il tutto si concludeva con disegni per il pubblico, e in seguito la cena finale in un locale di tipica cucina triestina, quando ti rendi conto che hai scelto la settimana sbagliata per infreddarti, e pensi alle cose che non puoi ordinare per questo motivo.
Alla fine bisogna sempre citare la nota infelice. Quella che impedisce che tutto sia perfetto.
La nota infelice di questo evento fu la mia assoluta ignoranza sui vini della nostra zona, durante la cena degli organizzatori, la sera del giorno dell'inaugurazione. Gli ospiti venuti da fuori chiedevano dei nostri vini, e io dicevo "bho", mentre intorno a me amici e colleghi conoscevano tannini e sapori. "Io sono di Torino, in realtà" rispondevo. Peggio, perché poi chiedevano dei vini piemontesi...
Oh, sì, lo so che non è così grave, ma se la racconto sapete come ridono gli amici? Se vivi vicino al Collio , se sei originario piemontese, non puoi non conoscere i tannini.E poi il ricordo della sessione disegni, ma questo non imbarazza, anzi. Quando alla fine della serata ragioni che sulla dozzina di disegni fatti su richiesta ci sono tre Myriam e due Jasmine, capisci che qualsiasi cosa tu faccia ancora da qui all'eternità, qualcosa di quello che hai fatto è già rimasto.
E in quel momento ti dimentichi anche di essere raffreddato, e dei tannini non ti importa davvero nulla.
Enjoy, folks.
PS: il titolo del pezzo è lo stesso di una canzone di Lucio Battisti e Pasquale Panella. Mi piaceva come titolo. E come mi insegnò uno sceneggiatore tanti anni fa, il titolo è l'ultima cosa che a volte inserisci nella tua storia, se non te ne sono venuti in mente altri prima.
domenica 24 febbraio 2013
Nove cavalieri dai tempi perduti
Il professor Medeot è stato il mio insegnante di Disegno da vero prima, ed Educazione Visiva dopo, in quattro dei miei cinque anni passati all'Istituto Statale d'Arte Max Fabiani di Gorizia, tra il 1978 e il 1983. Molto tempo dopo, quando era diventato vice preside e gli mancava qualche anno alla pensione, passai a trovarlo a scuola, iniziando una tradizione che si sarebbe conclusa solo dopo la pensione sua e di ogni altro insegnante che avevo avuto, privandomi definitivamente di ogni motivo valido per tornarci in seguito. Quel giorno vidi che su una parete del laboratorio teneva un pannello con 9 disegni. Me li indicò con orgoglio, chiedendomi se li riconoscevo. Eh sì, come non avrei potuto? Erano tutti disegni realizzati durante la mia frequentazione, da ragazzi e ragazze della mia classe. Vederli esposti così a vista fu un discreto colpo. Lui sostenenne che c'era anche un disegno mio, anche se io non ero riuscito a riconoscerlo. E mi spiegò che quel cartello era lì dall'anno successivo al nostro diploma.
"Ai miei studenti ho detto che li cambierò quando qualcuno di loro ne avrebbe ottenuto di migliori". E dopo 20 anni erano ancora lì, mai sostituiti. Quel giorno, mi venne il feroce sospetto che Ferocious Hacca avesse davvero vinto la sua battaglia.
A questo punto è ovvio che vi domandiate chi sia Ferocious Hacca, cosa c'entri con questa storia e come diavolo io l'abbia conosciuto.
A dire il vero sicuramente l'avete conosciuto tutti, almeno una volta nella vita. Ne ho la certezza. Perché Ferocious Hacca è ovunque. "Ma insomma, chi è?" insistete a chiedere.
E' facile: è un genio.
O meglio, ha la convinzione di esserlo. In cosa sia superiore alla massa, non è davvero importante. Pittura, disegno, musica, poesia, recitazione, corsa campestre, origami, potrebbe essere ognuna di queste, come anche nessuna. E questo risponde su come l'abbia conosciuto. Ne ho preso conoscenza piano piano, e me lo ritrovo davanti continuamente, ogni volta con un aspetto differente, dietro una faccia giovane o dietro occhi anziani, ma è sempre lui, che non riesce proprio a rimanere non visto nella folla.
Perché vedete, Ferocious è davvero convinto di essere superiore agli altri, di avere talento, ma non un talento normale, ma uno TANTO. Ma è anche convinto che non sia necessario dimostrarlo. A nessuno. Lui lo sa, e altro non serve.
Gli chiedete un ritratto? Un origami di elefante ricavato da un tovagliolo? Il monologo di Amleto? Sì, potrebbe fare tutto ciò, ma non ci prova nemmeno. Lui sa che ogni suo risultato sarebbe migliore di qualsiasi altra cosa fatta da chiunque. E' anche convinto che se ma provasse a darvi retta, a fare quello che gli chiedete, voi sareste sicuramente invisiosi, e non ammettereste mai la sua superiorità, gente meschina che non siete altro. Conosce quali potrebbero essere le vostre critiche:
"Questo origami di elefante sembra più un Dalek, quella sarebbe la proboscide?"
"E questo tu lo chiami un ritratto realistico? Sembra più un manga. Io non ho gli occhi a stelline."
"Guarda che quello non è Shakespeare, ma Jovanotti..."
Invidia, ingratitudine, non riconoscenza del suo genio, gran brutta cosa la cattiveria di chi lo circonda.
Per cui Ferocious Hacca NON vi mostra nulla del suo genio. Ma lui sa. E se siete fortunati, vi dispenserà anche buoni consigli, perché talvolta è generoso.
Voi fate un modellino in plastica? Lui vi darà consigli su come farlo meglio, senza sapere nemmeno che con la colla per polistirene non si può incollare il PVC. Cucini la pasta? Lui ci avrebbe messo il gluone mantecato e il ketchup anche se è un budino. Condisci l'insalata? lui saprebbe farlo meglio. Disegna una storia a fumetti? Non crede che serva il testo, e tutto ovvio di cosa voglia raccontare, anche se tu non capiresti mai che quei triangoli nel cerchio sono dei mercanti d'arte al museo del Louvre, con una lunga e dolorosa storia personale dietro le spalle.
L'insegnante gli chiede di disegnare? Non lo fa, preferisce osservare le evoluzioni dell'aria. E se prende un brutto voto, e l'insegnante che non lo capisce.
Ferocious Hacca ha vinto. Lo vedi guardandoti intorno. Tutti conosciamo qualcuno che è convinto che non serva dimostrare qualcosa. E se non gli credi, peggio per te.
Yes, io non penso in questo modo. Vedete, alle scuole medie avevo questa bizzarra convinzione di essere velocissimo in corsa. Quando correvo da solo e sentivo la forza del vento, mi sentivo il Re del mondo e nessuno era più veloce di me. E un giorno a scuola ci fecero fare i 100 metri piani nell'ora di ginnastica, sul campetto sportivo, e io arrivai terzultimo.
Avevo una convinzione, mi ero testato, e avevo visto che ero stato solo uno sborone. E quindi probabilmente non sarei mai stato nemmeno un perfetto uomo invisibile, e neppure il primo campione di Tennis ambidestro non mancino. Potevo dedicarmi ad altri obbiettivi. Non seguivo il metodo di Ferocious. Non si usava.
La mente corre, e facciamo un ulteriore salto di qualche anno, e arriviamo ad un altro evento collaterale, la Festa dell'Arte. Una manifestazione locale, in cui in una delle piazze minori della città, veniva concesso un pomeriggio agli studenti della scuola (la mia ex scuola) di esporre i loro lavori al grande pubblico, alla fine dell'anno scolastico. Quel giorno, di sabato, non c'era scuola, e nella piazza si sarebbe dovuta tenere una festa, con musica ed esposizioni.
Ci andai un anno, un passaggio distratto, e vidi dei gazebi colorati, e delle tele esposte (sezione pittura), molto tessuti dai disegni e colori spettacolari, (sezione arte del tessuto), statue e monili di legno e pietra (sezione scultura), modellini di edifici e particolari di mobilia in legno (sezione architettura), e diversi visitatori apparentemente interessati. Ma mi ripromisi di tornarci l'anno successivo, cosa che naturalmente scordai, dimenticandomi del giorno di fine scuola. E così per un po'.
L'anno dopo me ne ricordai, e tornai a vedere, e fu subito chiaro che sarebbe stata l'ultima edizione. I gazebi non avevano niente esposto, i ragazzi sedevano e chiacchieravano, e fumavano, e qualcuno beveva birra, ascoltando il concerto di atroce musica rock, in cui sentivo solo il suono della batteria e poco altro, prova definitiva che l'amplificazione non era un'opinione. Di artistico non c'era rimasto nulla, a meno di non voler cercare un qualche schema creativo nella posizione delle lattine di birra vuote sul selciato.
Ferocious Hacca qui aveva ormai vinto. A nessuno interessava mostrare i propri risultati.
Immaginate un'olimpiade in cui nessuno parte per la finale dei cento metri: tutti sono convinti di essere i più veloci...
Eppure serve. Per evitare di credere di essere dei fulmini di centometristi, per capire quali sono i tuoi limiti, e se ci sono, dove lavorare per migliorarli. Per condividere i tuoi risultati con l'universo e tutto quanto, a capire quanto ti manca per raggiungere quel punto in cui eri convinto di essere già arrivato, o anche solo se hai qualche possibilità di arrivarci. Per avere un motivo vero per gasarti o essere sborone. E per spodestare quei nove, tra cavalieri e dame, che ti fissano da quel pannello sul muro della scuola, sfidandoti a fare di meglio.
Oppure hai paura di non essere quello che vorresti essere? Paura di non essere capace, di non essere in grado, di non sapere che fare? Paura di essere una persona come tutte le altre, senza particolari guizzi geniali? Paura che l'insegnante ti cazzi? E' poi così brutto? Devi sempre desiderare di eccellere? perché la società ti bombarda con le competizioni, con le sue gare e i suoi grandi fratelli? Perché la parte dello sconfitto ti terrorizza? E Ferocious Hacca ti fa sentire meglio.
Prova, dannazione. Fai un tentativo. Mostra quello che sai fare. E se vedrai che non lo sai fare come credevi, forse potrai scoprire che ci sono altre cose che saprai fare meglio.
Il quel pannello scolastico, il mio disegno (l'unico non firmato), credo sia il primo da sinistra della seconda fila, non ho molti ricordi al riguardo. Nella mia opinione, quello meno carino, più tradizionale.
Non ho idea se dopo la pensione del professor Medeot quel pannello sia ancora su quel muro, e se sia ancora valida la sua sfida. Ma se fosse così, e un giorno dovessi scoprire che uno di quei disegni è stato sostituito, avrò la prova che Ferocious è stato sconfitto, che c'è ancora speranza, e i cavalieri e le dame in grafite e matite colorate, infissi su quel pannello sono serviti al loro scopo.
Quel giorno brinderò.
Ma temo che Ferocious vorrà avere l'ultima parola e si farà vivo, giusto perché io non creda di essermi liberato davvero di lui; e temo vorrà suggerirmi un modo più comodo e intelligente di tenere il bicchiere per brindare. Perché sicuramente lui lo sà.
"Ai miei studenti ho detto che li cambierò quando qualcuno di loro ne avrebbe ottenuto di migliori". E dopo 20 anni erano ancora lì, mai sostituiti. Quel giorno, mi venne il feroce sospetto che Ferocious Hacca avesse davvero vinto la sua battaglia.
A questo punto è ovvio che vi domandiate chi sia Ferocious Hacca, cosa c'entri con questa storia e come diavolo io l'abbia conosciuto.
A dire il vero sicuramente l'avete conosciuto tutti, almeno una volta nella vita. Ne ho la certezza. Perché Ferocious Hacca è ovunque. "Ma insomma, chi è?" insistete a chiedere.
E' facile: è un genio.
O meglio, ha la convinzione di esserlo. In cosa sia superiore alla massa, non è davvero importante. Pittura, disegno, musica, poesia, recitazione, corsa campestre, origami, potrebbe essere ognuna di queste, come anche nessuna. E questo risponde su come l'abbia conosciuto. Ne ho preso conoscenza piano piano, e me lo ritrovo davanti continuamente, ogni volta con un aspetto differente, dietro una faccia giovane o dietro occhi anziani, ma è sempre lui, che non riesce proprio a rimanere non visto nella folla.
Perché vedete, Ferocious è davvero convinto di essere superiore agli altri, di avere talento, ma non un talento normale, ma uno TANTO. Ma è anche convinto che non sia necessario dimostrarlo. A nessuno. Lui lo sa, e altro non serve.
Gli chiedete un ritratto? Un origami di elefante ricavato da un tovagliolo? Il monologo di Amleto? Sì, potrebbe fare tutto ciò, ma non ci prova nemmeno. Lui sa che ogni suo risultato sarebbe migliore di qualsiasi altra cosa fatta da chiunque. E' anche convinto che se ma provasse a darvi retta, a fare quello che gli chiedete, voi sareste sicuramente invisiosi, e non ammettereste mai la sua superiorità, gente meschina che non siete altro. Conosce quali potrebbero essere le vostre critiche:
"Questo origami di elefante sembra più un Dalek, quella sarebbe la proboscide?"
"E questo tu lo chiami un ritratto realistico? Sembra più un manga. Io non ho gli occhi a stelline."
"Guarda che quello non è Shakespeare, ma Jovanotti..."
Invidia, ingratitudine, non riconoscenza del suo genio, gran brutta cosa la cattiveria di chi lo circonda.
Per cui Ferocious Hacca NON vi mostra nulla del suo genio. Ma lui sa. E se siete fortunati, vi dispenserà anche buoni consigli, perché talvolta è generoso.
Voi fate un modellino in plastica? Lui vi darà consigli su come farlo meglio, senza sapere nemmeno che con la colla per polistirene non si può incollare il PVC. Cucini la pasta? Lui ci avrebbe messo il gluone mantecato e il ketchup anche se è un budino. Condisci l'insalata? lui saprebbe farlo meglio. Disegna una storia a fumetti? Non crede che serva il testo, e tutto ovvio di cosa voglia raccontare, anche se tu non capiresti mai che quei triangoli nel cerchio sono dei mercanti d'arte al museo del Louvre, con una lunga e dolorosa storia personale dietro le spalle.
L'insegnante gli chiede di disegnare? Non lo fa, preferisce osservare le evoluzioni dell'aria. E se prende un brutto voto, e l'insegnante che non lo capisce.
Ferocious Hacca ha vinto. Lo vedi guardandoti intorno. Tutti conosciamo qualcuno che è convinto che non serva dimostrare qualcosa. E se non gli credi, peggio per te.
Yes, io non penso in questo modo. Vedete, alle scuole medie avevo questa bizzarra convinzione di essere velocissimo in corsa. Quando correvo da solo e sentivo la forza del vento, mi sentivo il Re del mondo e nessuno era più veloce di me. E un giorno a scuola ci fecero fare i 100 metri piani nell'ora di ginnastica, sul campetto sportivo, e io arrivai terzultimo.
Avevo una convinzione, mi ero testato, e avevo visto che ero stato solo uno sborone. E quindi probabilmente non sarei mai stato nemmeno un perfetto uomo invisibile, e neppure il primo campione di Tennis ambidestro non mancino. Potevo dedicarmi ad altri obbiettivi. Non seguivo il metodo di Ferocious. Non si usava.
La mente corre, e facciamo un ulteriore salto di qualche anno, e arriviamo ad un altro evento collaterale, la Festa dell'Arte. Una manifestazione locale, in cui in una delle piazze minori della città, veniva concesso un pomeriggio agli studenti della scuola (la mia ex scuola) di esporre i loro lavori al grande pubblico, alla fine dell'anno scolastico. Quel giorno, di sabato, non c'era scuola, e nella piazza si sarebbe dovuta tenere una festa, con musica ed esposizioni.
Ci andai un anno, un passaggio distratto, e vidi dei gazebi colorati, e delle tele esposte (sezione pittura), molto tessuti dai disegni e colori spettacolari, (sezione arte del tessuto), statue e monili di legno e pietra (sezione scultura), modellini di edifici e particolari di mobilia in legno (sezione architettura), e diversi visitatori apparentemente interessati. Ma mi ripromisi di tornarci l'anno successivo, cosa che naturalmente scordai, dimenticandomi del giorno di fine scuola. E così per un po'.
Fino al giorno che ci tornai per un motivo preciso, e per un progetto legato al Punto Giovani locale, e nella primavera del 2005 mi ritrovai a disegnare con un amico nella piazza. Lo scopo era trovare degli artisti volontari per un progetto interessante, ma di cui parlerò un'altra volta ("Storia lunga e dolorosa è, giovane Skywalker", suggerisce il maestro Yoda), la Guida delle Gorizie.
C'erano ancora i gazebo, c'era ancora qualche lavoro esposto (giusto un paio), per il resto abbondava gente seduta e birra e musica, e qualche visitatore tranquillo.
La piazza era piena di studenti della scuola d'arte, ma volontari zero.L'anno dopo me ne ricordai, e tornai a vedere, e fu subito chiaro che sarebbe stata l'ultima edizione. I gazebi non avevano niente esposto, i ragazzi sedevano e chiacchieravano, e fumavano, e qualcuno beveva birra, ascoltando il concerto di atroce musica rock, in cui sentivo solo il suono della batteria e poco altro, prova definitiva che l'amplificazione non era un'opinione. Di artistico non c'era rimasto nulla, a meno di non voler cercare un qualche schema creativo nella posizione delle lattine di birra vuote sul selciato.
Ferocious Hacca qui aveva ormai vinto. A nessuno interessava mostrare i propri risultati.
Immaginate un'olimpiade in cui nessuno parte per la finale dei cento metri: tutti sono convinti di essere i più veloci...
Eppure serve. Per evitare di credere di essere dei fulmini di centometristi, per capire quali sono i tuoi limiti, e se ci sono, dove lavorare per migliorarli. Per condividere i tuoi risultati con l'universo e tutto quanto, a capire quanto ti manca per raggiungere quel punto in cui eri convinto di essere già arrivato, o anche solo se hai qualche possibilità di arrivarci. Per avere un motivo vero per gasarti o essere sborone. E per spodestare quei nove, tra cavalieri e dame, che ti fissano da quel pannello sul muro della scuola, sfidandoti a fare di meglio.
Oppure hai paura di non essere quello che vorresti essere? Paura di non essere capace, di non essere in grado, di non sapere che fare? Paura di essere una persona come tutte le altre, senza particolari guizzi geniali? Paura che l'insegnante ti cazzi? E' poi così brutto? Devi sempre desiderare di eccellere? perché la società ti bombarda con le competizioni, con le sue gare e i suoi grandi fratelli? Perché la parte dello sconfitto ti terrorizza? E Ferocious Hacca ti fa sentire meglio.
Prova, dannazione. Fai un tentativo. Mostra quello che sai fare. E se vedrai che non lo sai fare come credevi, forse potrai scoprire che ci sono altre cose che saprai fare meglio.
Il quel pannello scolastico, il mio disegno (l'unico non firmato), credo sia il primo da sinistra della seconda fila, non ho molti ricordi al riguardo. Nella mia opinione, quello meno carino, più tradizionale.
Non ho idea se dopo la pensione del professor Medeot quel pannello sia ancora su quel muro, e se sia ancora valida la sua sfida. Ma se fosse così, e un giorno dovessi scoprire che uno di quei disegni è stato sostituito, avrò la prova che Ferocious è stato sconfitto, che c'è ancora speranza, e i cavalieri e le dame in grafite e matite colorate, infissi su quel pannello sono serviti al loro scopo.
Quel giorno brinderò.
Ma temo che Ferocious vorrà avere l'ultima parola e si farà vivo, giusto perché io non creda di essermi liberato davvero di lui; e temo vorrà suggerirmi un modo più comodo e intelligente di tenere il bicchiere per brindare. Perché sicuramente lui lo sà.
martedì 12 febbraio 2013
Le solite apparenze
Evento lontano numero 1:
Nel giorno di tale del mese di tal'altro di un anno che non ricordo, probabilmente nel 1994, mi ritrovai a Udine. L'evento era un incontro che si sarebbe svolto in una fumetteria, che in quel lontano momento non erano tante come oggi. Ero solo un appassionato di fumetti, uguale tra gli uguali, di quelli che girano le fiere ed i mercatini, pronti a farsi riempire il taccuino di disegni. Quel giorno Fumettolandia, la fumetteria dell'amico Bruno avrebbe avuto degli ospiti speciali, venuti apposta per l'occasione: Ade Capone, Emanuele Barison e Giulio DeVita, rispettivamente (all'epoca perlomeno) sceneggiatore capo, e due disegnatori del fumetto Lazarus Ledd, che all'epoca vantava il notevole record di essere il "bonellide" (cioè pubblicazione di altri editori ma nel formato classico Bonelli) di maggior diffusione e popolarità.
L'incontro andò bene, Ade venne interrogato, interloquito e interrotto, subissato di domande dal pubblico competente e attento, i disegnatori disegnarono, tutto come ci si immagina accada in questi eventi, rendendola una giornata piacevole da ricordare.
Io rientrai a casa con un disegno di Lazarus e l'autografo di Ade su qualche numero, e abbastanza gasato per l'evento.
Quella serie a fumetti continuò a uscire ancora a lungo, pur non raggiungendo mai vendite particolari, e chiuse solo a 21esimo secolo inoltrato, dopo oltre 100 numeri pubblicati.
Evento lontano numero 2:
Il luogo è sempre lo stesso, fumetteria di Bruno a Udine. L'anno è il successivo. Era un periodo positivo per il mercato dei fumetti. Nei negozi andavano forte gli albi Marvel americani originali, quelli Image e così via. In Italia l'edicola era in fermento, e solo poco tempo prima c'era stato il grande lancio pubblicitario del nuovo settimanale "L'Intrepido", rinnovato per l'occasione con anche (incredibile!) degli spot TV. L'evento aveva avuto il suo anno di gloria, per rientrare ben presto nella precaria instabilità dei fumetti cosiddetti "minori".
Ma una delle serie più popolari di quel settimanale stava uscendo adesso come nuova serie regolare mensile, per un altro editore. Questo nuovo incontro era con il suo autore Luca Enoch, che promuoveva la sua Sprayliz nell'originale (per l'epoca) formato "pocket" (detto anche tascabile, quello di Diabolik e dei neri anni '60/70). La folla era anche maggiore rispetto alla volta precedente, e anche questa volta l'ospite fu molto disponibile, e venne interrogato, interloquito, interrotto e intermezzato dal suo pubblico, competente e attento.
Io rientrai a casa con il mio albetto autografato e un disegno di una Sprayliz originale, soddisfatto.
Non altrettanta soddisfazione ebbe quella sfortunata serie, che chiuse entro il suo primo anno di vita, contribuendo a generare negli editori minori la convinzione che fosse TUTTA colpa del formato.
Evento lontano numero 3:
Il luogo è lo stesso, stesso il tipo di evento, ma gli anni passati sono di più. Siamo nel 2001, l'ospite questa volta sono io, passato ormai dall'altra parte della barricata, e tocca a me fare la promozione per la serie per cui lavoro, Jonathan Steele, uscita da poco con la Sergio Bonelli editore. Il tempo atmosferico non è favorevole, minaccia pioggia. E pioggia sarà, di quelle che ti fanno voglia di rimanere a casa a contarti le dita di una sola mano, ma solo nel pomeriggio, proprio nel momento dell'incontro.
Io ero pronto ad essere cortese, a disegnare ed a venire interrogato, interloquito, interrotto, intermezzato e intervallato dal pubblico. Ero arrivato presto, avevo pranzato ospite in un ristorante i cui gestori erano appassionati di fumetti, e avevo lasciato in cambio un disegno sulla parete fatto con pennarelli e gessetti.
Quel pomeriggio però il pubblico non venne in massa. Se fosse rimasto a casa a contarsi le dita, anche di una sola mano (giusto per fare qualcosa) a causa della pioggia oppure avesse ignorato l'incontro così come ignorava quella serie a fumetti, non mi è dato sapere. Io disegnai per cinque persone, ma un disegno era per il titolare e uno per la sua ragazza, e a questo bisogna aggiungere che uno dei clienti era lì per il precedente Marvel evento, e pioveva e non aveva l'ombrello e allora era rimasto. Per cui un disegnino lo meritava anche lui, se avesse voluto, e infatti volle.
Rientrai a casa un po' deluso, ripetendomi (illuso) che sarebbe andata meglio la volta successiva.
Jonathan continuò ad uscire per molto tempo, chiudendo la sua prima serie molto tempo dopo, e dopo molti e molti numeri.
Tre eventi, stesso luogo, tempi differenti. Pubblico ottimista, entusiasta e indifferente, nell'ordine.
C'era qualcosa da imparare da quell'evento? Qualche tipo di insegnamento da poterci ricavare?
Sì, in effetti c'era.
Primo fatto: al momento in qui erano avvenuti quegli incontri, Jonathan Steele vendeva più delle altre due serie: più di Lazarus (pubblico ottimista) e più di quell'edizione di Sprayliz (pubblico entusiasta).
Secondo fatto: in seguito mi capitò di vedere in diverse fiere di fumetti, incontri col pubblico di autori di personaggi popolari e ben venduti con poca gente, e incontri con serie nuove che avrebbero chiuso di lì a poco con la sala piena di folla. Come si dice, due volte è un caso, ma tre è un complotto.
Insegnamento: la quantità di pubblico ad un'incontro non andava considerato come un evidente segnale del successo di una serie (pioggia permettendo). O almeno, non sempre.
Mai dare per scontato che tanto pubblico che partecipa ad un evento per un personaggio a fumetti voglia anche dire che quel fumetto venderà moltissimo. Le due cose non sono necessariamente collegate.
Apparentemente c'è una legge che regola il tutto, la regola che indica i comportamenti del lettore di fumetti medio. Sorry folks, ma una considerevole percentuale dei lettori che reggono per davvero le sorti di una serie non hanno le abitudini che il lettore di fumetti medio può considerare indispensabili in un lettore di fumetti medio.
Postulato della legge dell'apparenza:
Il vero lettore medio non esterna la propria passione; non parla di fumetti; non partecipa alle fiere di fumetti, o agli incontri con gli autori; non scrive alle redazioni per fare i complimenti a tizio ed a caio; non frequenta i forum di fumetto o le mailing list; non scrive sulle pagine facebook dei personaggi a fumetti; non partecipa ai sondaggi telematici sui fumetti. E forse non è mai entrato in vita sua in una fumetteria.
Ma è quel lettore silenzioso a reggere veramente i destini di una pubblicazione. Il lettore che non fa proprio nulla, a parte leggere quel fumetto, e vivere il resto della propria vita, piena di altra gente e altri giorni.
Tutto il resto è apparenza.
Ecco. Ancora adesso ignoro se tutta quella folla a certi incontri non fosse (e sia anche oggi) composta sopratutto di parenti e amici dei disegnatori o dei redattori, o da ragazzi che cercavano (e cercano) solo un posto per sedersi.
Quando oggi ripenso ai discorsi degli appassionati entusiasti degli anni '90, ci vedo molte cose in comune con il popolo dei frequentatori dei forum di oggi, con gli esperti da fumetteria, e mi sembra che tutt'ora continui a mancare quel collegamento diretto. E penso che si rischia di continuare a cadere in quell'equivoco, nel pensare che tante discussioni nei forum vogliano dire tanto pubblico pagante, che tanta gente in fiera in fila per un disegno significhi tante vendite mensili.
Quando poi vieni a sapere i dati di vendita di quella serie che è finita un anno fa, o di quella che usciva tempo prima, e ricordi tutte le discussioni e le pagine e pagine nei forum, le interviste agli autori nei siti e sulle riviste, e ricordi la fila di appassionati che hai visto a Lucca, a Milano o a Mois Eisnes, e devi arrenderti all'evidenza che la legge dell'apparenza è sempre maledettamente valida. E scoprirlo non ti fa mai piacere.
Perché conosci parte della gente che lavora lì o lavora là, sai cosa provano in quel momento in cui arriva la telefonata che dice "Stiamo andando male, si chiude."
In questi momenti, ho la segreta speranza che di tutto questo se ne accorgano anche altri, che questa non sia solo una riflessione solitaria di un disegnatore che aggiorna il suo blog, che ha capito questo il giorno che ha fatto un solo disegno per pochi fortunati, nel pomeriggio successivo ad un marvel-evento. Forse - proprio forse - c'è bisogno di vedere le cose da questa prospettiva, perché forse se hai sempre i 20 appassionati che vogliono il disegnino, magari non ti viene minimamente in mente. "Altra gente, altri giorni," ricorda.
Ci speri, caro Jack, tu ci speri davvero, non è così? Che della cosa se ne accorgano anche altri?
Non ti viene in mente che forse hai torto marcio, che hai solo rancore perché quellavolta non hai avuto pubblico? Bè, tu continua a sperarci, non essere tu a dare per scontato che non accadrà mai.
E io cosa ho detto? Se succede Due volte è un caso, alla terza è un complotto, ma alla quarta proprio è una cospirazione!
Mai dare per scontato nulla. E intendo proprio nulla. E intendo proprio MAI.
A questo punto so cosa vi state chiedendo. Dopo tutto questo discorso, a voi in realtà interessa solo sapere di quel disegno che feci sulla parete del ristorante (conosco gli appassionati).
Se non l'hanno nel frattempo imbiancato, è possibile che sia ancora là.
Sempre che altra gente e altri giorni non l'abbiano sostituito.
Nel giorno di tale del mese di tal'altro di un anno che non ricordo, probabilmente nel 1994, mi ritrovai a Udine. L'evento era un incontro che si sarebbe svolto in una fumetteria, che in quel lontano momento non erano tante come oggi. Ero solo un appassionato di fumetti, uguale tra gli uguali, di quelli che girano le fiere ed i mercatini, pronti a farsi riempire il taccuino di disegni. Quel giorno Fumettolandia, la fumetteria dell'amico Bruno avrebbe avuto degli ospiti speciali, venuti apposta per l'occasione: Ade Capone, Emanuele Barison e Giulio DeVita, rispettivamente (all'epoca perlomeno) sceneggiatore capo, e due disegnatori del fumetto Lazarus Ledd, che all'epoca vantava il notevole record di essere il "bonellide" (cioè pubblicazione di altri editori ma nel formato classico Bonelli) di maggior diffusione e popolarità.
L'incontro andò bene, Ade venne interrogato, interloquito e interrotto, subissato di domande dal pubblico competente e attento, i disegnatori disegnarono, tutto come ci si immagina accada in questi eventi, rendendola una giornata piacevole da ricordare.
Io rientrai a casa con un disegno di Lazarus e l'autografo di Ade su qualche numero, e abbastanza gasato per l'evento.
Quella serie a fumetti continuò a uscire ancora a lungo, pur non raggiungendo mai vendite particolari, e chiuse solo a 21esimo secolo inoltrato, dopo oltre 100 numeri pubblicati.
Evento lontano numero 2:
Il luogo è sempre lo stesso, fumetteria di Bruno a Udine. L'anno è il successivo. Era un periodo positivo per il mercato dei fumetti. Nei negozi andavano forte gli albi Marvel americani originali, quelli Image e così via. In Italia l'edicola era in fermento, e solo poco tempo prima c'era stato il grande lancio pubblicitario del nuovo settimanale "L'Intrepido", rinnovato per l'occasione con anche (incredibile!) degli spot TV. L'evento aveva avuto il suo anno di gloria, per rientrare ben presto nella precaria instabilità dei fumetti cosiddetti "minori".
Ma una delle serie più popolari di quel settimanale stava uscendo adesso come nuova serie regolare mensile, per un altro editore. Questo nuovo incontro era con il suo autore Luca Enoch, che promuoveva la sua Sprayliz nell'originale (per l'epoca) formato "pocket" (detto anche tascabile, quello di Diabolik e dei neri anni '60/70). La folla era anche maggiore rispetto alla volta precedente, e anche questa volta l'ospite fu molto disponibile, e venne interrogato, interloquito, interrotto e intermezzato dal suo pubblico, competente e attento.
Io rientrai a casa con il mio albetto autografato e un disegno di una Sprayliz originale, soddisfatto.
Non altrettanta soddisfazione ebbe quella sfortunata serie, che chiuse entro il suo primo anno di vita, contribuendo a generare negli editori minori la convinzione che fosse TUTTA colpa del formato.
Evento lontano numero 3:
Il luogo è lo stesso, stesso il tipo di evento, ma gli anni passati sono di più. Siamo nel 2001, l'ospite questa volta sono io, passato ormai dall'altra parte della barricata, e tocca a me fare la promozione per la serie per cui lavoro, Jonathan Steele, uscita da poco con la Sergio Bonelli editore. Il tempo atmosferico non è favorevole, minaccia pioggia. E pioggia sarà, di quelle che ti fanno voglia di rimanere a casa a contarti le dita di una sola mano, ma solo nel pomeriggio, proprio nel momento dell'incontro.
Io ero pronto ad essere cortese, a disegnare ed a venire interrogato, interloquito, interrotto, intermezzato e intervallato dal pubblico. Ero arrivato presto, avevo pranzato ospite in un ristorante i cui gestori erano appassionati di fumetti, e avevo lasciato in cambio un disegno sulla parete fatto con pennarelli e gessetti.
Quel pomeriggio però il pubblico non venne in massa. Se fosse rimasto a casa a contarsi le dita, anche di una sola mano (giusto per fare qualcosa) a causa della pioggia oppure avesse ignorato l'incontro così come ignorava quella serie a fumetti, non mi è dato sapere. Io disegnai per cinque persone, ma un disegno era per il titolare e uno per la sua ragazza, e a questo bisogna aggiungere che uno dei clienti era lì per il precedente Marvel evento, e pioveva e non aveva l'ombrello e allora era rimasto. Per cui un disegnino lo meritava anche lui, se avesse voluto, e infatti volle.
Rientrai a casa un po' deluso, ripetendomi (illuso) che sarebbe andata meglio la volta successiva.
Jonathan continuò ad uscire per molto tempo, chiudendo la sua prima serie molto tempo dopo, e dopo molti e molti numeri.
C'era qualcosa da imparare da quell'evento? Qualche tipo di insegnamento da poterci ricavare?
Sì, in effetti c'era.
Primo fatto: al momento in qui erano avvenuti quegli incontri, Jonathan Steele vendeva più delle altre due serie: più di Lazarus (pubblico ottimista) e più di quell'edizione di Sprayliz (pubblico entusiasta).
Secondo fatto: in seguito mi capitò di vedere in diverse fiere di fumetti, incontri col pubblico di autori di personaggi popolari e ben venduti con poca gente, e incontri con serie nuove che avrebbero chiuso di lì a poco con la sala piena di folla. Come si dice, due volte è un caso, ma tre è un complotto.
Insegnamento: la quantità di pubblico ad un'incontro non andava considerato come un evidente segnale del successo di una serie (pioggia permettendo). O almeno, non sempre.
Mai dare per scontato che tanto pubblico che partecipa ad un evento per un personaggio a fumetti voglia anche dire che quel fumetto venderà moltissimo. Le due cose non sono necessariamente collegate.
Apparentemente c'è una legge che regola il tutto, la regola che indica i comportamenti del lettore di fumetti medio. Sorry folks, ma una considerevole percentuale dei lettori che reggono per davvero le sorti di una serie non hanno le abitudini che il lettore di fumetti medio può considerare indispensabili in un lettore di fumetti medio.
Postulato della legge dell'apparenza:
Il vero lettore medio non esterna la propria passione; non parla di fumetti; non partecipa alle fiere di fumetti, o agli incontri con gli autori; non scrive alle redazioni per fare i complimenti a tizio ed a caio; non frequenta i forum di fumetto o le mailing list; non scrive sulle pagine facebook dei personaggi a fumetti; non partecipa ai sondaggi telematici sui fumetti. E forse non è mai entrato in vita sua in una fumetteria.
Ma è quel lettore silenzioso a reggere veramente i destini di una pubblicazione. Il lettore che non fa proprio nulla, a parte leggere quel fumetto, e vivere il resto della propria vita, piena di altra gente e altri giorni.
Tutto il resto è apparenza.
Ecco. Ancora adesso ignoro se tutta quella folla a certi incontri non fosse (e sia anche oggi) composta sopratutto di parenti e amici dei disegnatori o dei redattori, o da ragazzi che cercavano (e cercano) solo un posto per sedersi.
Quando oggi ripenso ai discorsi degli appassionati entusiasti degli anni '90, ci vedo molte cose in comune con il popolo dei frequentatori dei forum di oggi, con gli esperti da fumetteria, e mi sembra che tutt'ora continui a mancare quel collegamento diretto. E penso che si rischia di continuare a cadere in quell'equivoco, nel pensare che tante discussioni nei forum vogliano dire tanto pubblico pagante, che tanta gente in fiera in fila per un disegno significhi tante vendite mensili.
Quando poi vieni a sapere i dati di vendita di quella serie che è finita un anno fa, o di quella che usciva tempo prima, e ricordi tutte le discussioni e le pagine e pagine nei forum, le interviste agli autori nei siti e sulle riviste, e ricordi la fila di appassionati che hai visto a Lucca, a Milano o a Mois Eisnes, e devi arrenderti all'evidenza che la legge dell'apparenza è sempre maledettamente valida. E scoprirlo non ti fa mai piacere.
Perché conosci parte della gente che lavora lì o lavora là, sai cosa provano in quel momento in cui arriva la telefonata che dice "Stiamo andando male, si chiude."
In questi momenti, ho la segreta speranza che di tutto questo se ne accorgano anche altri, che questa non sia solo una riflessione solitaria di un disegnatore che aggiorna il suo blog, che ha capito questo il giorno che ha fatto un solo disegno per pochi fortunati, nel pomeriggio successivo ad un marvel-evento. Forse - proprio forse - c'è bisogno di vedere le cose da questa prospettiva, perché forse se hai sempre i 20 appassionati che vogliono il disegnino, magari non ti viene minimamente in mente. "Altra gente, altri giorni," ricorda.
Ci speri, caro Jack, tu ci speri davvero, non è così? Che della cosa se ne accorgano anche altri?
Non ti viene in mente che forse hai torto marcio, che hai solo rancore perché quellavolta non hai avuto pubblico? Bè, tu continua a sperarci, non essere tu a dare per scontato che non accadrà mai.
E io cosa ho detto? Se succede Due volte è un caso, alla terza è un complotto, ma alla quarta proprio è una cospirazione!
Mai dare per scontato nulla. E intendo proprio nulla. E intendo proprio MAI.
A questo punto so cosa vi state chiedendo. Dopo tutto questo discorso, a voi in realtà interessa solo sapere di quel disegno che feci sulla parete del ristorante (conosco gli appassionati).
Se non l'hanno nel frattempo imbiancato, è possibile che sia ancora là.
Sempre che altra gente e altri giorni non l'abbiano sostituito.
venerdì 18 gennaio 2013
Quel paese inesplorato
La prima volta fu un caso fortuito. Quando? Tanto tempo fa, prima che fossimo giovani. Ero ad un mercatino di fumetti a livello locale, un singolo appassionato in mezzo alla folla di altri appassionati, e mi trovai a chiacchiere per più di 20 minuti con uno standista appena conosciuto. E ad un certo punto scoprì che pure lui, come me, era un socio dello Star Trek Italian Club. "Sei mai stato da Alberto?" mi domandò lui, riferendosi al presidente del club. No, è troppo lontano da casa mia, risposi, perché la sede di San Michele al Tagliamento era in provincia di Venezia, quindi un po' lontana. "Ma no, è a Latisana, a un'ora da qui. La prossima settimana c'è il suo compleanno, se vuoi venire anche tu, basta che ti metti d'accordo con lui." Fu così che quella sera stessa telefonai per la prima volta al contatto locale del triveneto, e conobbi per la prima volta l'amico Federico. Che mi disse di chiamare direttamente L'ammiragliato per maggiori informazioni sul compleanno. Quindi chiamai lui, l'ammiraglio Alberto, al numero di telefono indicato sulla fanzine del club. E sentì per la prima volta il suo "SAAALVE!". E sapeva benissimo chi ero, perché apprezzava e pubblicava regolarmente sulla fanzine le vignette che io mandavo ogni tanto.
Quella lunga storia era iniziata tutta un po' di anni prima, con un numero: quello della mia prima tessera STIC, della mia iscrizione al club. Le mosche bianche, eravamo considerati allora. E certo, un film ogni due anni, una serie TV che si vedeva raramente, e solo in orari da nottambuli. Nessun'altro sapeva cosa fosse un'Enterprais, nemmeno come diavolo si scrivesse.
Mi sono chiesto spesso caro Alberto, se quando hai compilato quella tessera ti sei soffermato a pensare qualcosa come "Questo è fortunato, un numero netto, facile da ricordare!" Così come hai fatto probabilmente con il 100, il 200, e poi col 500, il 1000, eccetera. A me toccò il 300. Non 299 e nemmeno 301. Trecento, come i guerrieri di Leonida alle Termopili. Impossibile da dimenticare, e infatti lo ricordavate sempre quando dovevo rinnovare, tu e Gabriella. Anno di iscrizione 1988. Abbonato qualche mese dopo avere letto dell'esistenza del club sul Cosmo Informatore della Editrice Nord. Eppure non ti ho conosciuto personalmente prima di quel giorno del 1994 (o era il 1995?). E non avevo ancora idea dell'effetto domino che avrebbe scatenato negli anni a seguire.
Intanto quel primo giorno conobbi te, conobbi Gabriella, e Nicola, ed Ennio, e tanti altri.
La seconda volta invece venni in treno, una domenica. Quaranta minuti fino a Latisana, e poi un passaggio da un volontario fino a San Michele, e oltre, costeggiando il fiume tagliamento, quando sulla destra appariva il cartello "via G. Cassi", e capivi che dovevi svoltare. "Per cosa sta quel G prima del cognome?" ti domandai in uno di quei primi giorni.
"Io lo so," rispondevi allegro "Ma non te lo dico, perché ti lascio indovinare, ma non ci arriverai mai!".
Quel giorno lo impiegammo a impaginare (proprio nel senso di mettere insieme le pagine di carta) un numero dell'Inside, la rivista ufficiale, e fu maledettamente divertente, anche se eravamo solo in 4, e alle 20 avevo il treno del ritorno.
La terza volta per invogliarmi a venire mi dicesti che arrivava anche una ragazza molto carina di Trieste. Ma avevi torto, perché era bellissima.
A cos'avrai pensato in quel momento, amico mio? Quella notte del 2 gennaio di quest'anno, quando un infarto fulminante ti ha portato via, troppo presto, dannazione? Anche tu nato nel 1964, stessi imput giovanili, stesso telefilm visti alla stessa età, poster simili alle pareti, e tanto altro. Avrai avuto il tempo di realizzare che era arrivato anche per te il momento per intraprendere il viaggio verso quel paese inesplorato da cui nessuno ritorna? O sei riuscito a pensare alle persone che ti volevano bene, al vuoto che avresti lasciato nelle loro vite? Ti sei mai reso conto davvero di come anche il solo conoscerti abbia cambiato la vita di molti di noi, che quell'effetto domino era accaduto su grande scala? Che prima di conoscerti ed entrare in contatto con ciò che avevi creato eravamo tante mosche bianche che guardavano qualche vecchio telefilm fantastico o tutti i film fantastici che trovavano. E solo dopo abbiamo imparato che una mosca sola è bianca e niente altro, ma tante mosche sono uno sciame. Ed essere in uno sciame è bello.
Ma come tuo solito l'hai sempre minimizzato, non te la sei mai tirata. Non hai mai pensato di essere stato così importante.
Ora vorrei ricordarti qui, perché ti divertivi a leggere quello che scrivevo, e te lo devo. O almeno vorrei farlo. Ma scrivere non è mai stato così difficile, e le parole sono come macigni, e non ce la farò mai a metterle tutte insieme. Trovare concetti e parole che non sembrino retoriche o scontate, e ho la segreta certezza che fallirei miseramente.
Non ci proverò. Non ne sono capace, lo so. Non insisterò nel dire cosa sei stato, cosa hai fatto di importante, qualcuno sarà di certo più bravo a farlo di quanto non possa riuscirci io. Io non sono un essere logico e razionale, ma una povera unità carbonio, e mi devo adeguare. Scelgo di ricordare l'amico che mi mancherà usando le mille immagini che mi vengono in mente.
Quella mia prima volta - per esempio - fu la prima volta in cui ti rivolgesti a Nicola dicendo "Come sto con la barba?". E da allora l'hai sempre tenuta. Altre immagini: Italia1 che comincia a trasmettere Star Trek: The Next generation nel pomeriggio, a cui tu e Gabri prestavate supervisione per il doppiaggio. Di lì a poco questo evento scatenò un primo grande entusiasmo e creato nuovi appassionati. E d'improvviso mi vedo un gatto che si chiama "Capitan Puccio" (dal "captain patches" originale, ci stava pure bene come abbinamento, accidenti). Puccio, come il tuo storico gatto nero e bianco. Possiamo cominciare.
Certo, c'erano le Sticcon, come dimenticarle? Iniziavano sempre con il tuo "SAAAALVE!" indirizzato al pubblico, e si concludevano con la mega foto di gruppo della domenica sera. Da Modena in poi, per un po' ci fui pure io. E scoprì anche di essere il sosia inconsapevole di Tim Burton. Però là non ti vedevamo mai, perché sia tu che Gabriella eravate sempre impegnati, a fare mille cose e a parlare con mille persone venute da ogni parte d'Italia, che vi vedevano solo in quell'occasione. Ma non era un problema, "Ma ci vediamo la prossima settimana a casa per una pizzata?" dicevate. E si andava avanti fino al lunedì mattina, a contare i sopravvissuti fuori dal centro congressi, per un ultimo saluto e poi tutti pronti a tornare a casa, dove riprendevamo la vita di tutti i giorni, senza romulani, senza klingon, e senza vulcaniani.
Da allora quanti Inside StarTrek da imbustare, francobolli da incollare (con la spugnetta), di tessere rinnovate, di avvisi di rinnovo da inserire nelle buste? Tutti volontari, tutti volti inizialmente sconosciuti, mai più scordati. Quante domeniche passate in questa grande bolgia, a imbustare, francobollare, attaccare etichette, poi solo ad attaccare etichette, e poi solo a imbustare? E poi quando le poste di Latisana non ce la fecero più, quante volte siamo andati direttamente al centro direzionale postale più vicino?
Quante volte abbiamo programmato di vedere un film tutti assieme, ci radunavamo a San Michele e poi tutti in carovana in autostrada fino a Marcon (quasi Venezia), per vedere Titanic, il primo X-Men, o per vedere il primo Matrix. E ogni volta mi ripetevo "Mai più! 200 chilometri per vedere un film? Non è cosa!" Ma era maledettamente divertente, anche per le sovrumane cavolate con cui tutti quanti ridevamo durante il viaggio di ritorno.
Avevi ogni libro disponibile, ogni nuova rivista, ogni fumetto che avesse odore Trek. E se ti chiedevamo di sfogliarli, ci chiedevi di lavarci prima le mani. Pensa a come ti osservavano i nuovi arrivati, a quella strana richiesta? Noi no, avevamo imparato. Eppure una volta mi presentai con un libro che tu non avevi. Ma millantavo credito, perché era un'antologia britannica di racconti, ed era il mio unico libro Trek in lingua inglese. La serie completa rimaneva sempre la tua. E i pupazzetti nelle loro confezioni originali (quasi tutti), e le cose perdute nel tuo studio "Sono sicuramente qui, non è un problema, prima o poi le ritroviamo" quando cercavi di negare la presenza ovvia di una singolarità in qualche oscuro angolo vicino al termosifone. E la leggenda metropolitana di quanto fosse buono il salame con la Nutella, che ci smontasti in un minuto il giorno che osammo chiederti se l'avevi assaggiata davvero.
Fosti tu a insistere molto che dovevo mandare i miei disegni in visione alla Bonelli, perché io ero scettico. Sempre tu a farmi provare la prima divisa, la tua prima da ammiraglio, che aveva cucito tua madre (ora non ci entravi più), divisa che in seguito servì da modello per la mia. E quando mi vedevi indossarla mi dicevi ridacchiando "Ma ricordati che non sei davvero un ammiraglio, eh?".
E i tuoi compleanni. Quando in agosto ci radunavamo da ognidove per partecipare a quell'evento. Ricordavi di quando la notizia finì sul giornale, e ci trovammo alla porta gente che pensava ci fosse una convention? Andasti a rispondere alla porta con un superliquidator ad acqua, già bagnato dalle prime avvisaglie del combattimento all'ultimo sangue (acqua) che ti avrebbe visto vincitore di lì alla fine della sera, ed invitasti i volontari a vedere un filmato a scelta sul megaproiettore in soggiorno, per non scontentarli, tornando subito dopo al superliquidator ed agli agguati nel prato. Quel giorno me lo ricordo bene, perché scoprii che il mio orologio millantava doti impermeabili inesistenti. E poi le grigliate annuali, e un paio di volte anche un banchetto vegano. Cambiavano i dettagli, non l'evento di quella giornata di agosto, in cui quando arrivavo (ma lo ripetevi a tutti quelli del 1964 che già avevano festeggiato) "Ti ho raggiunto, ora abbiamo la stessa età!".
Quando senza mettersi d'accordo tutti ti regalarono confezioni di dietorelle, dalla scatoletta tascabile, al cofanetto per finire col formato fustino? Le mangiasti poi davvero tutte? E quando festeggiavamo anche i nostri di compleanni, da voi. E solo un paio di capodanni, e in uno indossai la mia cravatta azzurra, e sentendomi dire che era quella che avevo da militare mi domandasti come mai fosse azzurra. E io a raccontare tutta la vicenda degli unici DUE battaglioni con la cravatta fuori ordinanza "Per cui io ho quella blu..." spiegavo. "E io ho quella rossa!" mi interrompevi: perché quella storia la conoscevi già benissimo, perché l'altro era stato il tuo battaglione, e ti stavi divertendo come un matto a vedermi raccontare quella storia.
Prima ancora, in piena era analogica, prima di Internet e dello streaming, ci radunavamo un sabato o una domenica da te per le anteprime: fino a 15 persone nel tuo studio, chi arrivato in treno, chi in auto, chi dalla tenda montata nel prato posteriore. Quando Kevin ti spediva dall'america i VHS (rigorosamente in formato NTSC) delle prime puntate di Voyager. Il nostro inglese era modesto, e seguivamo sopratutto le immagini, ma tu fermavi il filmato e ci traducevi certi passaggi (ora l'inglese lo capiamo quasi bene...). A esultare quando ci era piaciuto qualcosa, o a cercare virtuosistici giri di parole, la rava e la fava, quando invece non ci piaceva. Talvolta venivate tu e Gabriella fino a Trieste, per qualche altra visione domestica di gruppo, o per il cinema con il migliore impianto THX della regione (non a Trieste, però). E una volta ti prendesti una passione per i Laserdisc, tu che avevi ancora le videocassette Video2000, con registrato un qualche vecchio telefilm importante, anche se il lettore si era irremediabilmente guastato da anni, e l'ultimo tecnico riparatore si era ormai ritirato a godersi la meritata pensione. Poi arrivò il DVD, ma a casa tua avevi una discreta collezione di videolettori, sia analogici che digitali, degno di un episodio di Cowboy Bebop.
E i capannoni, te li ricordi? Quelle voci incontrollate che giravano sottovoce, che avevate fatto la cresta, che vi eravate arricchiti alle nostre spalle, e costruito "i capannoni", dove tenevate tutta la roba. Talmente esagerata che ti chiedevi come qualcuno potesse crederci. Lo sapevi anche tu, ogni tanto qualcuno usciva sbattendo la porta, contestando le tue scelte. E qualcuno sparlava. Qualcun'altro aggiungeva qualche luogo comune, e il terzo tirava le conclusioni, e queste conclusioni gridavano capannone! "Non è vero, per cui non mi importa." Sarebbe bastato venire a trovarvi, e vedere che non c'erano capannoni nel raggio di 10 chilometri, ma gli scatoloni stivavano ogni angolo della casa. Ti fece male lo scoprire che tra i diffusori di questa voce c'era anche gente che conoscevi?
Il capannone arrivò alla fine, molto tempo dopo, anche se potevi confonderlo con una rimessa, viste le dimensioni, e divenne il magazzino STIC, e in buona compagnia passammo un pomeriggio di una domenica a gettare vecchi VHS che riempivano molti scatoloni, per fare posto a molta altra roba da stivare. Perché la CIC video ti aveva sempre mandato un sacco di roba in visione, ma così, senza impegno (e che non eri mai riuscito a guardare) e noi a turno si leggeva ad alta voce le scritte sulle etichette, per sapere se faceva parte del materiale da salvare, o era da gettare nel rifiuto secco. Io salvai dal materiale condannato 4 VHS di un misterioso "El pajaro loco", troppo curioso di scoprire cosa fosse (vabbè, era Picchiarello/Woody Woodpecker).
Poi tutto si diradò. I mille impegni di tutti quanti, l'imbustamento che passò a Bologna, e gli incontri da te e Gabriella si diradarono. Rimanevano le costanti del tuo compleanno in agosto e qualche serata pub: un giro di mail improvviso che la proponeva, e chi poteva rispondeva. In quelle ormai rare occasioni, per eventi speciali (la vigilia della partenza per gli states di Uno, il ritorno in regione di Due, la prima marmotta che si svegliava e veniva a bussare alla finestra) due o tre volte all'anno (ma anche meno) in cui ogni volta il nostro aspetto cambiava, con i nostri capelli (o la tua barba) che ormai erano color cenere. E si andava avanti a Club Sandwich e Lord Byron, e birre che io non ho mai saputo distinguere (per sceglierla seguivo la marea), e la tua Coca Cola Light, per non parlare delle volte che ti portasti da casa il the speciale, perché eri a dieta, e al barista dicesti "A me niente, grazie, mi sono portato la bevanda da casa.", e tutti gli altri giù a nasconderci sotto il tavolo.
E poi il resto, tra le altre cose. Il condividere le gioie quando le cose andavano bene, l'ascoltare quando le cose andavano male, e i cazzettoni amichevoli quando mi lamentavo troppo delle mie vicende, così come i ceffoni virtuali di Gabriella se facevo la stessa cosa con lei (e per cui la ringrazio ancora). E i racconti sul dietro le quinte degli ospiti, sugli "incidenti" di percorso, sulle sticcon, sui libri o le iniziative trek prossime venture.
L'ultima volta che ci siamo visti era stato a novembre, al centro commerciale di Trieste, per la convention di fumetti, dove ci eravamo trovati davvero in tanti, a sorpresa, attorno al banchetto STIC, senza nemmeno essersi messi d'accordo. In alto ho messo la prima foto che ti scattai. Qui sotto adesso metto l'ultima. Lo so, non è il massimo, ma non puoi mai sapere quale sarà l'ultima foto.
E poi... no, credo che questo possa bastare. Immagino si sia capito il senso del discorso.
Lo sai che solo adesso che non ci sei più sono riuscito a capire (sempre che sia vero) per cosa stava quella G nel nome della strada? In un'articolo su un giornale locale, nell'occasione della notizia della tua morte. E se prendo quello che ha avuto la geniale trovata di convertire il nome Cassio in Cassi, lo faccio correre fino ad un qualsiasi orizzonte degli eventi...
Ecco qua. Sono riuscito finalmente e mettere assieme quasi tutto: so di avere sicuramente scordato cose più importanti, ma non esiste la perfezione, arriva il momento in cui devi dare il final cut, che sia tutto a posto o meno, sopratutto se sei andato a canovaccio, irregolare come le molecole di idrogeno nell'universo.
Solo ricordi, appunto. Ma non li baratterei mai, nemmeno con quelli di avere visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, o raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
Se riesci a sentirci, non devi preoccuparti: le serate al pub le faremo ancora, e Gabriella è sempre una parte della nostra famiglia, perché certe buone abitudini non devono morire, mai. Se le lasci morire, ti lasci morire un po' anche tu.
E quel 2 gennaio è già morto qualcosa dentro tutti noi che ti conoscevamo, e vorremmo fosse l'ultima cosa morta con cui avere a che fare da qui all'eternità.
Eppure quel giorno, quello del tuo funerale, sei riuscito a fare un piccolo miracolo. E non parlo per il sole spettacolare che è sbucato fuori dalle nubi di quel mattino uggioso, mentre eravamo a darti l'estremo saluto in cimitero, anche se è sembrato che da lassù ci stessi dicendo "Sono arrivato, state tranquilli e non litigate, okay?"
Il miracolo è un altro. Tu, che cercavi sempre di mettere pace tra i litiganti, che avevi sempre una buona parola per tutti, che davi sempre un'ultima possibilità ad ogni unità carbonio, ci sei riuscito pure stavolta.
Seppure nel momento estremo, sei riuscito a radunare in un unico posto, in un unico grande abbraccio, gente che non si vedeva insieme da decenni, gente che s'era allontanata sbattendo la porta, così come i millantatori dei capannoni. E tutti insieme non li avevo mai visti, nemmeno alle Sticcon. Tutti uniti nel dolore. Un'impresa statisticamente e umanamente impossibile. Ci sei riuscito, maledizione.
Quando ci siamo radunati nella pizzeria per il pranzo, di colpo quel posto è sembrato diventare una vera Sticcon, con tanti amici colorati che si raccontavano aneddoti che ti riguardavano, e proprio come nelle Sticcon, che alla fine si scattavano la foto assieme, felici di essersi ritrovati TUTTI. In modo che alla fine di quel giorno rimanesse loro almeno un ricordo piacevole.
Se da lassù ci hai visti (e se non hanno qualche arcaico veto per gli alcolici) beviti una Guiness alla nostra salute. Lo so che preferiresti una Coca Cola Zero, ma fai un'eccezione per stavolta, okay?
Un abbraccio.
E a tutti gli altri, chiedo un grosso favore. Solo uno.
Se vi è possibile, vivete per sempre.
Quella lunga storia era iniziata tutta un po' di anni prima, con un numero: quello della mia prima tessera STIC, della mia iscrizione al club. Le mosche bianche, eravamo considerati allora. E certo, un film ogni due anni, una serie TV che si vedeva raramente, e solo in orari da nottambuli. Nessun'altro sapeva cosa fosse un'Enterprais, nemmeno come diavolo si scrivesse.
Mi sono chiesto spesso caro Alberto, se quando hai compilato quella tessera ti sei soffermato a pensare qualcosa come "Questo è fortunato, un numero netto, facile da ricordare!" Così come hai fatto probabilmente con il 100, il 200, e poi col 500, il 1000, eccetera. A me toccò il 300. Non 299 e nemmeno 301. Trecento, come i guerrieri di Leonida alle Termopili. Impossibile da dimenticare, e infatti lo ricordavate sempre quando dovevo rinnovare, tu e Gabriella. Anno di iscrizione 1988. Abbonato qualche mese dopo avere letto dell'esistenza del club sul Cosmo Informatore della Editrice Nord. Eppure non ti ho conosciuto personalmente prima di quel giorno del 1994 (o era il 1995?). E non avevo ancora idea dell'effetto domino che avrebbe scatenato negli anni a seguire.
Intanto quel primo giorno conobbi te, conobbi Gabriella, e Nicola, ed Ennio, e tanti altri.
La seconda volta invece venni in treno, una domenica. Quaranta minuti fino a Latisana, e poi un passaggio da un volontario fino a San Michele, e oltre, costeggiando il fiume tagliamento, quando sulla destra appariva il cartello "via G. Cassi", e capivi che dovevi svoltare. "Per cosa sta quel G prima del cognome?" ti domandai in uno di quei primi giorni.
"Io lo so," rispondevi allegro "Ma non te lo dico, perché ti lascio indovinare, ma non ci arriverai mai!".
Quel giorno lo impiegammo a impaginare (proprio nel senso di mettere insieme le pagine di carta) un numero dell'Inside, la rivista ufficiale, e fu maledettamente divertente, anche se eravamo solo in 4, e alle 20 avevo il treno del ritorno.
La terza volta per invogliarmi a venire mi dicesti che arrivava anche una ragazza molto carina di Trieste. Ma avevi torto, perché era bellissima.
A cos'avrai pensato in quel momento, amico mio? Quella notte del 2 gennaio di quest'anno, quando un infarto fulminante ti ha portato via, troppo presto, dannazione? Anche tu nato nel 1964, stessi imput giovanili, stesso telefilm visti alla stessa età, poster simili alle pareti, e tanto altro. Avrai avuto il tempo di realizzare che era arrivato anche per te il momento per intraprendere il viaggio verso quel paese inesplorato da cui nessuno ritorna? O sei riuscito a pensare alle persone che ti volevano bene, al vuoto che avresti lasciato nelle loro vite? Ti sei mai reso conto davvero di come anche il solo conoscerti abbia cambiato la vita di molti di noi, che quell'effetto domino era accaduto su grande scala? Che prima di conoscerti ed entrare in contatto con ciò che avevi creato eravamo tante mosche bianche che guardavano qualche vecchio telefilm fantastico o tutti i film fantastici che trovavano. E solo dopo abbiamo imparato che una mosca sola è bianca e niente altro, ma tante mosche sono uno sciame. Ed essere in uno sciame è bello.
Ma come tuo solito l'hai sempre minimizzato, non te la sei mai tirata. Non hai mai pensato di essere stato così importante.
Ora vorrei ricordarti qui, perché ti divertivi a leggere quello che scrivevo, e te lo devo. O almeno vorrei farlo. Ma scrivere non è mai stato così difficile, e le parole sono come macigni, e non ce la farò mai a metterle tutte insieme. Trovare concetti e parole che non sembrino retoriche o scontate, e ho la segreta certezza che fallirei miseramente.
Non ci proverò. Non ne sono capace, lo so. Non insisterò nel dire cosa sei stato, cosa hai fatto di importante, qualcuno sarà di certo più bravo a farlo di quanto non possa riuscirci io. Io non sono un essere logico e razionale, ma una povera unità carbonio, e mi devo adeguare. Scelgo di ricordare l'amico che mi mancherà usando le mille immagini che mi vengono in mente.
Quella mia prima volta - per esempio - fu la prima volta in cui ti rivolgesti a Nicola dicendo "Come sto con la barba?". E da allora l'hai sempre tenuta. Altre immagini: Italia1 che comincia a trasmettere Star Trek: The Next generation nel pomeriggio, a cui tu e Gabri prestavate supervisione per il doppiaggio. Di lì a poco questo evento scatenò un primo grande entusiasmo e creato nuovi appassionati. E d'improvviso mi vedo un gatto che si chiama "Capitan Puccio" (dal "captain patches" originale, ci stava pure bene come abbinamento, accidenti). Puccio, come il tuo storico gatto nero e bianco. Possiamo cominciare.
Certo, c'erano le Sticcon, come dimenticarle? Iniziavano sempre con il tuo "SAAAALVE!" indirizzato al pubblico, e si concludevano con la mega foto di gruppo della domenica sera. Da Modena in poi, per un po' ci fui pure io. E scoprì anche di essere il sosia inconsapevole di Tim Burton. Però là non ti vedevamo mai, perché sia tu che Gabriella eravate sempre impegnati, a fare mille cose e a parlare con mille persone venute da ogni parte d'Italia, che vi vedevano solo in quell'occasione. Ma non era un problema, "Ma ci vediamo la prossima settimana a casa per una pizzata?" dicevate. E si andava avanti fino al lunedì mattina, a contare i sopravvissuti fuori dal centro congressi, per un ultimo saluto e poi tutti pronti a tornare a casa, dove riprendevamo la vita di tutti i giorni, senza romulani, senza klingon, e senza vulcaniani.
Da allora quanti Inside StarTrek da imbustare, francobolli da incollare (con la spugnetta), di tessere rinnovate, di avvisi di rinnovo da inserire nelle buste? Tutti volontari, tutti volti inizialmente sconosciuti, mai più scordati. Quante domeniche passate in questa grande bolgia, a imbustare, francobollare, attaccare etichette, poi solo ad attaccare etichette, e poi solo a imbustare? E poi quando le poste di Latisana non ce la fecero più, quante volte siamo andati direttamente al centro direzionale postale più vicino?
Quante volte abbiamo programmato di vedere un film tutti assieme, ci radunavamo a San Michele e poi tutti in carovana in autostrada fino a Marcon (quasi Venezia), per vedere Titanic, il primo X-Men, o per vedere il primo Matrix. E ogni volta mi ripetevo "Mai più! 200 chilometri per vedere un film? Non è cosa!" Ma era maledettamente divertente, anche per le sovrumane cavolate con cui tutti quanti ridevamo durante il viaggio di ritorno.
Avevi ogni libro disponibile, ogni nuova rivista, ogni fumetto che avesse odore Trek. E se ti chiedevamo di sfogliarli, ci chiedevi di lavarci prima le mani. Pensa a come ti osservavano i nuovi arrivati, a quella strana richiesta? Noi no, avevamo imparato. Eppure una volta mi presentai con un libro che tu non avevi. Ma millantavo credito, perché era un'antologia britannica di racconti, ed era il mio unico libro Trek in lingua inglese. La serie completa rimaneva sempre la tua. E i pupazzetti nelle loro confezioni originali (quasi tutti), e le cose perdute nel tuo studio "Sono sicuramente qui, non è un problema, prima o poi le ritroviamo" quando cercavi di negare la presenza ovvia di una singolarità in qualche oscuro angolo vicino al termosifone. E la leggenda metropolitana di quanto fosse buono il salame con la Nutella, che ci smontasti in un minuto il giorno che osammo chiederti se l'avevi assaggiata davvero.
Fosti tu a insistere molto che dovevo mandare i miei disegni in visione alla Bonelli, perché io ero scettico. Sempre tu a farmi provare la prima divisa, la tua prima da ammiraglio, che aveva cucito tua madre (ora non ci entravi più), divisa che in seguito servì da modello per la mia. E quando mi vedevi indossarla mi dicevi ridacchiando "Ma ricordati che non sei davvero un ammiraglio, eh?".
E i tuoi compleanni. Quando in agosto ci radunavamo da ognidove per partecipare a quell'evento. Ricordavi di quando la notizia finì sul giornale, e ci trovammo alla porta gente che pensava ci fosse una convention? Andasti a rispondere alla porta con un superliquidator ad acqua, già bagnato dalle prime avvisaglie del combattimento all'ultimo sangue (acqua) che ti avrebbe visto vincitore di lì alla fine della sera, ed invitasti i volontari a vedere un filmato a scelta sul megaproiettore in soggiorno, per non scontentarli, tornando subito dopo al superliquidator ed agli agguati nel prato. Quel giorno me lo ricordo bene, perché scoprii che il mio orologio millantava doti impermeabili inesistenti. E poi le grigliate annuali, e un paio di volte anche un banchetto vegano. Cambiavano i dettagli, non l'evento di quella giornata di agosto, in cui quando arrivavo (ma lo ripetevi a tutti quelli del 1964 che già avevano festeggiato) "Ti ho raggiunto, ora abbiamo la stessa età!".
Quando senza mettersi d'accordo tutti ti regalarono confezioni di dietorelle, dalla scatoletta tascabile, al cofanetto per finire col formato fustino? Le mangiasti poi davvero tutte? E quando festeggiavamo anche i nostri di compleanni, da voi. E solo un paio di capodanni, e in uno indossai la mia cravatta azzurra, e sentendomi dire che era quella che avevo da militare mi domandasti come mai fosse azzurra. E io a raccontare tutta la vicenda degli unici DUE battaglioni con la cravatta fuori ordinanza "Per cui io ho quella blu..." spiegavo. "E io ho quella rossa!" mi interrompevi: perché quella storia la conoscevi già benissimo, perché l'altro era stato il tuo battaglione, e ti stavi divertendo come un matto a vedermi raccontare quella storia.
Prima ancora, in piena era analogica, prima di Internet e dello streaming, ci radunavamo un sabato o una domenica da te per le anteprime: fino a 15 persone nel tuo studio, chi arrivato in treno, chi in auto, chi dalla tenda montata nel prato posteriore. Quando Kevin ti spediva dall'america i VHS (rigorosamente in formato NTSC) delle prime puntate di Voyager. Il nostro inglese era modesto, e seguivamo sopratutto le immagini, ma tu fermavi il filmato e ci traducevi certi passaggi (ora l'inglese lo capiamo quasi bene...). A esultare quando ci era piaciuto qualcosa, o a cercare virtuosistici giri di parole, la rava e la fava, quando invece non ci piaceva. Talvolta venivate tu e Gabriella fino a Trieste, per qualche altra visione domestica di gruppo, o per il cinema con il migliore impianto THX della regione (non a Trieste, però). E una volta ti prendesti una passione per i Laserdisc, tu che avevi ancora le videocassette Video2000, con registrato un qualche vecchio telefilm importante, anche se il lettore si era irremediabilmente guastato da anni, e l'ultimo tecnico riparatore si era ormai ritirato a godersi la meritata pensione. Poi arrivò il DVD, ma a casa tua avevi una discreta collezione di videolettori, sia analogici che digitali, degno di un episodio di Cowboy Bebop.
E i capannoni, te li ricordi? Quelle voci incontrollate che giravano sottovoce, che avevate fatto la cresta, che vi eravate arricchiti alle nostre spalle, e costruito "i capannoni", dove tenevate tutta la roba. Talmente esagerata che ti chiedevi come qualcuno potesse crederci. Lo sapevi anche tu, ogni tanto qualcuno usciva sbattendo la porta, contestando le tue scelte. E qualcuno sparlava. Qualcun'altro aggiungeva qualche luogo comune, e il terzo tirava le conclusioni, e queste conclusioni gridavano capannone! "Non è vero, per cui non mi importa." Sarebbe bastato venire a trovarvi, e vedere che non c'erano capannoni nel raggio di 10 chilometri, ma gli scatoloni stivavano ogni angolo della casa. Ti fece male lo scoprire che tra i diffusori di questa voce c'era anche gente che conoscevi?
Il capannone arrivò alla fine, molto tempo dopo, anche se potevi confonderlo con una rimessa, viste le dimensioni, e divenne il magazzino STIC, e in buona compagnia passammo un pomeriggio di una domenica a gettare vecchi VHS che riempivano molti scatoloni, per fare posto a molta altra roba da stivare. Perché la CIC video ti aveva sempre mandato un sacco di roba in visione, ma così, senza impegno (e che non eri mai riuscito a guardare) e noi a turno si leggeva ad alta voce le scritte sulle etichette, per sapere se faceva parte del materiale da salvare, o era da gettare nel rifiuto secco. Io salvai dal materiale condannato 4 VHS di un misterioso "El pajaro loco", troppo curioso di scoprire cosa fosse (vabbè, era Picchiarello/Woody Woodpecker).
E poi il resto, tra le altre cose. Il condividere le gioie quando le cose andavano bene, l'ascoltare quando le cose andavano male, e i cazzettoni amichevoli quando mi lamentavo troppo delle mie vicende, così come i ceffoni virtuali di Gabriella se facevo la stessa cosa con lei (e per cui la ringrazio ancora). E i racconti sul dietro le quinte degli ospiti, sugli "incidenti" di percorso, sulle sticcon, sui libri o le iniziative trek prossime venture.
L'ultima volta che ci siamo visti era stato a novembre, al centro commerciale di Trieste, per la convention di fumetti, dove ci eravamo trovati davvero in tanti, a sorpresa, attorno al banchetto STIC, senza nemmeno essersi messi d'accordo. In alto ho messo la prima foto che ti scattai. Qui sotto adesso metto l'ultima. Lo so, non è il massimo, ma non puoi mai sapere quale sarà l'ultima foto.
E poi... no, credo che questo possa bastare. Immagino si sia capito il senso del discorso.
Lo sai che solo adesso che non ci sei più sono riuscito a capire (sempre che sia vero) per cosa stava quella G nel nome della strada? In un'articolo su un giornale locale, nell'occasione della notizia della tua morte. E se prendo quello che ha avuto la geniale trovata di convertire il nome Cassio in Cassi, lo faccio correre fino ad un qualsiasi orizzonte degli eventi...
Ecco qua. Sono riuscito finalmente e mettere assieme quasi tutto: so di avere sicuramente scordato cose più importanti, ma non esiste la perfezione, arriva il momento in cui devi dare il final cut, che sia tutto a posto o meno, sopratutto se sei andato a canovaccio, irregolare come le molecole di idrogeno nell'universo.
Solo ricordi, appunto. Ma non li baratterei mai, nemmeno con quelli di avere visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, o raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
Se riesci a sentirci, non devi preoccuparti: le serate al pub le faremo ancora, e Gabriella è sempre una parte della nostra famiglia, perché certe buone abitudini non devono morire, mai. Se le lasci morire, ti lasci morire un po' anche tu.
E quel 2 gennaio è già morto qualcosa dentro tutti noi che ti conoscevamo, e vorremmo fosse l'ultima cosa morta con cui avere a che fare da qui all'eternità.
Eppure quel giorno, quello del tuo funerale, sei riuscito a fare un piccolo miracolo. E non parlo per il sole spettacolare che è sbucato fuori dalle nubi di quel mattino uggioso, mentre eravamo a darti l'estremo saluto in cimitero, anche se è sembrato che da lassù ci stessi dicendo "Sono arrivato, state tranquilli e non litigate, okay?"
Il miracolo è un altro. Tu, che cercavi sempre di mettere pace tra i litiganti, che avevi sempre una buona parola per tutti, che davi sempre un'ultima possibilità ad ogni unità carbonio, ci sei riuscito pure stavolta.
Seppure nel momento estremo, sei riuscito a radunare in un unico posto, in un unico grande abbraccio, gente che non si vedeva insieme da decenni, gente che s'era allontanata sbattendo la porta, così come i millantatori dei capannoni. E tutti insieme non li avevo mai visti, nemmeno alle Sticcon. Tutti uniti nel dolore. Un'impresa statisticamente e umanamente impossibile. Ci sei riuscito, maledizione.
Quando ci siamo radunati nella pizzeria per il pranzo, di colpo quel posto è sembrato diventare una vera Sticcon, con tanti amici colorati che si raccontavano aneddoti che ti riguardavano, e proprio come nelle Sticcon, che alla fine si scattavano la foto assieme, felici di essersi ritrovati TUTTI. In modo che alla fine di quel giorno rimanesse loro almeno un ricordo piacevole.
Se da lassù ci hai visti (e se non hanno qualche arcaico veto per gli alcolici) beviti una Guiness alla nostra salute. Lo so che preferiresti una Coca Cola Zero, ma fai un'eccezione per stavolta, okay?
Un abbraccio.
E a tutti gli altri, chiedo un grosso favore. Solo uno.
Se vi è possibile, vivete per sempre.
lunedì 31 dicembre 2012
Miaoegizi e idiozia
Arriva l'anno nuovo, caro Jack, e pochi giorni dopo compirai gli anni, ma comunque rimarrai sempre di un anno più giovane di Brad Pitt. Un anno in cui continuerai a sperare che le cose possano andare davvero meglio per te, per i tuoi amici e le persone care, e anche per gli altri. Perché ti sei stufato di sentire notizia di gente che non c'è più, di editori che non pagano e altre pessime notizie.
Eppure, nell'attesa di un nuovo anno pieno di buone nuove, in cui pensi a quali buoni propositi richiedano il maggiore impegno, che è esattamente quello fai ad ogni capodanno (ben sapendo che non vedrai alcun progresso al riguardo) è bello che tu concluda questo anno di blog con un 24esimo post, raggiungendo in questo modo il ragguardevole record di una media di due post al mese, che per i tuoi ritmi è comunque un bel risultato. Visto che non usi il blog per postare materiale nuovo, ma ti perdi in virtuose elucubrazioni di dubbia utilità per la vita, l'universo, e tutto quanto.
Riprendo a parlare in prima persona, cosa che non faccio troppo spesso qui, ma diamine, è l'ultimo dell'anno e quindi si può fare. E con cosa lo concludo? Scrivo di massimi sistemi, mi impegno in qualche impegnativo esercizio specifico per Nerd o simili amenità? No, niente di tutto questo, oggi mi limito a segnalare una di quelle notizie che ti sembrano assurde quando te le raccontano, a cui non credi quando le leggi tu stesso, ma che quando capisci essere vere ti rendi conto che quando sarai tu a raccontarla non ti crederà nessuno.
La prima notizia l'avevo letta sul sito del Fatto Quotidiano, e sembrava davvero incredibile. Qualche giorno dopo mi è tornata in mente, e ho voluto controllare su google.com, inserendo alcune parole chiave, e la risposta è stata positiva: sì, tutto vero.
Amici miei, che ci crediate o no, negli Stati Uniti d'America, il paese che ci ha dato Guerre Stellari e Star Trek, la gomma americana, la Apple e Windows, lo Shuttle e le missioni Apollo e McDonald's e un miliardo di altre cose interessanti, potete fare davvero molte cose. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che con una semplice autocertificazione potete entrare in possesso di un'arma automatica, ma non di quelle ad aria col tappino rosso sulla canna, col motorino che ti simula il rumore, che sembrano vere, ma di quelle vere davvero, come quelle purtroppo diventate celebri per le recenti stragi nelle scuole degli states.
Ebbene, in quel lontano paese ci sono anche cose che non potete fare, è questo è ovvio.
Ma una di queste, la protagonista di questo 24esimo post, è che non potete possedere un'ovetto Kinder, con la sua sorpresina interna. State rischiando grosso, perché la loro vendita è proibita, e se vi beccano in aeroporto con qualcuno di questi pericolosissimi ovetti, rischiate l'arresto. Ne trovate notizia in giro, ne trovate le reazioni incredule, e purtroppo non è una bufala come ti piacerebbe credere. Perché un bimbo potrebbe inghiottire ovetto e capsula, e soffocare, per cui è compito della legge tutelarlo.
Lo so, anche io penso che un ragazzino che inghiotte ovetto e capsula sia maledettamente stupido, ma la legge è legge, in ogni parte del mondo, e quindi mi tengo per me cosa augurerei a tale bimbo.
Penso alla notizia, accetto la cosa e quindi arrivo alla sola conclusione possibile. Realizzo che i ragazzini americani e gli adolescenti e gli adulti tutti, non potranno mai collezionare i Miaoegizi, o le Tartallegre. Ecco.
Questa è una di quelle cose che ti danno da pensare.
Queste collezioni rimarranno un nostro privilegio.
E scusate se è poco...
Buon 2013 a tutti,
Il vostro Giacomo, Jack per gli amici
Eppure, nell'attesa di un nuovo anno pieno di buone nuove, in cui pensi a quali buoni propositi richiedano il maggiore impegno, che è esattamente quello fai ad ogni capodanno (ben sapendo che non vedrai alcun progresso al riguardo) è bello che tu concluda questo anno di blog con un 24esimo post, raggiungendo in questo modo il ragguardevole record di una media di due post al mese, che per i tuoi ritmi è comunque un bel risultato. Visto che non usi il blog per postare materiale nuovo, ma ti perdi in virtuose elucubrazioni di dubbia utilità per la vita, l'universo, e tutto quanto.
Riprendo a parlare in prima persona, cosa che non faccio troppo spesso qui, ma diamine, è l'ultimo dell'anno e quindi si può fare. E con cosa lo concludo? Scrivo di massimi sistemi, mi impegno in qualche impegnativo esercizio specifico per Nerd o simili amenità? No, niente di tutto questo, oggi mi limito a segnalare una di quelle notizie che ti sembrano assurde quando te le raccontano, a cui non credi quando le leggi tu stesso, ma che quando capisci essere vere ti rendi conto che quando sarai tu a raccontarla non ti crederà nessuno.
La prima notizia l'avevo letta sul sito del Fatto Quotidiano, e sembrava davvero incredibile. Qualche giorno dopo mi è tornata in mente, e ho voluto controllare su google.com, inserendo alcune parole chiave, e la risposta è stata positiva: sì, tutto vero.
Amici miei, che ci crediate o no, negli Stati Uniti d'America, il paese che ci ha dato Guerre Stellari e Star Trek, la gomma americana, la Apple e Windows, lo Shuttle e le missioni Apollo e McDonald's e un miliardo di altre cose interessanti, potete fare davvero molte cose. Stendiamo un velo pietoso sul fatto che con una semplice autocertificazione potete entrare in possesso di un'arma automatica, ma non di quelle ad aria col tappino rosso sulla canna, col motorino che ti simula il rumore, che sembrano vere, ma di quelle vere davvero, come quelle purtroppo diventate celebri per le recenti stragi nelle scuole degli states.
Ebbene, in quel lontano paese ci sono anche cose che non potete fare, è questo è ovvio.
Ma una di queste, la protagonista di questo 24esimo post, è che non potete possedere un'ovetto Kinder, con la sua sorpresina interna. State rischiando grosso, perché la loro vendita è proibita, e se vi beccano in aeroporto con qualcuno di questi pericolosissimi ovetti, rischiate l'arresto. Ne trovate notizia in giro, ne trovate le reazioni incredule, e purtroppo non è una bufala come ti piacerebbe credere. Perché un bimbo potrebbe inghiottire ovetto e capsula, e soffocare, per cui è compito della legge tutelarlo.
Lo so, anche io penso che un ragazzino che inghiotte ovetto e capsula sia maledettamente stupido, ma la legge è legge, in ogni parte del mondo, e quindi mi tengo per me cosa augurerei a tale bimbo.
Penso alla notizia, accetto la cosa e quindi arrivo alla sola conclusione possibile. Realizzo che i ragazzini americani e gli adolescenti e gli adulti tutti, non potranno mai collezionare i Miaoegizi, o le Tartallegre. Ecco.
Questa è una di quelle cose che ti danno da pensare.
Queste collezioni rimarranno un nostro privilegio.
E scusate se è poco...
Buon 2013 a tutti,
Il vostro Giacomo, Jack per gli amici
sabato 15 dicembre 2012
E tutti risero, ma non capirono perché
Ridere. Riuscire a fare ridere. Essere comici. Strappare un sorriso. Provocare una risata.
Sembra facile. Potrebbe davvero essere così semplice? La storia del mondo è piena di ottimi comici, di scrittori brillanti, di situazioni comiche. E anche nei fumetti. Ne hai letti di testi comici, vero? E anche di fumetti, giusto?
E ricordi le risate, ricordi bene i momenti in cui avevi dovuto interrompere la lettura perché dovevi ridere. Ridevi per Douglas Adams, ridevi per Altai & Jonson, ridevi con Paperino e con Asterix.
Oggi sarà la stessa cosa, pensi. E ti guardi intorno.
Un po' di tempo fà... un editore pubblica una nuova testata a fumetti, dichiaratamente comica. Dovrebbe fare copia con un'altra testata comica di provato successo, questa è la sfida. La prendi perché hai fiducia negli autori. La leggi e... non ridi. Sì, sorridi, la situazione è buffa, ma... non interrompi la lettura con una risata, come ti capita con l'altra testata comica. E ti domandi dove sia il problema? Dove sta l'errore?
Esattamente ieri invece leggi l'anteprima di una nuova testata comica a fumetti che si preannuncia esilarante. E ugualmente non ridi.
Abbiamo un problema. E il problema fondamentale è: non fa' ridere, o semplicemente non fa' ridere te?
Può essere che il problema fondamentale stia in questo paziente, che non riesce a stare al passo coi tempi, e non ha capito che oggi la risata funziona così e non cosà?
Questa soluzione non scartarla a priori, giovane Jack. Perché ognuno di noi ha avuto un'educazione che è il risultato dei suoi tempi. La tua adolescenza per esempio è finita prima dei tempi dei cartoni animati con le sigle di Cristina d'Avena, prima dell'avvento della tv a colori, prima dei pomeriggi pieni di televisione e MOLTO prima della moda dei film in 3D. Quindi niente dell'educazione fondamentale degli anni '80, niente Drive-in, niente Dragonball, niente Stanlio e Ollio a colori e simili aberrazioni. Per cui forse sei davvero tu ad essere fuori tempo, a essere inadatto a capire queste nuove generazioni di comici e storielle brillanti.
E' come quella strada di mattoncini colorati che hai fotografato tempo fa. I paletti nel mezzo e tutti vanno a destra, e il colore dei mattoncini è ormai scomparso. Lo sporco delle gomme, la direzione obbligata. Tu sei un pedone, fai un'altra strada, e vedi ancora i colori delle mattonelle. E basi le tue reazioni e le tue emozioni su quello. Ma non stai seguendo la corrente, e la strada che fai non è quella giusta. E quando prenderai l'auto farai anche tu quel tragitto grigio. Sì, ma intanto vedo i mattoncini colorati.
Basta disquisizioni su cose ed esseri, su risi e bisi, per quest'anno abbiamo già dato. Ma se i tempi della risata sono mutati, devi cercare di capire bene dove sbagli. Per cui urge che passi qualche ora tra vecchi albetti, fotocopie sbiadite e cartelle impolverate (tanto fuori piove e sei fortunato che non nevichi), puoi dedicare il tuo sabato mattina a questa inchiesta fondamentale su di te: per cercare di capire dove e quando hai perso il contatto con il mondo di oggi e il suo umorismo, quando hai lasciato il percorso di mattoncini grigi. Prendilo come un compito di fine anno.
In anni lontani, cominciai a disegnare delle vignette umoristiche in tema Star Trek, che vennero pubblicate dagli amici dello Star Trek Italian Club sulla rivista ufficiale. Gli spunti erano potenzialmente tanti, e tante erano le serie su cui basarsi. Per esempio, prendiamo la vecchia serie classica, quella del 1968 col capitano Kirk e Spock.
E pensi che si possa ridere, se non si è visto il telefilm di riferimento, per cui non si conoscono le citazioni? Bella domanda.
(come al solito, per vederle più in grande e riuscire almeno a LEGGERE qualcosa, premete sull'immagine)
In effetti è dura. Se devo giudicare dai tempi direi di no, non sono più comiche. Rotta non fa rima con rutto, non c'è quella volgarità necessaria al giorno d'oggi. Eppure io sorrido ancora.
Proseguiamo l'esame. Proviamo con qualcosa di più moderno, come i Borg della serie Star Trek: The Next Generation del 1988..
Dai, queste funzionano ancora, no?
Bè, anche qui mescolavi la risata intellettuale con la gag di Stanlio e Ollio. Risata facile, ma stereotipata. No, nemmeno questa funzionerebbe adesso.
Proseguiamo. E la vecchia serie TV UFO? Quella del comandante Straker e Base Luna e gli Shado mobili? Ma chi se la ricorda più? Ha senso cercare di fare ridere sui loro alieni minacciosi?
Non le trovi ancora spassose?
No, chi se la ricorda più quella serie? Serve qualcosa di più moderno.
Per esempio Spazio 1999, altra serie TV degli anni passati (è del 1975).
Queste fanno ridere, decisamente. Non credi?
Mah... l'esegesi della forma, la ineluttabilità del messaggio, il quid invocativo dell'essenza interiore, la gestalt hegeliana, la rava e la fava, il progresso del linguaggio, la modernità, con la supercazzola come se fosse Antani.
E oggi cosa fai? Disegno anche vignette umoristiche su pizza e pizzaioli, per la rivista Pizza Press.
Far ridere sulla pizza? Ma che razza di idea è? Cosa si può trovare di comico su pizza e pizzaioli?
Vabbè. E' una battaglia persa, giovane Jack. Il discorso non è chiaro, non ti spieghi, non arrivi ad un dunque, non domini il qui pro quo, eviti il quorum dell'io interiore e non rispondi al decostruzionismo del modernariato.
E tutto quanto sembra solo una scusa per ripubblicare tue vecchie vignette, e questa è una marchetta bella e buona. Perché lo fai?
Perché il blog è mio. E poi perché è quasi Natale. Un regalo per i lettori del Blog?
Ups...sì, questo in effetti ci può stare. Come non detto.
Sembra facile. Potrebbe davvero essere così semplice? La storia del mondo è piena di ottimi comici, di scrittori brillanti, di situazioni comiche. E anche nei fumetti. Ne hai letti di testi comici, vero? E anche di fumetti, giusto?
E ricordi le risate, ricordi bene i momenti in cui avevi dovuto interrompere la lettura perché dovevi ridere. Ridevi per Douglas Adams, ridevi per Altai & Jonson, ridevi con Paperino e con Asterix.
Oggi sarà la stessa cosa, pensi. E ti guardi intorno.
Un po' di tempo fà... un editore pubblica una nuova testata a fumetti, dichiaratamente comica. Dovrebbe fare copia con un'altra testata comica di provato successo, questa è la sfida. La prendi perché hai fiducia negli autori. La leggi e... non ridi. Sì, sorridi, la situazione è buffa, ma... non interrompi la lettura con una risata, come ti capita con l'altra testata comica. E ti domandi dove sia il problema? Dove sta l'errore?
Esattamente ieri invece leggi l'anteprima di una nuova testata comica a fumetti che si preannuncia esilarante. E ugualmente non ridi.
Abbiamo un problema. E il problema fondamentale è: non fa' ridere, o semplicemente non fa' ridere te?
Può essere che il problema fondamentale stia in questo paziente, che non riesce a stare al passo coi tempi, e non ha capito che oggi la risata funziona così e non cosà?
Questa soluzione non scartarla a priori, giovane Jack. Perché ognuno di noi ha avuto un'educazione che è il risultato dei suoi tempi. La tua adolescenza per esempio è finita prima dei tempi dei cartoni animati con le sigle di Cristina d'Avena, prima dell'avvento della tv a colori, prima dei pomeriggi pieni di televisione e MOLTO prima della moda dei film in 3D. Quindi niente dell'educazione fondamentale degli anni '80, niente Drive-in, niente Dragonball, niente Stanlio e Ollio a colori e simili aberrazioni. Per cui forse sei davvero tu ad essere fuori tempo, a essere inadatto a capire queste nuove generazioni di comici e storielle brillanti.
E' come quella strada di mattoncini colorati che hai fotografato tempo fa. I paletti nel mezzo e tutti vanno a destra, e il colore dei mattoncini è ormai scomparso. Lo sporco delle gomme, la direzione obbligata. Tu sei un pedone, fai un'altra strada, e vedi ancora i colori delle mattonelle. E basi le tue reazioni e le tue emozioni su quello. Ma non stai seguendo la corrente, e la strada che fai non è quella giusta. E quando prenderai l'auto farai anche tu quel tragitto grigio. Sì, ma intanto vedo i mattoncini colorati.
Basta disquisizioni su cose ed esseri, su risi e bisi, per quest'anno abbiamo già dato. Ma se i tempi della risata sono mutati, devi cercare di capire bene dove sbagli. Per cui urge che passi qualche ora tra vecchi albetti, fotocopie sbiadite e cartelle impolverate (tanto fuori piove e sei fortunato che non nevichi), puoi dedicare il tuo sabato mattina a questa inchiesta fondamentale su di te: per cercare di capire dove e quando hai perso il contatto con il mondo di oggi e il suo umorismo, quando hai lasciato il percorso di mattoncini grigi. Prendilo come un compito di fine anno.
In anni lontani, cominciai a disegnare delle vignette umoristiche in tema Star Trek, che vennero pubblicate dagli amici dello Star Trek Italian Club sulla rivista ufficiale. Gli spunti erano potenzialmente tanti, e tante erano le serie su cui basarsi. Per esempio, prendiamo la vecchia serie classica, quella del 1968 col capitano Kirk e Spock.
E pensi che si possa ridere, se non si è visto il telefilm di riferimento, per cui non si conoscono le citazioni? Bella domanda.
(come al solito, per vederle più in grande e riuscire almeno a LEGGERE qualcosa, premete sull'immagine)
Proseguiamo l'esame. Proviamo con qualcosa di più moderno, come i Borg della serie Star Trek: The Next Generation del 1988..
Bè, anche qui mescolavi la risata intellettuale con la gag di Stanlio e Ollio. Risata facile, ma stereotipata. No, nemmeno questa funzionerebbe adesso.
Proseguiamo. E la vecchia serie TV UFO? Quella del comandante Straker e Base Luna e gli Shado mobili? Ma chi se la ricorda più? Ha senso cercare di fare ridere sui loro alieni minacciosi?
No, chi se la ricorda più quella serie? Serve qualcosa di più moderno.
Per esempio Spazio 1999, altra serie TV degli anni passati (è del 1975).
Mah... l'esegesi della forma, la ineluttabilità del messaggio, il quid invocativo dell'essenza interiore, la gestalt hegeliana, la rava e la fava, il progresso del linguaggio, la modernità, con la supercazzola come se fosse Antani.
E oggi cosa fai? Disegno anche vignette umoristiche su pizza e pizzaioli, per la rivista Pizza Press.
Far ridere sulla pizza? Ma che razza di idea è? Cosa si può trovare di comico su pizza e pizzaioli?
E tutto quanto sembra solo una scusa per ripubblicare tue vecchie vignette, e questa è una marchetta bella e buona. Perché lo fai?
Perché il blog è mio. E poi perché è quasi Natale. Un regalo per i lettori del Blog?
Ups...sì, questo in effetti ci può stare. Come non detto.
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