domenica 27 settembre 2015

Gli innocenti

Pippo fa' un errore, ma non lo ammette. "É colpa di Pappo che non mi ha corretto in tempo".
Nino prende un brutto voto in matematica. "É colpa della maestra che non ha spiegato bene." risponde a mamma, che gli chiede le ragioni.
Gina e Nina litigano mentre sono ad una Fiera gastronomica, e Gina tira il bicchiere (di plastica) di birra contro Nina, che si sposta, e il bicchiere finisce contro un altro signore. Di chi é la colpa? "Di Nina che si é spostata!" grida Gina.
Mick scrive una storia brutta, scontata, prevedibile, i lettori si lamentano, le vendite calano, per Mick la colpa é dei lettori che hanno gusti difficili. E della Playstation, ovviamente.
Un fumetto viene stampato in un numero di coppie ridicolo, e se vende poco é colpa delle edicole. Se non si trova in giro non prendetevela col distributore che non distribuisce, la colpa é del fumetto che interessa poco. 
Pino dirige un film comico che non fa' ridere. La colpa é dei blockbuster americani che ci sottraggono il pubblico. Mara gira in bicicletta alla sera, senza luci, vestita di nero, in una strada buia in una notte senza luna, e per un pelo non viene travolta da un'auto. "É colpa del guidatore dell'auto che doveva stare più attento." la stessa cosa la pensa Mino, anche lui in bicicletta, che  ha voltato a sinistra senza segnalare col braccio, ed ha ottenuto una frenata di un'auto che lo seguiva, che stava per travolgerlo.
Rina ha preso un brutto voto, e pensa che si ingiusto riceverlo solo perché non ha studiato. La colpa é dei genitori, che la stressano e le impediscono di concentrarsi.
Bobo si arrabbia col disegnatore che gli ha ritoccato i disegni poco prima di andare in stampa, non con se stesso che ha disegnato tutte le ombre sbagliate.

Nessuno é più colpevole. La colpa é sempre di qualcun altro. Eppure un giorno lo vorrei davvero trovarne uno, di colpevole. Qualcuno che abbia il coraggio di dire "É colpa mia, scusate". Solo a me lo hanno insegnato? Ma la scuola, i genitori, i nonni, non i hanno mai insegnato ad essere sinceri, sempre?

Bé, ma in fondo perché avrebbero dovuto farlo?
Mi guardo intorno, e capisco subito...
I cattivi maestri che hanno imperversato su stampa e televisione negli ultimi 20 anni non vi hanno insegnato nulla? All'universo e alle folle non piacciono i perdenti, per cui guai a esserlo. E pare che qui abbiano imparato bene.
Cosa possiamo io, noi e voi, se contro abbiamo la televisione, la stampa, le fiction, piene di giustificazioni che noi tutti dobbiamo accettare, per quanto improponibili?

Il politico non fa' quello che promette, ma la colpa é dei ministri che glielo impediscono. L'industriale non ha corrotto il politico, lo ha solo aiutato economicamente nel momento in cui, cambiando schieramento politico, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà. Se regalo un appartamento a quella donna non é perché sia la mia amante, ma la sto solo aiutando in questo momento difficile. Io non dico bugie, é lei che ce l'ha con me. Non é che non vado in parlamento, mi ammazzo di lavoro nel mio studio.
E a livello locale? Se paghi per un'abbonamento ADSL che ti viene garantito ultra veloce e non lo è, la colpa è dei vecchi cavi del tuo quartiere, non del gestore che prometteva mari e monti senza aver prima controllato dove abitavi. Se quella fabbrica va male é colpa degli operai, non del prodotto scarso che si realizzava. Se un'azienda di modellini che andava bene viene venduta ai cinesi, non é colpa dei nuovi dirigenti, ma della recessione del mercato. Se la ristrutturazione della piazza centrale della città é venuta male, ci ha messo troppo tempo a essere finita, e ora cade a pezzi, la colpa é dell'amministrazione precedente, non di questa che non ha fatto nulla mentre i lavori proseguivano ed ha inaugurato il tutto in gran pompa durante la  sua amministrazione.
Se il fiume esce dal suo corso naturale é colpa della pioggia (che cade da milioni di anni) e non di chi ha imbottigliato quel fiume costruendogli attorno tutto il possibile negli ultimi 50 anni.

Ecco. Ormai, ormai ho capito che non serve lamentarmi col mio prossimo. Non ha fatto che seguire l'esempio dei cattivi maestri intorno a lui, che hanno finalmente donato al mondo una generazione di perfetti, tutti sempre e solo innocenti.
Il primo che trova un colpevole faccia un fischio, mi raccomando.

venerdì 18 settembre 2015

Discutibili oggetti e cattivi soggetti

Ma alla fine, poi, ha davvero importanza? Fare un'affermazione, e poi spendere cento e piú parole per confutarla, far valere le proprie opinioni, spiegare il perché e il percome?
A qualcuno importa sul serio? C'é davvero qualcuno intenzionato a leggere tutto, a entrare nel ragionamento di un altro e capire quel punto di vista alieno e, se è il caso, dare ragione? Esiste? O le risposte piuttosto non suoneranno più come "No, ti sbagli, perché...", "Io invece penso che...", oppure "Sí' ma però...", e frasi simili.
La gente, o meglio sarebbe dire noi tutti, non passiamo da sempre una parte del nostro tempo libero a esternare pensieri e opinioni, a ribattere, nella sicura convinzione di avere ragione, che la nostra idea sia quella giusta, perfetta, semplice? 
Inizi da piccolo, poi cresci e nel frattempo ti confronti con altri pensieri, e continui così, da lì in poi per sempre, parlando di calcio, politica, cucina, salute, lavoro o teoria del complotto o di fumetti. Prima a voce, e poi sei passato alle discussioni telematiche, sui forum, mailig list, e oggi twitter e Facebook. O guardando e ascoltano altri discutere. Siamo sommersi da un'oceano di opinioni. Avviene continuamente, alla TV o alla radio, migliaia di pensieri e opinioni contrapposte, che a nostra volta controbattiamo, confrontandole con il nostro punto di vista, che il soggetto sia Sanremo, Star Trek, il Grande Fratello, l'ultimo film di Tarantino o la nazionale di calcio. Non é forse vero? 
Si evolvono gli strumenti, ma facciamo sempre le stesse cose: discutiamo, che sia in maniera garbata oppure violenta, dedichiamo ore, giorni e settimane della nostra vita vissuta a questa interessante ma scomoda pratica. Senza imparare nulla? E serve davvero? 
Tanto piú che ogni tanto trovi sempre chi, per confutare il proprio ragionamento, riesce a sostenere ancora che i propri fatti siano "oggettivi" e non contestabili. Puoi accettare ogni discussione, ma se butti giú la carta del "i miei sono fatti oggettivi", no, sorry amico mio, ma non ci siamo proprio; in quale mondo vivi, dimmi. Ti stai guardando intorno? Lo osservi davvero questo nostro mondo?
Esiste ancora qualcosa che si possa definire oggettivo? Gli storici revisionano eventi del passato, rivoltano motivazioni, i critici cinematografici rivalutano film smemorati del passato, le religioni vengono discusse, e cosí la medicina e la scienza; fatti, opere e opinioni che ormai consideravamo intoccabili scolpiti nella memoria del tempo? Noooo, nuove regole dei nostri tempi.
La nostra realtà é davvero diventata così, tutto d'un tratto... semplicemente soggettiva?
Quindi, quando ti viene voglia di discutere, dimmi... ti domandi mai se ne vale davvero la pena? Se quell'argomento richieda davvero anche la tua opinione? Se il mondo cambierà in qualche modo per il tuo intervento? O é solo un'azione per dimostrare che esisti anche tu?

Un giorno puó capitare che improvvisamente tu non ne hai più tutta questa voglia. Intorno a te il mondo intero discute fatti ed opinioni, e forse esisterà qualcuno che ascolti davvero. Ma tu non hai voglia di controbattere su argomenti che non ti interessano o a cui tieni troppo. Vuoi convincere qualcuno? E poi? Lui riuscirà a convincere te, se usa solo il suo personalissimo metro di giudizio? Se usa logica e razionalità forse sí, se usa solo la passione decisamente no.
Usa tutto quel tempo per fare altro. Non hai che l'imbarazzo della scelta. Ci saranno le eccezioni, quelle si, ma i mulini a vento... quelli lasciali perdere.

E se poi penso che questo pezzo é venuto fuori solo perché mi era venuta la folle idea di spiegare perché non riesce proprio a piacermi Star Trek Voyager... Temo, per vostra somma fortuna, che rimarrà un silenzioso soliloquio tra io, me stesso e me. 
Almeno tra tutti e tre c'é la concreta possibilità che potremmo essere d'accordo.

martedì 8 settembre 2015

Nella città dolente

Maria é una signora bloccata nel suo letto. E non ha il pieno controllo di quello che dice e porta il pannolone. In ogni momento in cui non dorme chiama dei nomi, probabilmente parenti stretti, come se fossero nella stanza di fianco. Il tono passa dall'implorazione al fastidio, come se qualcuno di loro le facesse il dispetto di non sentirla.
Mario ha quasi cent'anni. Non fa terapia, camminava traballante fino a poco fa, ma poi é caduto e da allora gli hanno proibito di uscire dalla stanza se non accompagnato. Se ti fermi a chiacchierare si limita a poche parole gentili, e a raccontare qualcosa della sua gioventù, e della guerra. Fino a poco tempo fa aveva un compagno di stanza con cui parlava e giocava a briscola, ma poi l'altro é tornato a casa, e ora divide la stanza con un signore silenzioso. E intravedere dalla porta questi due estranei che non interagiscono in alcun modo é un po' straziante.
Maria é una signora bene che gira con un stampella. Ha molte visite, e in camera ha una tv ed una radio col volume troppo alto. Forse é lei che ha una sveglia che ha suonato una notte, svegliando il vicino della stanza accanto ma non lei. Ma i suoi visitatori non riportavano mai in biblioteca le sedie spostate, e la su camera sembrava davvero piú un mobilificio di Manzano.
Mario é un signore convalescente per un brutta frattura ed un voce da baritono. Ha un cellulare con suonerie personalizzate, e quando lo usa non parla, ma grida. Parla dei fatti suoi, ignaro che nel raggio di venti metri lo senta chiunque: e dalla suoneria sai se parla con l'avvocato, se raccomanda alla moglie, o se discute i problemi di quel progetto di lavoro col socio. E il volume del telefono é così alto che pure con una parete di mezzo puoi sentire il suono della voce dell'interlocutore.
Maria ha un'eta in cui non t'importa più contare gli anni, ed é arrabbiata col mondo intero. Borbotta continuamente, filosofeggia unendo luoghi comuni classici e nichilismo, e tratta male gli infermieri. Bestemmia talvolta, distribuisce epiteti dialettali come "chel mona, chel coion, semo merde, spusemo, che vita de schifo" e non risponde ai quotidiani buongiorno di Mario, che li ripete ogni mattina, quando la incrocia la prima volta. Talvolta teme che i ladri entrino di notte in camera sua, forzando le porte dell'ospedale, e alle 21 non vuole andare a dormire, ed é convinta che quella signora sulla carrozzina che la fissa con lo sguardo vuoto sia lo sguardo del diavolo, e potrebbe volerla uccidere di notte. E talvolta la senti lontana lamentarsi del mondo, mentre aspetta che arrivi il sonno.
Maria é sicura di avere visto uno scarafaggio in camera. No, non si é confusa, sa benissimo distinguere un insetto da una cartaccia, cosí come ha visto benissimo quel grosso topo peloso attraversare l'atrio un istante fa, proprio sotto il naso di tutti, ma come avete fatto voi a non vederlo??
Mario vuole uscire. Ci prova tutto il giorno. Chiede a tutti dove sia la porta, e quando riesce a raggiungerla con la carrozzina inizia a batterci sopra, chiamando e gridando disperato. Il giorno dopo la ricerca ricomincia. Ma se incrocia qualcuno in corridoio, si sposta e lo lascia passare, e puoi vedere che nel farlo ti sorride.
Mario é un simpatico anziano con una gran voglia di chiacchierare con tutti. É ricoverato per un controllo, ma in realtà é parcheggiato per un paio di settimane per dar tempo ai parenti che lo assistono tutti i giorni di respirare.
Maria é ugualmente anziana ed ha una carrozzina. Fa lunghi giri per i corridoi e dice sempre una buona parola agli altri degenti quando li incrocia durante il giorno. C'è un portaombrelli vicino all'ingresso, e qualcuno gli ha scritto di fianco con un pennarello il suo vero uso, perché altrimenti lo prendono per un grosso cesto delle immondizie di qualche bizzarro e futuristico design. La signora lo fa notare al signore grande e grosso in carrozza, col sacchetto delle urine appeso dietro allo schienale, che vi ha appena gettato il bicchiere di plastica vuoto, perché troppo pigro di raggiungere un altro cestino, che come risposta solleva le spalle a quell'interferenza irrilevante.
Mario non parla molto, legge e dorme. Ma quando passa la moglie a trovarlo si lamenta che aveva la febbre e nessuno l'ha aiutato, e si considera vittima della malsanità. Non pensa minimamente che ha a disposizione un allarme per chiamare gli infermieri, ed é pure gratis.

Maria fissa il vuoto. Quando le muove, le sue mani piegano e ripiegano una maglietta troppo spiegazzata, quasi come stesse cercando la madre di tutte le pieghe. É indifferente a ciò che accade intorno a lei, agli infermieri che la mattina la sistemano col paranco sulla sua carrozzina e l'accompagnano nel salottino di fronte alla vetrata. Forse é quella che sta meglio, perché non pensa nemmeno ai suoi problemi, ed ha già raggiunto in maniera naturale quell'oblio che tanti poeti maledetti del passato cercavano con la chimica.

Mario é ricoverato per una rara malattia neurologica. Si sente un pesce fuor d'acqua con i suoi cinquanta anni, in mezzo a tanti anziani veri, mentre si appoggia alla sua stampella cercando l'equilibrio perduto da tempo, ma quando intorno a lui lo indicano come "il ragazzo", in fondo é contento. Sul comodino ha una Monster High sbarazzina che tutti scambiano per una Barbie, un barattolo di Nutella sul tavolo e fotocopie di suoi disegni appesi alle pareti, perché dopo la decima persona che gli ha detto "Ah, fai fumetti? Anche mio figlio si diverte" ha pensato che faceva prima a mostrare che lui lo faceva per lavoro, anziché limitarsi a ripeterlo. Gli infermieri che lo hanno preso in simpatia e gli chiedono disegni, e lui é un po' in imbarazzo a spiegare che con quella mano destra quasi bloccata che si ritrova é già tanto se riesce a reggere una matita, figurarsi disegnare una curva. Ha la speranza di recuperare ma la ferrea logica che non v'é nessuna certezza, se non nel suo forzato ottimismo, e mentre continua la sua fisioterapia, ci si aggrappa come un naufrago del Titanic.

Col timore, mai sopito, che un'ondata di riflusso lo riporti al largo. 

Che Crom e Bélit lo abbiano di riguardo, mi raccomando.

domenica 30 agosto 2015

I dimenticati

Cartoomics. Oppure Lucca. O era il Comicon? Forse che era invece l'unica edizione di FirenzeComics? Il luogo non ha una vera importanza, in fondo la stessa scena, con piccoli dettagli che mutano, è accaduta in ogni posto in cui sia stato. La dimostrazione che nulla si inventa, nemmeno nel libero arbitrio, è che certe cose accadono sempre, che tu lo voglia  no. Sai che sono già accadute, e sai altrettanto bene che si verificheranno ancora.
L'evento, appunto. Sei a questa fiera di fumetti. Entri nel salone pieno di banconi, fumetti, gadgets e appassionati. Sei in compagnia di un amico, uno sceneggiatore o un disegnatore come te, il soggetto è diverso ogni volta. Parlate di qualcosa che vi tiene concentrati, della vita, l'universo o Jijè, quando incrociate Tizio, che saluta con enfasi l'amico.
"Ciao come stai?". E inizia una rapida conversazione a due, a cui tu assisti. "Hai saputo di Pippo Pippi? E di Coso sai nulla? Mi diceva cos'Altro che bisogna chiedere a Caio quella cosa cosabile, bla bla bla". Ciò che dice non ha importanza. Il discorso è ogni volta differente.
Ma il finale è uguale. L'amico e Tizio si salutano, Tizio si allontana, tu e l'amico continuate il vostro percorso in messo alla folla, riprendendo il filo del discorso interrotto prima.
"Chi era? Pare che ti conoscesse bene." chiedi tu.
"Bho, sai non ne ho la più pallida idea!" Risponde l'altro.

A volte invece sei tu. Ti salutano, tu ricordi vagamente la faccia, se sei fortunato. Se non lo sei non ricordi proprio. Saluti, perché sì, chiedi come va, ma hai mille dubbi sull'identità di chi hai di fronte.

Le occasioni in cui l'hai conosciuto possono essere tante. Hai chiacchierato con lui in un'ascensore. Gli hai fatto un disegno. L'avevi di fronte ad un pranzo multiplo.
Il più delle volte hai la soluzione a portata di mano, che ti salva, salva la capra e i cavoli, e ti permette di evitare la figura di m**da che sei certi di stare per fare: il pass che portano appuntato sulla giacca.
"E dov'è mai un posto simile?" chiede il solito lettore interrogativo.
Ci pensi un attimo... Ups, é vero, alle fiere fumetto non si usa portarle appese, ma trovi rapidamente la risposta: Alle convention di StarTrek, per esempio... poi rammenti che anche loro da qualche anno si sono convertiti al collare, e al pass appeso. Lo sai. A casa hai una lunga fila di collarini e pass, che ti fissano e ti ricordano tutte le fiere che hai fatto, e tu ricordi benissimo che le volte che ti sei portato il collarino per evenienza te ne hanno dato comunque un'altro, e quando non l'hai portato hai dovuto comprarlo, perché non avevano previsto la spilla sul retro (e dovevi portarlo indosso sempre, vaffanbrodo).
E ricordi anche che ci furono anni in cui quel pass aveva il nome scritto in piccolo, e per quanto fu fingessi di chinarti per fare altro, non riuscivi sempre a leggere. Poi ingrandirono i nomi, e ti illudevi di essere in salvo... ma era già arrivato il momento del collarino. E da allora il pass è sempre girato dall'altra parte.
Anche se alle fiere di fumetti il pass ormai non lo porta quasi più nessuno. Si tiene in tasca, o rimane appeso alla giacca, e viene coperto da sciarpa, giacca o accessorio da cosplay. Lo tengono bello esposto, assicurandosi che si legga sempre, solo coloro che vogliono fortemente essere riconosciuti.

E quindi nulla ti salva dal non riconoscere il tuo interlocutore.
Ma lui si ricorda di te. Perché il più delle volte ti conosceva di fama, sapeva chi eri prima ancora di conoscerti, ti ha cercato, e il momento di quando ti ha incontrato non l'ha mai dimenticato. Ma tu sì. E ti vergogni di ammetterlo. Quante fiere hai fatto? Quante firme alla stampa Bonelli, quanti disegni fatti in 10 minuti o anche meno, per promozione, diletto o divertimento? Non ricordi nemmeno piú i disegni, come puoi ricordarti i destinatari?
Ma c'è di peggio. Avanti, questo è un post di scuse colossali, quindi dilla tutta, Jack.

Hai la coscienza sporca, e ne sei cosciente. Quanta gente ti ha contattato, via voce o mail, o facebook, chiedendoti di dare un'occhiata al loro lavoro. Anche solo per tre parole, ma anche due, e pure una sola, che lo avrebbe reso soddisfatto?
L'hai fatto? Il più delle volte no. Preso dai tuoi pensieri, o dalle scadenze o dalle minacce di Vega, hai rimandato a dopo, a domani, a più avanti. E nel frattempo quell'avverbio di tempo è diventato complemento indiretto: da domani a mai. E tra le volte che l'hai ricordato, un paio di volte hai pure finto di scordartene, perché non avevi il coraggio di rispondere che ti sembravano brutti e senza speranza.
Hai mai dedicato un pensiero al tuo interlocutore scordato, a cosa avrà pensato al riguardo? Avrá capito (speri), ma più probabilmente ti avrà riempito di maledizioni (temi), rivolgendosi al successivo disegnatore della sua lista.
Eppure non ti chiedono tanto. Quanto sono preziosi per te 5 minuti del tuo tempo? Lo sai che il tempo è soggettivo? Quei 5 minuti che per te sono un attimo, per loro rappresentano un'evento. Perché tu interagisci con loro, guardi ciò di cui sono capaci. E vorrebbero che gli dici quelle due parole di cui hanno bisogno.E io? Mi ripeto che lo farò, che ognuno si merita che gli si presti attenzione, che chi sta al di qua di quella linea possa dedicargli un paio di minuti. E poi me ne dimentico. Ma non lo faccio senza rimorso, sappiatelo. Quando me lo ricordo é sempre un colpo. Ma la vita ti riempie di immagini, impulsi, voci e suoni, odori e pensieri. E la tua mente, se é concentrata su un pensiero, non si accorge che intorno a te il mondo continua a girare. Sono colpevole, ammetto questa mio limite.

Quindi, se dopo tutto questo, vi sentite dalla parte dei dimenticati, non abbiatene troppo a male. Sono cose che purtroppo succedono. Mettiamola cosí, tutti ci dimentichiamo di qualcuno, e qualcun altro allo stesso modo dimentica noi.
"Ecco, in quel caso anche tu sapresti come ci si sente" pensate, se vi riconoscete nella categoria e siete molto permalosi.
Tranquilli, a dire il vero lo so già da molto. Ci facciamo compagnia da tempo: non siete mica gli unici dimenticati da qualcuno.

lunedì 24 agosto 2015

Obbiettivi secondari

All'inizio non te ne sei nemmeno reso conto. Ma eri giustificato. Avevi altro in testa, altri pensieri, assillanti. Che ti rimbalzavano in testa, non ti facevano dormire, ti portavano cattivi pensieri. Potevano essere diversi, ma avevano tutti una costante: nuocevano alla tua autostima, finivano per essere denigratori. Tu contro te stesso. Tu, che avendo fallito quell'obbiettivo 
importante, evidentemente valevi meno di zero, e la merda ti circondava, e non ti meritavi nulla di valido in questo mondo. Alla fine eri solo un asteroide perduto oltre l'orbita di Plutone, dimenticato dal sole e dalla sonda Voyager.
Oh, lo sapete bene. Non lo avete provato pure voi, in un qualsiasi giorno nero della vostra esistenza? Mai gridato la vostra rabbia al mondo, trattato ogni vostro prossimo come stupido e insensibile, perché non capiva il vostro dolore? Mai sentiti davvero piccoli piccoli? Magari non tutto questo, non tutto assieme magari, ma in maniera differente. 
Succede ogni volta che qualcosa non va come desiderate. Ogni volta che si fallisce un obbiettivo primario. 
Lo so, c'è una regola che ci insegna ad essere sempre positivi, ottimisti, a credere nei valori di Pollyanna. Che se lo sei, ti accadranno solo cose belle. 
Si, è bello e utile crederci... Ma se non hai il controllo di tutti gli elementi, qualcosa potrà sempre andare storto. E la cosa potrebbe (ma anche no) NON dipendere da te o da una tua azione.
Ormai sono anni che, grazie anche ad una particolare cecità della Dea bendata nei miei confronti, ormai seguo una regola di vita che mi sono inventato tempo fa. Regola che stabilisce che nel corso della nostra esistenza, ci sono due tipi di obbiettivi che dobbiamo affrontare: primari e secondari.
Primari sono tutti coloro che non dipendono solo da te: gli affetti, un lavoro, una malattia improvvisa, perdere una persona cara, ogni cosa in cui devi interagire anche con altre persone, o col fato...

Gli obbiettivi secondari sono solo per te. Sono le piccole vittorie che puoi conseguire tu, da solo. Dove solo a te ed alla tua volontà dipende la riuscita o no. 
C'é poi una ulteriore differenza sui due obbiettivi. 

I primi sono importanti. Maledettamente importanti.
I secondi no; servono solo al tuo morale. Ed a nient'altro.

Ma quando fallisci coi primi, i secondi ti aiutano ad andare avanti. Servono a dimostrarti che non sei un incapace, un freak disadattato, o il bersaglio preferito della sfiga. Ti fanno respirare. Ti danno sicurezza. Dimmi, ti pare poco?
Ma possono esser stupidi. Anzi, il più delle volte lo sono proprio. Obbiettivi inutili ai più, forse ridicoli, ma vitali. Solo per te.

Gli obbiettivi secondari sono ragionevoli, nel senso che puoi raggiungerli senza troppa difficoltà, ma comunque con grande impegno. Sei tu stesso che decidi quali sono, e i modi nei quali ottenerli: completare la serie integrale di Jeff Hawke; riuscire a preparare delle buone crepés; andare un giorno a Tarvisio, perché sì; fare un lungo giro della tua città, a piedi, facendo strade inusuali, o assistere ad un concerto dei Baustelle, usando tutti i tuoi sensi. O completare la collezione di Miaoegizi.
Quando li raggiungi é come una vittoria: una piccola, insignificante vittoria, che non servirà a nulla. Se non a farti sentire ancora capace di ottenere qualcosa.

E prima che possiate dire "hai scoperto l'acqua calda", so benissimo che é solo una evoluzione del vecchio "OK, let's shopping!" femminile. "sei giù? Comprati qualcosa di carino!". Il mio é: ti va tutto storto? Fai qualcosa che ti faccia stare bene, purché per far ciò tu non reca danno ad alcuna creatura vivente (prendere a sassate gatti e uccellini et similia NON è contemplato).
Domanda: e se non ho interesse in nulla? Se non mi vien voglia di fare nulla?
Pazienza. Forse funzionano solo per me, cosa posso dirti? Oppure fai uno sforzo. Trovalo. Ciò che interessa Nino può essere qualcosa di differente per Gino.
Come ho scritto sopra, gli obbiettivi secondari sono personali e non necessariamente condivisibili da alcuno. A Pino sembrerà inutile che tu ti impegni a costruirti con l'aiuto di colla e forbicine proprio QUEL papermodel, o che tu costruisca uno scaffale da parete per i gashopon. Ma dovrà essere qualcosa che tocchi, senti, respiri. Niente film o videogiochi, niente ricordi o input esclusivamente visuali o sonori, ma materiali: che puoi toccare, assaggiare, sentirne l'odore.
Ma é importante. Lo capirai quando quell'obbiettivo lo avrai raggiunto, e sentirai la differenza: 1 a 0, palla al centro.
In questo momento, per esempio, di fronte all'ennesima tegola che cade in testa (e fa male, ahia!), ho solo l'imbarazzo della scelta per trovare nuovi obbiettivi secondari da completare.

In questo modo la prossima volta che dovrai affrontare un eventuale nuovo obbiettivo primario... almeno sarai di buon umore. E tutto il resto a seguire. Perché prima o poi te li troverai di nuovo di fronte, quei benedetti primari.
Dovrai affrontarli, così come lo faranno anche Pino e Gino. Perché questi obbiettivi prima o poi li devi raggiungere.
Perché questi sono quelli davvero importanti.

lunedì 22 giugno 2015

Il volere degli altri

Le solite parole, nei soliti modi e nella stessa forma. Capita abitualmente a tempi alterni, e ho la certezza che sempre continuerò a sentire le stesse parole, ripetute nel tempo.
Parlo delle lamentele del pubblico su qualcosa che hanno visto, sul fatto che "no, così non si poteva fare, han rovinato tutto, ma come hanno osato stravolgere l'originale?", eccetera. Questa volta l'occasione è la stagione di Trono di Spade appena finita, ma ho la certezza che accadrà lo stesso quando al cinema uscirà il nuovo Star Wars.
Lo hanno detto del Signore degli Anelli di Peter Jackson, dello Spiderman cinematografico ed è di poco più di un mese fa la discussione su Avengers, Age of Ultron, che continua a dividere gli appassionati.
Ora, io in passato ho reagito nello stesso modo, ma mi son trovato di fronte dei muri.
Why? Perchè mi lamentavo di cose poco conosciute.
Quanti avevano letto i racconti originali di Philip K. Dick da cui avevano tratto Total Recall, The Impostor, Screamers, Paychek, Minority Report, Next, o il recente I Guardiani del destino?
Film grandiosi, pieni di critiche talvolta lusinghiere, ed io a pensare "Che ne avete fatto di Philip??".
Quanti amici adorano questi film, quanti me li hanno inconsapevolmente consigliati? Okay, alcuni non sono male, ma non hanno nulla dell'opera originaria.
Ora, io posso capire certi adattamenti, portare su schermo la parola scritta non è facile. Blade Runner NON è l'adattamento fedele del romanzo Il Cacciatore di Androidi di Dick, ma ne rispetta l'opera originale.
Quello che capisco di meno sono gli stravolgimenti totali. Quelli dove ti domandi dove sia finitala storia originale.

A questo punto credo che convenga condividere una storia di cui lessi tempo fa, che rivela certi ragionamenti.
All'inizio del nuovo secolo, dopo grosso successo cinematografico del Signore degli Anelli, qualcuno decise che era arrivato il momento di adattare un altro classico della letteratura fantastica. Sarebbe toccato al ciclo di Earthsea di Ursula K. Le Guin. Per qualcuno di voi sarà un nome sconosciuto, perchè non è molta la cultura fantastica classica nel nostro felice paese. Però diciamo che è considerato tra i massimi capolavori Fantasy di ogni tempo.
E sì, il film d'animazione I Racconti di Terramare di Goro Miyazachi è liberamente tratto dallo stesso ciclo
.
Comincia la procedura abituale: si comprano i diritti, e la produzione può partire. Al momento non era davvero ancora chiaro quale formato avrebbe avuto, e solo dopo qualche tempo, e diversi cambi di persone coinvolte, venne deciso che sarebbe stata una miniserie inTV in due puntate. Una volta terminata venne trasmessa dal celebre SciFi Channel, nel dicembre del 2004.

Ma durante la produzione la signora LeGuin cominciò a rimanere perplessa. Cambia qui, cambia là, la sua storia stava cambiano abbastanza. Il suo contratto le dava il ruolo di consulente, il che equivaleva a dire che poteva dire quello che voleva, ma questo non le dava il potere di cambiare qualcosa. Poteva parlare al vento, e poco altro.
Le scelte del casting non seguivano le descrizioni che lei aveva dato nei libri. I personaggi mutavano, la storia si sviluppava in maniera differente... In un bell'articolo pubblicato dalla rivista Locus (che vi invito a leggere per intero), la signora LeGuin spiega bene il suo punto di vista.
"Sapevo bene che un film è molto diverso da un libro, ma speravo che non facessero cambi non necessari alla trama o ai personaggi - una cosa molto pericolosa da fare, poiché i libri erano stati letti da milioni di persone nel corso dei 30 anni passati dalla loro prima pubblicazione":

La risposta del Network fu di una semplicità estrema. Una di quelle risposte che non puoi ignorare, o anche solo dimenticare. "Loro risposero che avrebbero potuto modificare la storia e i personaggi quanto volevano, perché avrebbero raggiunto più milioni di persone di quante ne avessi raggiunte io con i libri."

Nel seguito di quell'articolo la signora LeGuin fornì una divertente risposta alle parole della produzione, dove quest'ultima rivendicava la fedeltà del prodotto finito con l'opera originale.
Quello che interessa a noi adesso, è proprio quella risposta del network Ricordatela bene, perché E' la risposta fondamentale.

Ecco perché non possiamo dire nulla di certi adattamenti letterari. Li abbiamo letti in pochi.
Se tocca a Hannibal o a 50 sfumature di grigio, o qualunque altro Best Seller recente, c'è quasi un sacro rispetto per una fedeltà filologica, ma in altri casi...niet.
Per cui non lamentatevi di film Io Robot o Ultimatum alla terra (con Keanu Reeves). Gli originali li abbiam visti in pochi, e se un buon adattamento come John Carter diventa un flop, e anche nei fumetti Nick Fury diventa nero, è chiaro che la strada da seguire sarà quella di rifare per ottenere di più. E qualsiasi cosa noi si dica o faccia, il volere predominante non sarà il nostro.
Ecco perché personalmente ormai non ci faccio più caso.
Nusuth. Come dice il protagonista di un altro libro della LeGuin.

Alla prossima, folks, magari con un'attesa più breve che non quella per vedere pezzo...

lunedì 27 aprile 2015

Il quinto tesoro.

Puntuali come le eclissi e le tasse, arrivano quei momenti della vita in cui vedi il risultato del tuo lavoro. E sei non se un cuoco, un meccanico o un rapper, ma solo in ordinario disegnatore di  fumetti popolari, quel risultato lo ottieni quando in edicola esce un tuo lavoro. Dove ti auguri che i lettori NON lo lascino esposto fino al mese successivo, ma lo acquistino rampanti ed entusiasti (o perlomeno te lo auguri...). Mese dopo mese, anno dopo anno, è il destino dei fumetti popolari, vivere il loro periodo "caldo" in quel mese, fino a lasciare quel posto in edicola ad un altro numero, nel mese seguente, che sarà il risultato del lavoro di un altro disegnatore, e poi quello dopo, eccetera, verso l'infinito e oltre.
E ne sono passati 287 di mesi così, dall'uscita del numero 1 di Nathan Never, fumetto di fantascienza pubblicato da Sergio Bonelli Editore. L'albo in questione si intitola "La rapina", e mi ha visto lavorare per la seconda volta in coppia con l'eccellente Guido Masala, con cui avevamo già realizzato l'ultima storia del ciclo della Guerra Marziana.

Potrebbero esserci molti argomenti interessanti per parlarne adesso. Uno potrebbe essere che si tratta del 5° sceneggiatore differente con cui ho lavorato. Il primo fu Federico Memola, con cui lavorammo insieme per moltissimo tempo, su Zona X, Jonarhan Steele (Sergio Bonelli Editore prima, e Star Comics in seguito) e infine Harry Moon (Planeta). Poi arrivò il momento di lavorare, e pure piacevolmente, con Roberto Cardinale su un numero della minserie di Kepher (Star Comics). Quindi il rientro in Bonelli e arrivò il 3° sceneggiatore, Stefano Vietti, con cui abbiamo lavorato su Nathan e in seguito anche sull'albo "Invasione Marziana" (un certo numero di matite mie per gli inchiostri di Oskar Scalco), e un numero di Dipartimento 51 (un po' di matite per Francesco Mortarino). Il 4° fu Luca Enoch, con cui feci gli inchiostri (su matite di Andrea Bormida) di un numero di Dragonero.
E poi arriva il 5°, ed è un vecchio amico, Stefano Piani, per quest'ultimo Nathan. Quello stesso Stefano che al mio primo ingresso in Bonelli, nel lontano 1996, mi salutò presentandosi come il redattore aiutante di Antonio Serra. Ero stato appena inserito nello staff di Zona X, avevo parlato con Federico che mi aveva dato le prime pagine di una sceneggiatura. Ma a pranzo andai con Antonio e Stefano, e il primo mi insegnò a portarmi sempre dietro un taccuino per segnarmi ogni idea, spunto o oggetto curioso vedessi; il secondo mi dimostrò che lui già lo stava facendo. E mi mostrò quello suo personale, fitto di appunti vergati in una microscopica scrittura. E imparai quella prima lezione.



E poi? Potrei parlare del gatto che ha posato per alcune scene, ma rivelerei uno dei segreti di cui i disegnatori sono più gelosi (no, non del gatto, ma tutti i loro modelli umani, volontari e no). O mostrare parte di quella documentazione necessaria, laddove serviva. Ma è divisa in posti differenti, sarebbe troppo lungo, per cui ci rinuncio.
Ma una cosa la posso mostrare, anche se forse è un po' inutile, ma se i disegnatori non si complicano le cose più semplici, non sono mai soddisfatti. Per esempio quella semplice foto di apertura, quella con la mia faccia e l'albo di Nathan. Sotto trovate il making of di quella foto. Un semplice autoscatto davanti alla finestra, che vuoi che sia? Ma per trovare quella che ti convince non bastano mai due scatti... Chiaro?
Ecco. Lo stesso accade anche per i disegni. Questo è uno dei nostri segreti: riuscire a essere davvero soddisfatti di qualcosa.
"Carina ma non centrata. Qui non si legge a testata. Qui c'è il riflesso. Qui non sorrido. Qui sembro un serial killer. Mossa. Occhi troppo spalancati, faccia troppo coperta..."

Come sarebbe la vita se non ce la complicassimo da soli?
Intanto, dal 1995 a oggi ho cambiato diversi taccuini, ormai pieni di appunti e disegni, bozze di scene, ritratti o studi di personaggi. Sino arrivato al quinto, e ancora lo sto riempiendo, dimostrando che i vecchi consigli ancora li seguo. E un giorno, quando anche lui avrà tutte le pagine piene, lo riporrò assieme agli altri, preziosi tesori testimoni del tuo io del passato, e di tutto ciò che era e che hai salvato come memoria futura su quella carta.
Un giorno potrei decidere di aprirne qualcuno.
Intanto, nei prossimi mesi, aspettatevi altri Making of. Prometto solennemente che sranno molto più interessanti di questo qui sopra. Consideratelo quindi com un piccolo aperitivo per scaldarvi.

Prima comunque ricordatevi di prendere Nathan Never 287, conto su di voi.
Un abbraccio!