martedì 11 giugno 2013

Incognito

C'è un sottile piacere nel muoversi nel caos di una fiera di fumetti, e farlo da visitatore. Niente impegni, niente tavolino col tuo nome davanti, sei uno, nessuno e centomila. Sei un disegnatore, ma qui hai un altro ruolo, quello del visitatore. Caro Jack, fai parte di quella categoria di disegnatori che non vengono riconosciuti troppo spesso. Non hai lavorato su testate molto popolari, non hai scatenato polemiche feroci nei forum, su Facebook non hai una marea di ammiratori che ti riempiono di lodi imperiture per qualsiasi schizzo fatto con la mano sinistra tu possa postare, hai un blog che vivacchia ma che non raggiungerà mai la top 100 dei blog fumettistici più seguiti. Ma in fondo tutto questo non è affatto terribile.
Intanto intorno a te la gente continua ad aumentare, i cosplayer si infittiscono, e cominciano a scendere in campo i pezzi da 90, e tu sei lì che ti muovi in mezzo a loro, uno tra i tanti.
Siamo nella prima settimana di maggio del 2013. In una zona specifica di questa edizione della Naoniscon (PordenoneComics) sono sistemati i tavoli degli autori presenti, con il loro nome bene in evidenza di fronte a ognuno. Promuovono lavori, vendono disegni o altro materiale, c'è una discreta folla sempre davanti a loro. La fiera, questa fiera, dura una sola giornata, dalle 9 del mattino alle 19, ed è probabilmente una delle più gradevoli della regione. Oh, è vero, dovrei correggere la definizione: se mancano gli editori, si può chiamare fiera, o è più adatto mercatino?
E mercatino sia, allora. Alla scorsa Cartoomics ho passato venti minuti con un amico/collega sceneggiatore, e ogni tre minuti c'era qualcuno che lo fermava per dirgli qualcosa di importante, per ricordargli una promessa partecipazione, a Samarcanda o a Qo'noS, o solo per stringergli la mano. Come diavolo fai a muoverti tranquillo in una fiera se ti riconoscono tutti, nemmeno fossi Harrison Ford? Può essere che sia anche stressante, talvolta? Ecco perché essere in incognito ogni tanto non è così male. Posso fare altre cose, rispetto a quelle che di solito faccio alle fiere: passo, guardo, controllo negli stand di pupazzetti e quelli dei fumetti usati, chiacchiero un po', un visitatore come un altro, trovi quel fumetto che ti mancava ma non ci pensavi fino ad un momento prima, e quel gashopon di quella serie introvabile. Faccio solo questo, e niente altro. Uno tra i tanti. Sì, ogni tanto si può fare.

Oh, era capitato anche a me a Cartoomics di venire riconosciuto, ma nella lunga fila di appassionati che ad ogni fiera aspettano il loro turno al banco Bonelli ci sono sempre i soliti amici, che di te si ricordano eccome, ma escludendo loro e altri amici e conoscenti vari, venire riconosciuto da altri non capitava troppo spesso. Eppure ben due appassionati lo avevano fatto, tenendomi bloccato per qualche minuto per una dedica e un disegnino. Non accade troppo spesso, appunto, ma quando accade è piacevole e lo fai volentieri, anche se non sei Harrison Ford.
E' accaduto anche qui a Pordenone, due volte. Ma una delle due era un vecchio amico che mi ha rivisto e riconosciuto dopo tanti anni.


Ormai quella di PordenoneComics è diventata una piacevole abitudine. Una fiera di fumetti e games che dura un giorno solo, sempre la domenica, che è probabilmente la maggior fiera di fumetti in regione, pardon, mercatino. Nella stessa Fiera che un mese prima ospita sempre la fiera dell'elettronica, che invece ha un'importanza nazionale. Qui comunque non troverete editori importanti, niente Panini, niente Alastor, niente Bonelli. Appunto, è solo un mercatino, ma gli espositori locali hanno sempre materiale interessante. E rispetto a cartoomics gli espositori di fumetti superavano quelli dei gadgets. E poi c'erano gli immancabili cosplay,  spettacolari anche questa volta.

Nessuno ce la fà contro Gundam!


Tempo fa si andava col gruppo dei Fumatti, a vendere e promuovere Anjce, oggi lo stand lo prende solo un terzo dei Fumatti originali, Miriam. E io mi aggrego a lei ed all'amico Alessandro. Perché Pordenone è una fiera (mercatino) piacevole da girare. Miriam aveva i suoi fumetti da promozionare, il volume di Anjce ProGlo e quello del Salvans (nello stand FAME Comics, due metri più in là).
Di solito negli ultimi anni io mi limitavo a tenere sotto controllo il banchetto per dare il tempo a Miriam ed Alessandro di staccare e girare un po' per la fiera (mercatino), per poi essere io a girellare su e giù. Quest'anno Alessandro era rimasto a casa influenzato, quindi ero all'ultimo momento subentrato anche come autista ufficiale. Mi sono perso la formula 1, è questo sarebbe grave, ma lo sapevo e non m'è dispiaciuto troppo. In fondo l'ho persa anche ieri, dimenticandomene, e questo è PIU' grave.

Serve un dottore?
Comunque é andata, incognito o no, ed é finita. Tutto (quasi) quello che c'era, oltre a tutto il resto, lo trovate anche stavolta nell'immancabile filmato qua sotto. Buon divertimento, e ci si rivede e ci si riconosce alla prossima fiera (o mercatino che sia).
In incognito o no, questo lo sapremo solo al momento.
Come dice una canzone "lo scopriremo solo vivendo".


mercoledì 22 maggio 2013

I titoli della nostra vita

Guardo e sfoglio un libro trovato su una bancarella. Controllo il titolo, guardo i credits. E mi viene un mente tutta una serie di motivi per cui lo faccio. Penso a com'è nata l'abitudine, a come ha fatto a cementificarsi ed a diventare indispensabile. penso a come facevo prima di imparare. E il corso di pensieri diventa un flusso continuo, che necessita di venire incolonnato, messo sotto controllo, e analizzato. E così quel pensiero diventa una possibile riflessione da non tenere più tutta per te, ma da condividere.
Ecco il tema della storia di oggi.
Bigio è un giovane appassionato di libri di fantascienza. E' appena entrato in questo meraviglioso mondo fatto di centinaia di migliaia di libri pubblicati in passato, è avido di conoscenza, ha un sacco di tempo davanti a se per leggere molto, e convinto che riuscirà a cavarsela bene, perché è sicuro che le cose in questo mondo sono state fatte per bene, e a lui non resterà che cogliere i frutti.
Ha solo un piccolissimo difetto, apparentemente trascurabile. Bè, sì, non crederete mica che l'appassionato perfetto esista? A Bigio non interessa leggere le introduzioni, o le presentazioni. nemmeno i credits originali, è convinto che un libro debba parlare per sè. Non ha la passione di catalogare, ma solo quella di avere e leggere tutto il possibile. Può tutto questo essere un problema? Come potrebbe mai esserlo?
Mettiamolo alla prova con quattro esempi.

1) Un giorno trova il volume dell'editrice Nord Stelle come Polvere di Isaac Asimov. E' felice, è contento, è raggiante, l'edizione è bella, rilegata e con una spettacolare copertina color oro. Poi un giorno trova un classico Urania che lo attira: Il tiranno dei mondi. Gli manca, quel titolo non lo conosce, e prende anche quello, continuando ad essere felice. Fino a quando non li legge...
Gli ricordamo qualcosa... ce ne mette un po' a capirlo, ma dopo una ventina di pagine ne ha la certezza. Sono uguali. Il titolo è differente, ma dentro contengono lo stesso romanzo. E un porco mondo! gli scappa.

2) Un giorno trova il libro Destinazione Stelle di Alfred Bester. E' bellissimo, lo adora, ne vuole ancora.
Fai attenzione allora, amico mio, questa volta ti anticipo: non prendere mai il libro di Bester intitolato La tigre della Notte, perché anche qui, è lo stessa storia.

3) Dopo tanti libri avventurosi e innovativi, scopri finalmente Philip K. Dick. Era ora, non credi? Bene, ormai hai imparato dai casi precedenti, non ti ingannerai più. Leggi L'uomo nell'altro castello, ti piace un sacco, ne sei entusiasta. Poi leggi Tempo fuori di testa, e ti piace ancora, poi Scorrete lacrime disse il poliziotto, e infine Un oscuro scrutare, e sei al settimo cielo. Poi trovi una vagonata di altri libri su una bancarella, e te ne appropri. Libri che ti mancavano, sei raggiante. Ma spero per te che in quel mucchio non ci siano la svastica sul sole,  L'uomo dei giochi a premio, Episodio temporale e Scrutare nel buio. O smadonnerai che ti sentiranno fino in Caledonia.

4) Un giorno leggi L'uomo che cadde sulla Terra, di Walter Tevis. Magari avevi visto il film con David Bowie, ma fa lo stesso, qui parliamo del libro. Bello, bellissimo, ne vuoi ancora, segnati il nome di quest'autore. E poi trovi un Oscar Mondadori, Futuro in trance, e lo prendi. E poi trovi anche un libro della Nord dello stesso autore, Solo il mimo canta al limitare del bosco. In un colpo solo ne hai trovati ben DUE dello stesso autore, e sei sicuro non ci siano errori, perché sono usciti entrambi nello stesso anno, il 1983 (hai imparato a guardare le date, bravo).
Ma non rimanerci male quando vedrai che è lo stesso libro...


La mania di dare titoli differenti agli stessi libri ha cause ed effetti profondamente differenti. Cause ed effetti che impari dall'esperienza, dalla lettura delle note, e di mille altre cose apparentemente insignificanti. Grazie alle quali, hai le spiegazioni a tutto questo:
1) Isaac Asimov scrive all'inizio degli anni '50 quello che diventerà il suo primo romanzo. Viene pubblicato a puntate su rivista, con il titolo Tyrann. Nel 1951 esce il volume, con il titolo definitivo di Stars Like Dust. In Italia vede la luce nel 1953 con il titolo de Il Tiranno dei mondi e viene pubblicato dall'editore Mondadori su Urania, quindi ristampato nel 1968. Come quasi tutti gli Urania del periodo viene ritoccato nel testo e ripulito per permettergli di stare nelle pagine del volumetto italiano. Ma nel 1972 esce finalmente l'edizione integrale, senza i tagli delle precedenti edizioni, grazie all'editrice Nord, che traduce fedelmente il titolo in Stelle come polvere.
Quando diversi anni dopo la Mondadori ristampa quel volume, deve prendere una decisione. Certo, il secondo titolo avrebbe ha rimpiazzato il primo a tutti gli effetti, ma questa è la riedizione ( ma questa volta in edizione integrale) di un libro già pubblicato tempo prima su Urania. Che fare quindi? Proporlo con il nuovo titolo, facendo capire che è la ristampa dello stesso libro Nord (a parte la traduzione traduzione differente) o mantenere il vecchio titolo facendo capire che è la ristampa aggiornata del vecchio Urania? Si sceglie di usare il vecchio titolo, indicando all'interno che ha avuto anche l'altro. Discutibile? Può darsi, ma succede.

2) Per Bester succede una cosa simile. Il titolo originale del libro nelle sua prima pubblicazione su rivista è The Stars my destination, ma la prima edizione nel regno Unito porta il titolo di Tiger, Tiger. E quindi la prima edizione Italiana porta il titolo di La Tigre della notte. Ma la prima ristampa integrale successiva avra un più tradizionale Destinazione Stelle, e con quel titolo, in quella edizione (Nord) verrà conosciuto e riscoperto. Però anche qui come per Asimov, nelle ristampe Mondadori il titolo torna quello vecchio. Ma niente paura, si tratta sempre dello stesso testo.


3) Per Dick... bè, qui è leggermente differente. Nel suo caso non si tratterà mai di libri riscritti in originale, ma di un pasticcio tutto italiano. I libri sono sempre gli stessi (con un paio di eccezioni che indicherò dopo), ma si tratta di nuove edizioni. Non è difficile capire i morivi. A parte alcune fortunate eccezioni, Dick rimarrà per un bel pezzo lontano da Urania, finendo per venire pubblicato tra la fine degli anni '60 e i primi '70 dalla editrice La Tribuna, nella sua collana Galassia. Ma in seguito verranno riproposti assieme ad altri inediti tra le edizioni Nord, Fanucci e infine anche Mondadori Urania (dalla seconda metà degli '80). Tutte collane dedicate agli appassionati di fantascienza.
Poi arrivano gli anno '90, Dick è esploso come autore di culto, c'è bisogno di venderlo al pubblico di massa. L'editore Fanucci sceglie di cambiare i titoli, di recuperare quelli originali. Decisione saggia o meno? Anche qui, dipende...
Time Out of Joint, romanzo del 1959, ha avuto diversi titoli Il tempo si è spezzato, L'uomo dei giochi a premio (Mondadori Urania, 1968), Tempo fuori luogo (Sellerio, 1996) e Tempo fuori di testa (Fanucci 2003). Ma il libro è lo stesso. Il celebre The Man in the High Castle è arrivato in Italia con il titolo La svastica sul sole, e con questo nome è stato scoperto e conosciuto dalla maggior parte dei suoi lettori,oltre che citato inc entinaia di libri e testi storiografici della FS. Ma nel 2001 Fanucci prova a reintitolarlo nel poco accattivante L'uomo nell'alto castello (anche se high castle non vorrebbe proprio dire alto castello...). Ma dopo una ristampa, nelle successive tornerà al titolo originale italiano, per la soddisfazione degli appassionati. Andrà meglio a Flow My tears, the Policeman Said, uscito per la prima volta (Editrice Nord) con il titolo Episodio Temporale, e ristampato solo molto tempo dopo, vedendosi attribuito in italiano la fedele traduzione di quello originale, e diventando così, da adesso in poi, Scorrete lacrime, disse il poliziotto.

Con Dick abbiamo però anche i casi speciali. The Unteleported Man è un libro del 1966, ed esce in Italia nel 1968 sulla collana Galassia, dell'editrice LaTribuna (che lo ristampa un paio di anni dopo) come Utopia andata e ritorno. E per più di 20 anni rimarranno le uniche edizioni disponibili. Ma dopo la morte di Dick (nel 1982), l'editore originale ripristina una grande parte mancante nella prima edizione, e lo ripropone, ma per capire che si tratta di un'edizione differente bisogna guardare l'anno della pubblicazione originale: 1983. In Italia solo nel 1994 uscirà in questa nuova edizione, ma mantenendo con lo stesso titolo, ma nei credit questo dettaglio viene detto. Per cui questo è un libro differente.

4) E nel caso di Tevis che accadde? Piccolo grande pasticcio editoriale. Il due libri uscirono davvero a poche settimane di distanza nel 1983, ma la colpa fù di una distrazione da parte dell'agente americano, che non si accorse di avere venduto i diritti di un libro a due editori dello stesso paese.

Oh, lo so, non è molto facile capirci qualcosa. Sono cose che o le sai o non le sai, non c'è scampo. E si imparano solo con l'esperienza, e gli errori. Questi sopra sono solo alcuni esempi, quelli più facili da ricordare, per il resto c'è poco da fare: leggete i credits, e anche le note, spesso viene tutto detto lì, e buon divertimento.

Ma adesso se vi capita di vedermi sfogliare un libro su una bancarella, almeno saprete che non è solo per capire se l'incipit sia accattivante.
O almeno, non sempre.

venerdì 3 maggio 2013

Lost in Transition

Te ne rendi conto solo alla domenica sera, quando mancano poche ore alla chiusura. Per due giorni hai girato tra gli stand, andando su e giù, incontrando gente, salutando amici, osservando i cosplayer ed evitando di urtarli, vagando solitario o stretto tra ali di folla, avanti e indietro, indietro e avanti, cercando quell'orientamento mancante.
Di solito quando sei ad una fiera di fumetti abbastanza grossa e che dura più giorni, il primo giorno cerchi sempre di ottenere un qualche tipo di orientamento. Cerchi quei punti di riferimento che ti permettano di poterti muovere con sicurezza nei giorni seguenti, sapendo bene quale direzione dovrai prendere quando vorrai arrivare dove desideri: un riferimento come può esserlo un ingresso, una scala automatica, lo stand Bonelli o quello Alastor, il bar o il palco dei cosplayer. Ragazzo, triangola questi punti e in qualsiasi fiera sarai sempre in grado di capire dove ti trovi
Ti ci sono voluti due giorni alla tua prima Luccacomics in città, ma l'anno dopo eri a posto, caro Jack, e non vagavi più nei vicoli senza fine, o ritrovandoti di fronte alle mura. E la tua prima volta al Comicon scopristi domenica che per tutto sabato avevi ignorato che c'era un'ala del castello di cui ignoravi l'esistenza. E da allora hai imparato che queste fiere te le devi girare tutte al completo, almeno una volta. E anche nelle edizioni precedenti di questa Cartoomics era stato così, se non fosse che negli ultimi anni la cambiavano di sede ogni benedetta volta, tra i vari capannoni della vecchia fiera, o prima che ne demolissero buona parte, e ogni venerdì o sabato dovevi ricominciare. E una volta c'era nel capannone al fianco la fiera della birra e cioccolato (Fiera della birra E fiera del cioccolato, non credo esista cioccolato alla birra), e un'altra il tempo libero o Idea Donna, quando non toccava alle auto e al tuning. E anche in questa occasione ti eri impegnato a fare quello che facevi ogni volta.
Sei a Rho, in un dei capannoni della grande Fiera. É la prima volta. Di Cartoomics a Rho, di te a Cartoomics a Rho, ed è la prima volta per tutti qui a Rho. Quando sei entrato, ieri, non la smettevi di fare foto alla struttura, non ti fermavi, eri avido di conservare quelle viste e portarle a casa. Guardando quelle strutture architettoniche così suggestive, quegli edifici uovo lungo il tragitto che sembravano UFO naufragati, e i soffitti del salone che sembravano gli Hangar dell'area 51 da dov'erano fuggiti quegli UFO.




E hai fatto come tuo solito, hai osservato, esplorato, memorizzato la posizione degli stand dove stazionano gli amici, i posti degli editori, quello degli espositori che avevano qualcosa che ti poteva interessare, ma questa volta era stato maledettamente difficile. Perché lo spazio non era solo lungo, ma lungo e largo, e gli stand dedicati alla vendita di fumetti erano pochi (accidenti) laddove crescevano quelli dei gadgets, mancavano troppi punti di riferimento, e non aiutava il fatto che le piantine con i numeretti e la posizione degli stand li dessero alla biglietteria, all'ingresso della fiera, ma se avevi il pass (e io lo ebbi) potevi evitare la fila, ma percorrevi mezzo chilometro per arrivare all'ingresso comics, dove scoprivi che la piantine le davano in biglietteria, mezzo chilometro prima. E non avevi voglia i tornare indietro, e pensavi " Tanto qualcuno abbandonerà una piantina in giro, prima o poi...". Ma infine arrivi alla domenica sera, nessuno ha abbandonato la sua piantina, ma ormai sei convinto che nulla ti potrà più sorprendere.

Orario di chiusura vicino, è ora di salutare gli amici, che poi è troppo tardi. Sono le 17 circa, non riesci a ritrovare Paolo Cossi per la vostra solita bicchierata, Miriam è già partita all'una per tornare a casa, ma finisci per rigirare intorno alla self area, davanti al tavolo dove sono sistemate Elettra e Teresa per disegni e commission. Chiacchieri per dieci minuti con Gianluca e col Beretta, poi ti viene in mente che non hai ancora salutato Salvadei e Melissa, allo stand dell'associazione AMYS, "amici di Martin Mystere".
Cammini, ti sposti nella folla, eviti le processioni di cosplayer, spingi senza pietà i ragazzi che si spostano con lo zainetto, usandolo come fosse il loro ariete di sfondamento. Una tecnica che hai imparato anni fa, e che funziona sempre: braccio avanti, teso e rigido, usato come fosse il tuo di ariete. Infine li trovi. Si chiacchiera per una decina di minuti, si mangia la focaccia portata in omaggio dal Busne, e quindi saluti. "Ora devo solo ripercorrere la sala e tornare nella selfarea," dici rivolto al Jinx, e indichi una zona lontana, oltre alle ali di folla e ai cosplayer feroci, mentre ti prepari ad affrontare la titanica impresa del percorso di ritorno verso il tuo obbiettivo. 
E poi crolla il mondo, così come pensavi di conoscerlo.
"Bé, sarà facile, è lì" ti dice il Salvadei/Jinx, indicando nella direzione opposta, proprio dietro le tue spalle.
Girati. Lo vedi lo stand della Alastor? Quello é il suo muro esterno, con le stampe giganti di Jim Lee, dove la gente si fa le foto davanti alle statue colorate di Batman e Superman (che non hai fotografato). Già, e lì di fronte ci sono i tavolini della selfarea. E Gianluca e il Beretta che stanno ancora parlando.
Quindici passi e non di più...

Lo so come ti sei sentito in quel momento, perché ero lí con te. Smarrito.
Lost. Irrimediabilmente perduto.

Sì. Straniato. Non avere imparato a orientarmi in quella fiera diventa un sassolino fastidioso. E sarà lo shock, sarà il momento topico, ma da qui in poi il racconto torna in prima persona. In quel momento non penso più alla folla, all'amico che continuavo a incrociare in ogni dove e lui ogni volta aveva una domanda da porre, non penso al collega che ieri mattina non la smetteva di parlare, o all'acustica del ristorante della cena Bonelli, non penso nemmeno al fatto increscioso che ho sbagliato la data quando ho comprato in anticipo il biglietto di ritorno del Frecciarossa, e quindi dovrò rifarlo ex nuovo. Penso sopratutto al fastidio di essermi perduto in fiera.
Eppure ne ho viste di altre cose. Per esempio la mostra di Diabolik ed Eva Kant, dove stazionava un gigantesco SUV e dove ho fotografato la Olivetti delle Giussani, visto che all'Audace non avevo fotografato quella di Nolitta. O la mostra dedicata all'erotismo, della cui esistenza me ne sono accorto solo domenica pomeriggio.
Dalla prima fiera milanese di Miriam, di cui usciva il Salvans, pubblicato dall'associazione Fame Comics di Pordenone, anche se il sabato mattina, proprio sopra la loro postazione, la lampadina del capannone s'era bruciata e non c'era molta luce. Ho dovuto venire a Milano per conoscere Eva Chan/Belinda da Pordenone, ho chiesto a Clive di presentarmi Paolo Cossi (che conosco da un bel pezzo), da cui si stava facendo fare una dedica sul libro, e lui lo ha fatto davvero. Ho testato le conoscenze bondiane di Chiaverotti (non le hai superate proprio tutte, Claudio, ma ti voglio sempre bene lo stesso...), mi sono chiesto per due giorni dove avessi sentito il nome "FatBottomedGirls", il fumetto  che veniva venduto nel banchetto selfarea vicino a quello di Elettra, per ricordarmi solo a casa che la ragazza seduta dietro doveva essere la Veci (testone smemorato) che conoscevo tramite Facebook.





Sono andato fino alla sezione games per vedere il lucernario "bondiano" sul soffitto di cui mi avevano parlato, per poi scoprire che ce ne era uno uguale proprio dalle parti della selfarea. Ho visto Mimmo fotografare tutte le cosplayer, e intendo proprio tutte, rivisto dopo un bel po' l'amico Massimo sempre impegnatissimo con i servizi fotografici dei cosplayer, ho incontrato amici del club di StarTrek che vedo a tutte le fiere, e anche quelli che non vedevo da tempo (Luca e Mery) ma ne ho perduti altri (visto Marina ma perso Marco), ho visto un gran bel Trono di Spade che però non ho fotografato (perché, perché??), e nonostante l'avviso della principessa Leia non sono riuscito a ritrovare Paola, così come constatato che la conferenza con più pubblico era quella dedicata ai doppiatori dei cartoni animati, ma forse solo perché dietro il tavolo c'era anche Marco Columbro.
Ho incontrato finalmente il Barzi, e immortalato in foto per provare che esiste davvero, che non è (come temevo) una voce meccanica che parla al telefono, come il computer da un miliardo di dollari di Harry Palmer, come suggerivano delle voci sussurranti provenienti dallo spazio esterno.
Ho scoperto l'effetto che fà quando la metro si ferma del tutto per un'ora, perché un matto si mette a camminare sui binari la domenica mattina, e quanto sia difficile trovare un posto per salire anche solo stivato come una sardina nei tre treni successivi. Visto un trenino meraviglia (ma solo in scala N, peccato), l'autopista meraviglia, il campo di battaglia dei Panzer meraviglia, e la piscina delle battaglie navali  (che non ho fotografato, ma almeno ho filmato) con la gigantesca riproduzione della Yamato al fianco, ma quella che va in mare non quella che vola nello spazio. Che il depliant che invitava a venire ad Albissola Comics non indicava la provincia, lasciandomi nel dubbio di dove diavolo fosse. Ho scoperto che un appassionato è capace di portarsi dietro da casa la stampa a colori da un metro e passa di un tuo disegno per farsela autografare. Che anche i poster di Iron Man possono avere dei terribili errori anatomici, o di Photoshop che dir si voglia. Che alla Bonelli c'erano dei nuovi pannelli espositivi davvero originali e tecnologici, che un amico editore può non essere mai al suo stand perché sempre in giro per impegni di lavoro ma di sicuro si scorderà sempre il proprio cellulare allo stand, appurato che in Messico esiste una innocua balena con gli Swarowski ma in Italia viene millantata come squalo, e che negli anni '70 esisteva un gioco da tavolo che non ho mai visto in giro, ma che in effetti non avevo mai nemmeno cercato, visto che all'epoca giocavo con i soldatini.
 






E in chiusura i disegni lasciati sulle parete degli stand, pensando a che fine faranno, una volta che tutto finirà smontato e i pannelli torneranno in qualche magazzino. 
E poi come al solito ho girato il mio filmato. Ma rispetto ad un anno fà, questa volta mi ero sincerato di avere le pile cariche e sono riuscito ad arrivare in fondo, e mi piace che alcune delle cose che non sono riuscito a fotografare, nel filmato ci stanno.


E poi la fiera è finita, come finiscono tutte le cose, buona parte delle avventure e una parte delle storie. E nell'attesa della prossima fiera di fumetti, con tutti a riprendere a fare quello che facevamo prima.
A fotografare gli edifici a forma di UFO.
A provare a orientarci nel mondo esterno.
A cercare dei punti di riferimento.

Sperando di non perdere mai la strada.

sabato 6 aprile 2013

Se non ci fosse Samuel Clemens

La tua vita non procede proprio come avevi desiderato? Eh, succede. Gli affari vanno male, va male tutto il resto, cosa ti rimane se non lamentarti? Certo, nel tuo caso hai anche una giustificazione per tutto questo: le cose ti vanno male per eredità. Già, la sfiga non si è accanita solo su di te, amico mio, ma ha origini molto più antiche: perché se solo il tuo bisavolo non fosse stato sfortunato, tu oggi saresti ricco.
Howard Hart ha queste convinzioni. Ed è cresciuto con la convinzione che se solo le cose in passato fossero andate in un modo leggermente differente, oggi lui sarebbe ricco. Perché sarebbe l'erede del grande Bret Harte, sicuramente il più grande scrittore americano dell'800.
Ma quello sconosciuto bisavolo in realtà è rimasto per tutta la vita uno scrittore ignorato, oscurato dal talento di un altro talento, che con la sua presenza eclissò tutti gli altri talenti. Un uomo solo.
Il maledetto Mark Twain.
Okay, le seghe mentali ce le facciamo tutti, e così le nostre convinzioni. Ma se hai la fortuna di avere un amico eccentrico che scopre una possibilità effettiva di viaggiare nel tempo senza troppa spesa, rinunceresti alla possibilità di... intervenire? E dare una mano al tuo avo?
In fondo non sarebbe difficile. Lui conosce a memoria la storia di Samuel Clemens, conosciuto ai più come Mark Twain, e si rende conto che se solo qualcosa non fosse andato come andò, l'odiato nemico non avrebbe avuto bisogno di mettersi a scrivere, perché sarebbe diventato ricco prima. E quindi via libera al trisnonno Bret, e alla ricchezza per i suoi eredi. E' sufficente procurarsi vestiti dell'epoca, soldi dell'epoca, anche un testo dattiloscritto di Huckleberry Finn (non si sa mai che possa essere utile), e l'avventura incomincia, nel grande nord della corsa all'oro.
Sì, come in ogni caso anche qui le cose non saranno mai come sembrano, e potrai anche scoprire che Mark Twain non è la persona che credi, o che il tuo avo sia un idiota totale, o anche che la donna della tua vita viva in quell'epoca. O accorgerti che le cose che ti andavano male nel tuo tempo qui sembrano andare decisamente meglio.
Ma non farci troppo affidamento, Howard.

Labirinto del passato, di Kirk Mitchell, uscì su Urania 1148, nel marzo del 1991. Cosa facevate voi in quell'anno? Di certo non navigavate su internet, e non forse avevate nemmeno un cellulare, quindi immaginate un ebook. Usciva il primo numero di Nathan Never, e la Ferrari veniva paragonata ad un camion da uno dei suoi piloti.
E io tra le altre cose seguivo regolarmente le uscite di Urania, e riuscivo anche a leggerli tutti, cosa che solo qualche anno dopo non mi sarà più possibile. E con questo libro mi divertii davvero tanto.
Quando un autore è totalmente sconosciuto, puoi avere sorprese positive o negative. Questo libro rientra nella prima categoria. In seguito scoprì che l'autore era specializzato in ucronie e storie di viaggi nel tempo, e poco altro, e questo bastò a farmi capire che difficilmente ci sarebbe stata una ristampa in futuro.
Unico appunto a quel numero di Urania, la bellissima copertina di Vicente Segrelles richiamava poco il contenuto del libro, invece meravigliosamente chiaro nella copertina dell'edizione americana.

Per cui, se un giorno capitate in qualche mercatino dell'usato, presso qualche bancarella che vende vecchi Urania, date un'occhiata.
E non vi preoccupate, non sarà la mia copia. Quella è al sicuro.

domenica 24 marzo 2013

Timida, molto AUDACE

Di avere delle strane attitudini sono ben cosciente, e so bene che dall'esterno possono essere viste in modi molto differenti. Oggi, per esempio, pubblico un post su un evento che é finito ormai da tempo. "Hai scelto il momento sbagliato, caro Jack?" mi suggerisce la mia metà razionale.
No, affatto, mi suggerisce la metà che gioca con le micro machine. Perché mai dovrei sentirmi in colpa anche per questo? Il suo scopo non è di fare informazione. Questo non è un blog di notizie fresche, da consultare in cerca di news, ma la raccolta di pensieri e opinioni di un logorroico disegnatore. Non si visita per sapere Cosa accadrà, quanto piuttosto per informarsi su Cosa è accaduto in questo angolo del mondo.
Ecco i punti del problema del povero Jack: quella che segue sarà una breve cronaca di un evento che si è svolto nel corso di tre mesi, che ha ormai terminato il suo percorso. Se lo avessi fatto un mese fa, avrebbe potuto servire a creare interesse, a invitare la gente a visitarlo, avrebbe avuto un'utilità di qualche tipo. Ma appunto, questa sarà solo a mia brevissima e personale cronaca dell'evento, e niente sensi di colpa (detti anche seghe mentali di un disegnatore).
L'attimo fuggente è quindi passato, e nel caso che leggendo questo post vi viene voglia di vederlo... sappiate che è finito. Terminato. Dopo tre mesi. Se l'avete visto siete stati fortunati, se non lo sapevate o lo sapevate ma non l'avete visto, lo siete di meno, se non lo sapevate, non l'avete visto, e comunque non vi avrebbe interessato vederlo, allora siete arrivati in questo blog dalla pagina sbagliata, qualsiasi dato mi diano le statistiche di blogspot.

"Vuoi deciderti a venire ai fatti, chiacchierone che non sei altro?" mi implora il lettore esasperato, che mi ha seguito fino a qui e ancora non ha capito quale sia il soggetto del post. Okay, partiamo subito.
L'Evento di cui parlo è stato la mostra L'Audace Bonelli che si è svolta a Trieste, dal 2 dicembre 2012 al 3 marzo 2013, presso i locali del Salone degli Incanti (ex-Pescheria).
Sentì parlare per la prima volta dell'Audace Bonelli qualche anno fa, al Comicon di Napoli. I motivi per cui mi trovavo là adesso non hanno molta importanza, così come il mistero del perché non abbia fotografie di quell'evento. La mostra era stata inaugurata nella sua prima edizione, in gran spolvero, ed era davvero un evento da ricordare. Dedicata alla storia della casa editrice di Sergio Bonelli, dalle origini a oggi, piena di cimeli e materiale interessante. Uno degli organizzatori, il buon Glauco, girava per quell'edizione del Comicon portandosi sottobraccio un grosso bloc notes. Raccontava che incrociava continuamente addetti ai lavori e conoscenti che gli segnalavano errori sul catalogo, nelle parti storiche o nei riferimenti a fatti ed eventi. Lui si segnava tutto, così quando avrebbero fatto una nuova edizione del catalogo, si sarebbe assicurato che tutto fosse stato corretto, e quell'edizione sarebbe davvero. stata perfetta. All'epoca dubitavi delle sue parole. Quando mai un catalogo di una mostra veniva ristampato? Ma aveva ragione lui, le ristampe arrivarono negli anni successivi, arrivando anche a venire abbinato ad un quotidiano nazionale. E con tutti gli svarioni della prima edizione corretti, qualsiasi fossero.
Di quel catalogo ebbi una copia omaggio, totalmente inaspettata. Non lo sapevo ancora, ma era stata pubblicata anche una pagina da una delle mie prime storie.

Così, quando in autunno mi arriva la telefonata di Glauco che preannunciava questa edizione a Trieste, so di cosa si tratta, e so che sarà fatta maledettamente bene, così come bene era stato fatto quel catalogo. Una parte sarebbe stata dedicata agli autori locali, e quindi mi si chiedeva di scegliere qualche pagina per l'esposizione, e spedirla in redazione, dove si sarebbero occupati dell'allestimento. Per chiudere il cerchio, tra le pagine mandate scelsi anche quella pagina finita sul catalogo.
Ai primi di dicembre avviene la grande inaugurazione. Partecipo e incontro molti colleghi che non vedevo da tempo: Franco DeVescovi, Mario Alberti, Alessandro Pastrovicchio, Romeo Toffanetti, oltre che gli ospiti venuti da lontano, come Luca Enoch, Mauro Marcheselli e Davide Bonelli.


Frutto della collaborazione tra Sergio Bonelli Editore, Comicon di Napoli, Cappella Underground Trieste, collaborazione, co-edizione, eccetera (per i dettagli trovate la presentazione del sindaco nel filmato che posto in basso). La mostra era davvero spettacolare. Certo, la location che ospitava l'evento era suggestiva di par suo: il Salone degli Incanti una volta era la vecchia pescheria del porto di Trieste, mi racconta l'amico Ferruccio, a due passi dal molo, da dove il pesce veniva scaricato e subito messo in vendita. Ma erano stati altri tempi, quando anche la Stazione Marittima poco lontana era una stazione vera, con relativa ferrovia, e la TV era ancora in bianco e nero.
Adesso, nell'epoca della grande distribuzione e del pesce surgelato, e delle rotaie scomparse nella notte dei tempi, era stato ristrutturato e ribattezzato come salone. 
Confesso che lo conoscevo già, e quando Glauco mi aveva annunciato la cosa, ero raggiante. E come mai, se non sono di Trieste? Un paio di anni prima l'avevo già visitato, quel salone.

A giugno del 2011 in quella location ebbe luogo un'edizione di mercatino dei fumetti. Sì, mi rendo conto che giugno era un mese impossibile per una fiera fumetti. Sopratutto se hai il mare a 10 minuti a piedi. Però fu molto divertente, e anche un po' paradisiaco essere in una fiera fumetti e contemporaneamente sotto un sole cocente. Perché avvicinandosi l'orario del tramonto, il sole attrraversava il salone, facendoti capire perché qualcuno avesse avuto l'idea di chamarlo Salone degli incanti.



I giochi di luce nel salone erano spettacolari, e non pensavi affatto a come dovesse essere quando in quel salone vendevano il pesce al posto dei fumetti. E probabilmente erano anche più attivi gli acquirenti del pesce negli anni precedenti, rispetto a quelli dei fumetti di quel giorno.


Tutto questo mi venne in mente durante quella telefonata con Glauco, e quindi mandai queste stesse foto in visione in redazione, poiché essendo da Milano, sapevano solo il nome del posto, e poco altro, e fu grazie a loro che ebbero le prime impressioni sulla sala. L'autunno arrivò rapido, e la mostra venne inaugurata una sera di dicembre.


In quanto "autori", a noi venne concesso l'ingresso prima dell'apertura. E fu uno spettacolo.
Ora ne parlo al presente, perché la msotra esiste tuttora come format, e apparirà ancora da qualche altra aprte. Se siete appassionati di arte... arte ce n'e eccome. Se l'aveve letto sul giornale e siete curiosi... ne vale la pena. Ma se siete lettori avidi di fumetti, è diverso. Avete i vostri ricordi, avete i fumetti che ricordate con piacere, perché magari era "Il primo fumetto di tal dei tali che avevi letto", oppure "Il primo di quella serie", o il "Mio primo speciale di Martin Mystère". O quel fumetto che non fu mai, almeno nel nostro altroquando.
E poi, in mezzo a tutto quanto, ci sei anche tu, che ti senti piccolino.




Hai i campanelli personali che tintinnano (qualsiasi suono facciano i campanelli), e ad ogni pannello hai un'emozione differente. E non solo nei fumetti. Anche solo vedere le vecchie macchine da scrivere di Gianluigi e Sergio Bonelli, e quando senti tra i commenti del pubblico chi sussurra "Doveva essere guasta, guarda, manca il tasto del numero 1" capisci che c'è davvero gente che non ha mai avuto una macchina da scrivere sottomano, e che siamo davvero nel 21esimo secolo. E poi ci sei tu, disegnatore distratto, che naturalmente ti ricordi solo a casa che non hai fatto la foto a quella macchina da scrivere.


Comunque, la mostra è/era tutto questo e altro. Ci saranno altre edizioni, in futuro, in qualche altroquando. Per cui aguzzate i sensi, e se arriva nel vostro quartiere, nella vostra città, o nella vostra zona d'Italia, fateci un pensierino. Ma se siete appassionati di fumetti fatene due di pensierini.

A corredo della mostra, quasi ogni weekend era organizzato un incontro col pubblico di un autore arrivato da fuori, in compagnia di un autore locale. L'amico Alessandro Olivo sul suo blog ha pubblicato delle brevi cronache per ogni incontro, davvero interessanti. A me è spettato concludere la lunga serie, con un incontro in compagnia di Paolo Bacilieri, moderati dal grande Dario Fontana. Qui in fondo aggiungo i due filmati girati per l'occasione. Quello del giorno dell'inaugurazione e quello del mio incontro.


Il secondo, appunto, è più breve. Ero raffreddato, parlavo e non avevo molto tempo per filmarmi mentre parlavo (o parlavo o filmavo). E infine il tutto si concludeva con disegni per il pubblico, e in seguito la cena finale in un locale di tipica cucina triestina, quando ti rendi conto che hai scelto la settimana sbagliata per infreddarti, e pensi alle cose che non puoi ordinare per questo motivo.  


Alla fine bisogna sempre citare la nota infelice. Quella che impedisce che tutto sia perfetto.
La nota infelice di questo evento fu la mia assoluta ignoranza sui vini della nostra zona, durante la cena degli organizzatori, la sera del giorno dell'inaugurazione. Gli ospiti venuti da fuori chiedevano dei nostri vini, e io dicevo "bho", mentre intorno a me amici e colleghi conoscevano tannini e sapori. "Io sono di Torino, in realtà" rispondevo. Peggio, perché poi chiedevano dei vini piemontesi...
Oh, sì, lo so che non è così grave, ma se la racconto sapete come ridono gli amici? Se vivi vicino al Collio , se sei originario piemontese, non puoi non conoscere i tannini.
E poi il ricordo della sessione disegni, ma questo non imbarazza, anzi. Quando alla fine della serata ragioni che sulla dozzina di disegni fatti su richiesta ci sono tre Myriam e due Jasmine, capisci che qualsiasi cosa tu faccia ancora da qui all'eternità, qualcosa di quello che hai fatto è già rimasto.
E in quel momento ti dimentichi anche di essere raffreddato, e dei tannini non ti importa davvero nulla.
Enjoy, folks.

PS: il titolo del pezzo è lo stesso di una canzone di Lucio Battisti e Pasquale Panella. Mi piaceva come titolo. E come mi insegnò uno sceneggiatore tanti anni fa, il titolo è l'ultima cosa che a volte inserisci nella tua storia, se non te ne sono venuti in mente altri prima.

domenica 24 febbraio 2013

Nove cavalieri dai tempi perduti

Il professor Medeot è stato il mio insegnante di Disegno da vero prima, ed Educazione Visiva dopo, in quattro dei miei cinque anni passati all'Istituto Statale d'Arte Max Fabiani di Gorizia, tra il 1978 e il 1983. Molto tempo dopo, quando era diventato vice preside e gli mancava qualche anno alla pensione, passai a trovarlo a scuola, iniziando una tradizione che si sarebbe conclusa solo dopo la pensione sua e di ogni altro insegnante che avevo avuto, privandomi definitivamente di ogni motivo valido per tornarci in seguito. Quel giorno vidi che su una parete del laboratorio teneva un pannello con 9 disegni. Me li indicò con orgoglio, chiedendomi se li riconoscevo. Eh sì, come non avrei potuto? Erano tutti disegni realizzati durante la mia frequentazione, da ragazzi e ragazze della mia classe. Vederli esposti così a vista fu un discreto colpo. Lui sostenenne che c'era anche un disegno mio, anche se io non ero riuscito a riconoscerlo. E mi spiegò che quel cartello era lì dall'anno successivo al nostro diploma.
"Ai miei studenti ho detto che li cambierò quando qualcuno di loro ne avrebbe ottenuto di migliori". E dopo 20 anni erano ancora lì, mai sostituiti. Quel giorno, mi venne il feroce sospetto che Ferocious Hacca avesse davvero vinto la sua battaglia.

A questo punto è ovvio che vi domandiate chi sia Ferocious Hacca, cosa c'entri con questa storia e come diavolo io l'abbia conosciuto.
A dire il vero sicuramente l'avete conosciuto tutti, almeno una volta nella vita. Ne ho la certezza. Perché Ferocious Hacca è ovunque. "Ma insomma, chi è?" insistete a chiedere.
E' facile: è un genio.
O meglio, ha la convinzione di esserlo. In cosa sia superiore alla massa, non è davvero importante. Pittura, disegno, musica, poesia, recitazione, corsa campestre, origami, potrebbe essere ognuna di queste, come anche nessuna. E questo risponde su come l'abbia conosciuto. Ne ho preso conoscenza piano piano, e me lo ritrovo davanti continuamente, ogni volta con un aspetto differente, dietro una faccia giovane o dietro occhi anziani, ma è sempre lui, che non riesce proprio a rimanere non visto nella folla.
Perché vedete, Ferocious è davvero convinto di essere superiore agli altri, di avere talento, ma non un talento normale, ma uno TANTO. Ma è anche convinto che non sia necessario dimostrarlo. A nessuno. Lui lo sa, e altro non serve.

Gli chiedete un ritratto? Un origami di elefante ricavato da un tovagliolo? Il monologo di Amleto? Sì, potrebbe fare tutto ciò, ma non ci prova nemmeno. Lui sa che ogni suo risultato sarebbe migliore di qualsiasi altra cosa fatta da chiunque. E' anche convinto che se ma provasse a darvi retta, a fare quello che gli chiedete, voi sareste sicuramente invisiosi, e non ammettereste mai la sua superiorità, gente meschina che non siete altro. Conosce quali potrebbero essere le vostre critiche:
"Questo origami di elefante sembra più un Dalek, quella sarebbe la proboscide?"
"E questo tu lo chiami un ritratto realistico? Sembra più un manga. Io non ho gli occhi a stelline."
"Guarda che quello non è Shakespeare, ma Jovanotti..."
Invidia, ingratitudine, non riconoscenza del suo genio, gran brutta cosa la cattiveria di chi lo circonda.
Per cui Ferocious Hacca NON vi mostra nulla del suo genio. Ma lui sa. E se siete fortunati, vi dispenserà anche buoni consigli, perché talvolta è generoso.

Voi fate un modellino in plastica? Lui vi darà consigli su come farlo meglio, senza sapere nemmeno che con la colla per polistirene non si può incollare il PVC. Cucini la pasta? Lui ci avrebbe messo il gluone mantecato e il ketchup anche se è un budino. Condisci l'insalata? lui saprebbe farlo meglio. Disegna una storia a fumetti? Non crede che serva il testo, e tutto ovvio di cosa voglia raccontare, anche se tu non capiresti mai che quei triangoli nel cerchio sono dei mercanti d'arte al museo del Louvre, con una lunga e dolorosa storia personale dietro le spalle.
L'insegnante gli chiede di disegnare? Non lo fa, preferisce osservare le evoluzioni dell'aria. E se prende un brutto voto, e l'insegnante che non lo capisce.
Ferocious Hacca ha vinto. Lo vedi guardandoti intorno. Tutti conosciamo qualcuno che è convinto che non serva dimostrare qualcosa. E se non gli credi, peggio per te.

Yes, io non penso in questo modo. Vedete, alle scuole medie avevo questa bizzarra convinzione di essere velocissimo in corsa. Quando correvo da solo e sentivo la forza del vento, mi sentivo il Re del mondo e nessuno era più veloce di me. E un giorno a scuola ci fecero fare i 100 metri piani nell'ora di ginnastica, sul campetto sportivo, e io arrivai terzultimo.
Avevo una convinzione, mi ero testato, e avevo visto che ero stato solo uno sborone. E quindi probabilmente non sarei mai stato nemmeno un perfetto uomo invisibile, e neppure il primo campione di Tennis ambidestro non mancino. Potevo dedicarmi ad altri obbiettivi. Non seguivo il metodo di Ferocious. Non si usava.

La mente corre, e facciamo un ulteriore salto di qualche anno, e arriviamo ad un altro evento collaterale, la Festa dell'Arte. Una manifestazione locale, in cui in una delle piazze minori della città, veniva concesso un pomeriggio agli studenti della scuola (la mia ex scuola) di esporre i loro lavori al grande pubblico, alla fine dell'anno scolastico. Quel giorno, di sabato, non c'era scuola, e nella piazza si sarebbe dovuta tenere una festa, con musica ed esposizioni.
Ci andai un anno, un passaggio distratto, e vidi dei gazebi colorati, e delle tele esposte (sezione pittura), molto tessuti dai disegni e colori spettacolari, (sezione arte del tessuto), statue e monili di legno e pietra (sezione scultura), modellini di edifici e particolari di mobilia in legno (sezione architettura), e diversi visitatori apparentemente interessati. Ma mi ripromisi di tornarci l'anno successivo, cosa che naturalmente scordai, dimenticandomi del giorno di fine scuola. E così per un po'.

Fino al giorno che ci tornai per un motivo preciso, e per un progetto legato al Punto Giovani locale, e nella primavera del 2005 mi ritrovai a disegnare con un amico nella piazza. Lo scopo era trovare degli artisti volontari per un progetto interessante, ma di cui parlerò un'altra volta ("Storia lunga e dolorosa è, giovane Skywalker", suggerisce il maestro Yoda), la Guida delle Gorizie.
C'erano ancora i gazebo, c'era ancora qualche lavoro esposto (giusto un paio), per il resto abbondava gente seduta e birra e musica, e qualche visitatore tranquillo.
La piazza era piena di studenti della scuola d'arte, ma volontari zero.

L'anno dopo me ne ricordai, e tornai a vedere, e fu subito chiaro che sarebbe stata l'ultima edizione. I gazebi non avevano niente esposto, i ragazzi sedevano e chiacchieravano, e fumavano, e qualcuno beveva birra, ascoltando il concerto di atroce musica rock, in cui sentivo solo il suono della batteria e poco altro, prova definitiva che l'amplificazione non era un'opinione. Di artistico non c'era rimasto nulla, a meno di non voler cercare un qualche schema creativo nella posizione delle lattine di birra vuote sul selciato.
Ferocious Hacca qui aveva ormai vinto. A nessuno interessava mostrare i propri risultati.
Immaginate un'olimpiade in cui nessuno parte per la finale dei cento metri: tutti sono convinti di essere i più veloci...

Eppure serve. Per evitare di credere di essere dei fulmini di centometristi, per capire quali sono i tuoi limiti, e se ci sono, dove lavorare per migliorarli. Per condividere i tuoi risultati con l'universo e tutto quanto, a capire quanto ti manca per raggiungere quel punto in cui eri convinto di essere già arrivato, o anche solo se hai qualche possibilità di arrivarci. Per avere un motivo vero per gasarti o essere sborone. E per spodestare quei nove, tra cavalieri e dame, che ti fissano da quel pannello sul muro della scuola, sfidandoti a fare di meglio.
Oppure hai paura di non essere quello che vorresti essere? Paura di non essere capace, di non essere in grado, di non sapere che fare? Paura di essere una persona come tutte le altre, senza particolari guizzi geniali? Paura che l'insegnante ti cazzi? E' poi così brutto? Devi sempre desiderare di eccellere? perché la società ti bombarda con le competizioni, con le sue gare e i suoi grandi fratelli? Perché la parte dello sconfitto ti terrorizza? E Ferocious Hacca ti fa sentire meglio.
Prova, dannazione. Fai un tentativo. Mostra quello che sai fare. E se vedrai che non lo sai fare come credevi, forse potrai scoprire che ci sono altre cose che saprai fare meglio.

Il quel pannello scolastico, il mio disegno (l'unico non firmato), credo sia il primo da sinistra della seconda fila, non ho molti ricordi al riguardo. Nella mia opinione, quello meno carino, più tradizionale.
Non ho idea se dopo la pensione del professor Medeot quel pannello sia ancora su quel muro, e se sia ancora valida la sua sfida. Ma se fosse così, e un giorno dovessi scoprire che uno di quei disegni è stato sostituito, avrò la prova che Ferocious è stato sconfitto, che c'è ancora speranza, e i cavalieri e le dame in grafite e matite colorate, infissi su quel pannello sono serviti al loro scopo.

Quel giorno brinderò.
Ma temo che Ferocious vorrà avere l'ultima parola e si farà vivo, giusto perché io non creda di essermi liberato davvero di lui; e temo vorrà suggerirmi un modo più comodo e intelligente di tenere il bicchiere per brindare. Perché sicuramente lui lo sà.

martedì 12 febbraio 2013

Le solite apparenze

Evento lontano numero 1:
Nel giorno di tale del mese di tal'altro di un anno che non ricordo, probabilmente nel 1994, mi ritrovai a Udine. L'evento era un incontro che si sarebbe svolto in una fumetteria, che in quel lontano momento non erano tante come oggi. Ero solo un appassionato di fumetti, uguale tra gli uguali, di quelli che girano le fiere ed i mercatini, pronti a farsi riempire il taccuino di disegni. Quel giorno Fumettolandia, la fumetteria dell'amico Bruno avrebbe avuto degli ospiti speciali, venuti apposta per l'occasione: Ade Capone, Emanuele Barison e Giulio DeVita, rispettivamente (all'epoca perlomeno) sceneggiatore capo, e due disegnatori del fumetto Lazarus Ledd, che all'epoca vantava il notevole record di essere il "bonellide" (cioè pubblicazione di altri editori ma nel formato classico Bonelli) di maggior diffusione e popolarità.
L'incontro andò bene, Ade venne  interrogato, interloquito e interrotto, subissato di domande dal pubblico  competente e attento, i disegnatori disegnarono, tutto come ci si immagina accada in questi eventi, rendendola una giornata piacevole da ricordare.
Io rientrai a casa con un disegno di Lazarus e l'autografo di Ade su qualche numero, e abbastanza gasato per l'evento.
Quella serie a fumetti continuò a uscire ancora a lungo, pur non raggiungendo mai vendite particolari, e chiuse solo a 21esimo secolo inoltrato, dopo oltre 100 numeri pubblicati.

Evento lontano numero 2:
Il luogo è sempre lo stesso, fumetteria di Bruno a Udine. L'anno è il successivo. Era un periodo positivo per il mercato dei fumetti. Nei negozi andavano forte gli albi Marvel americani originali, quelli Image e così via. In Italia l'edicola era in fermento, e solo poco tempo prima c'era stato il grande lancio pubblicitario del nuovo settimanale "L'Intrepido", rinnovato per l'occasione con anche (incredibile!) degli spot TV. L'evento aveva avuto il suo anno di gloria, per rientrare ben presto nella precaria instabilità dei fumetti cosiddetti "minori".
Ma una delle serie più popolari di quel settimanale stava uscendo adesso come nuova serie regolare mensile, per un altro editore. Questo nuovo incontro era con il suo autore Luca Enoch, che promuoveva la sua Sprayliz nell'originale (per l'epoca) formato "pocket" (detto anche tascabile, quello di Diabolik e dei neri anni '60/70). La folla era anche maggiore rispetto alla volta precedente, e anche questa volta l'ospite fu molto disponibile, e venne interrogato, interloquito, interrotto e intermezzato dal suo pubblico, competente e attento.
Io rientrai a casa con il mio albetto autografato e un disegno di una Sprayliz originale, soddisfatto.
Non altrettanta soddisfazione ebbe quella sfortunata serie, che chiuse entro il suo primo anno di vita, contribuendo a generare negli editori minori la convinzione che fosse TUTTA colpa del formato.

Evento lontano numero 3:
Il luogo è lo stesso, stesso il tipo di evento, ma gli anni passati sono di più. Siamo nel 2001, l'ospite questa volta sono io, passato ormai dall'altra parte della barricata, e tocca a me fare la promozione per la serie per cui lavoro, Jonathan Steele, uscita da poco con la Sergio Bonelli editore. Il tempo atmosferico non è favorevole, minaccia pioggia. E pioggia sarà, di quelle che ti fanno voglia di rimanere a casa a contarti le dita di una sola mano, ma solo nel pomeriggio, proprio nel momento dell'incontro.
 Io ero pronto ad essere cortese, a disegnare ed a venire interrogato, interloquito, interrotto, intermezzato e intervallato dal pubblico. Ero arrivato presto, avevo pranzato ospite in un ristorante i cui gestori erano appassionati di fumetti, e avevo lasciato in cambio un disegno sulla parete fatto con pennarelli e gessetti.
Quel pomeriggio però il pubblico non venne in massa. Se fosse rimasto a casa a contarsi le dita, anche di una sola mano (giusto per fare qualcosa) a causa della pioggia oppure avesse ignorato l'incontro così come ignorava quella serie a fumetti, non mi è dato sapere. Io disegnai per cinque persone, ma un disegno era per il titolare e uno per la sua ragazza, e a questo bisogna aggiungere che uno dei clienti era lì per il precedente Marvel evento, e pioveva e non aveva l'ombrello e allora era rimasto. Per cui un disegnino lo meritava anche lui, se avesse voluto, e infatti volle.
Rientrai a casa un po' deluso, ripetendomi (illuso) che sarebbe andata meglio la volta successiva.
Jonathan continuò ad uscire per molto tempo, chiudendo la sua prima serie molto tempo dopo, e dopo molti e molti numeri.


Tre eventi, stesso luogo, tempi differenti. Pubblico ottimista, entusiasta e indifferente, nell'ordine.
C'era qualcosa da imparare da quell'evento? Qualche tipo di insegnamento da poterci ricavare?
Sì, in effetti c'era.
Primo fatto: al momento in qui erano avvenuti quegli incontri, Jonathan Steele vendeva più delle altre due serie: più di Lazarus (pubblico ottimista) e più di quell'edizione di Sprayliz (pubblico entusiasta).
Secondo fatto: in seguito mi capitò di vedere in diverse fiere di fumetti, incontri col pubblico di autori di personaggi popolari e ben venduti con poca gente, e incontri con serie nuove che avrebbero chiuso di lì a poco con la sala piena di folla. Come si dice, due volte è un caso, ma tre è un complotto.
Insegnamento: la quantità di pubblico ad un'incontro non andava considerato come un evidente segnale del successo di una serie (pioggia permettendo). O almeno, non sempre.

Mai dare per scontato che tanto pubblico che partecipa ad un evento per un personaggio a fumetti voglia anche dire che quel fumetto venderà moltissimo. Le due cose non sono necessariamente collegate.
Apparentemente c'è una legge che regola il tutto, la regola che indica i comportamenti del lettore di fumetti medio. Sorry folks, ma una considerevole percentuale dei lettori che reggono per davvero le sorti di una serie non hanno le abitudini che il lettore di fumetti medio può considerare indispensabili in un lettore di fumetti medio.

Postulato della legge dell'apparenza:
Il vero lettore medio non esterna la propria passione; non parla di fumetti; non partecipa alle fiere di fumetti, o agli incontri con gli autori; non scrive alle redazioni per fare i complimenti a tizio ed a caio; non frequenta i forum di fumetto o le mailing list; non scrive sulle pagine facebook dei personaggi a fumetti; non partecipa ai sondaggi telematici sui fumetti. E forse non è mai entrato in vita sua in una fumetteria. 
Ma è quel lettore silenzioso a reggere veramente i destini di una pubblicazione. Il lettore che non fa proprio nulla, a parte leggere quel fumetto, e vivere il resto della propria vita, piena di altra gente e altri giorni.
Tutto il resto è apparenza.


Ecco. Ancora adesso ignoro se tutta quella folla a certi incontri non fosse (e sia anche oggi) composta sopratutto di parenti e amici dei disegnatori o dei redattori, o da ragazzi che cercavano (e cercano) solo un posto per sedersi.
Quando oggi ripenso ai discorsi degli appassionati entusiasti degli anni '90, ci vedo molte cose in comune con il popolo dei frequentatori dei forum di oggi, con gli esperti da fumetteria, e mi sembra che tutt'ora continui a mancare quel collegamento diretto. E penso che si rischia di continuare a cadere in quell'equivoco, nel pensare che tante discussioni nei forum vogliano dire tanto pubblico pagante, che tanta gente in fiera in fila per un disegno significhi tante vendite mensili.
Quando poi vieni a sapere i dati di vendita di quella serie che è finita un anno fa, o di quella che usciva tempo prima, e ricordi tutte le discussioni e le pagine e pagine nei forum, le interviste agli autori nei siti e sulle riviste, e ricordi la fila di appassionati che hai visto a Lucca, a Milano o a Mois Eisnes, e devi arrenderti all'evidenza che la legge dell'apparenza è sempre maledettamente valida. E scoprirlo non ti fa mai piacere.
Perché conosci parte della gente che lavora lì o lavora là, sai cosa provano in quel momento in cui arriva la telefonata che dice "Stiamo andando male, si chiude."
In questi momenti, ho la segreta speranza che di tutto questo se ne accorgano anche altri, che questa non sia solo una riflessione solitaria di un disegnatore che aggiorna il suo blog, che ha capito questo il giorno che ha fatto un solo disegno per pochi fortunati, nel pomeriggio successivo ad un marvel-evento. Forse - proprio forse - c'è bisogno di vedere le cose da questa prospettiva, perché forse se hai sempre i 20 appassionati che vogliono il disegnino, magari non ti viene minimamente in mente. "Altra gente, altri giorni," ricorda.

Ci speri, caro Jack, tu ci speri davvero, non è così? Che della cosa se ne accorgano anche altri?
Non ti viene in mente che forse hai torto marcio, che hai solo rancore perché quellavolta non hai avuto pubblico? Bè, tu continua a sperarci, non essere tu a dare per scontato che non accadrà mai.

E io cosa ho detto? Se succede Due volte è un caso, alla terza è un complotto, ma alla quarta proprio è una cospirazione!
Mai dare per scontato nulla. E intendo proprio nulla. E intendo proprio MAI.

A questo punto so cosa vi state chiedendo. Dopo tutto questo discorso, a voi in realtà interessa solo sapere di quel disegno che feci sulla parete del ristorante (conosco gli appassionati).
Se non l'hanno nel frattempo imbiancato, è possibile che sia ancora là.
Sempre che altra gente e altri giorni non l'abbiano sostituito.