mercoledì 26 gennaio 2011

Pennini rotti


L'origine di questo post prende spunto da un evento di qualche giorno fa. Un giorno come tanti, mentre sono impegnato a fare la spesa in un centro commerciale (anche i disegnatori hanno bisogni materiali), e finisco come al solito nel reparto giocattoli, quello vicino alle casse, per vedere se è arrivato qualcosa di accattivante. E qui vedo una cosa.

Da questa semplice azione si sviluppa nei giorni successivi, con un incredibile effetto domino, una riflessione che si evolve via via in qualcosa di inconcepibile in un primo momento. Mysteri creativi... Ma quale sia stato il gizmo che ha scatanato questa Chernobyl neurale lo dirò alla fine del post.

Sarà buona cosa iniziare quindi con un po' di retro-storia, così come in un'equazione matematica partiamo dai dati certi, e se comincio a parlare senza spiegare si perde il concetto.

Ecco dunque i nostri dati certi:

C'erano una volta le Bratz. Bambole che cambiarono il mondo dei giochi per bimbe per sempre.

Anche se non eri una ragazza, non avevi l'età e non avevi mai guardato le bambole prima di allora, non potevi non notarle. Non erano ragazze acqua e sapone, come sempre sono state le bambole. Erano ragazze sofisticate, ipertruccate, iperglamour, con accessori molto alla moda, ragazze molto "in", con gonne molto corte, abiti molto scollati e scarpe col tacco molto alto. "Appariscenti" era una buona definizione. E ottennero un successo... tosto, da non credere. Durante il periodo del loro boom (inizio anni 2000), riuscirono a incrinare il dominio della bambola Barbie, costringendo la casa di produzione di quest'ultima, la Mattel, a correre ai ripari. Fu evidente quando, dopo decenni di Barbie in ogni variante, improvvisamente nelle vetrine dei negozi di giocattoli e sui banchi dei supermercati vedevi esposte una nuova varietà di bambole marchiate Mattel. Era arrivata la nuova linea di bambole: le "My Scene".

Era evidente che era una manovra del colosso delle bambole per cercare di arginare la popolarità delle bambole avversarie. Le My Scene erano una versione di Barbie più glamour, più alla moda, più chic, più... più Bratz insomma. Al punto che la MGA (proprietaria del marchio Bratz) arrivò a citare la Mattel per plagio. Ma fu solo l'inizio delle ostilità.

Perchè quello fu l'inizio delle "Dolls Wars". Perchè? Come mai, per quale motivo?

Per capirlo bisogna capire chi inventò le Bratz. Le aveva disegnate e inventate tale Carter Bryant, all'epoca un oscuro dipendente Mattel, che lasciata l'azienza propose l'idea alla MGA Entertainment. Quando le inventò? bella domanda. Quando lavorava alla Mattel o quando ne era già fuori? E lavorando per loro, o schizzando dei disegni su carta nella pausa pranzo, così come avrebbe potuto segnarsi la spesa del giorno? E sopratutto, quali possibilità avrebbero potuto avere delle bambole con la testa grossa per una multinazionale che aveva già la Barbie come prodotto principale, che aveva messo KO avversari più potenti (chi si ricorda di Big Jim e della Famiglia Felice si alzi in piedi)?

L'unica possibilità, appunto, sarebbe stata in una casa concorrente. Ma a questo punto delle nostra battaglia legale fu la Mattel a fare causa alla MGA, sostenendo che quelle bambole erano state inventate da un loro dipendente, quando ancora lavorava presso di loro, facendo leva sulla "proprietà intellettuale". Dopo anni di battaglie legali e diverse sentenze, si riuscì a dimostrare che il primo disegno era stato fatto su carta che veniva fornita alla Mattel, che si trovava nei loro uffici, e quindi fosse di loro proprietà.

Che successe dopo? Le Bratz scomparvero da un giorno all'altro dai banchi dei negozi. Vennero brevemente riproposte col nuovo marchio tempo dopo, ma non durò molto.

La MGA accettò la sconfitta, e mise in cantiere delle nuove bambole, meno "ragazzacce" delle Bratz, le Moxie.

Fine della triste storia delle bambole gnocche. Ora abbiamo i nostri dati certi. Il nostro esempio di proprietà intellettuale.

"Giacomino, ma che c***o di senso ha raccontare questa stupida storia??" mi domanda certamente il lettore occasionale, ignorando che di solito parto sempre da lontano per arrivare (arditamente) dove nessuno è mai giunto prima. Ma da un disegnatore che ha James T. Kirk come eroe direi che questo è il minimo.

Perchè vedete, il signor Bratz era un dipendente Mattel. E immaginando per un momento che l'intero mondo funzioni come a casa nostra (LO SO che non è così, ma questo è solo un esempio, okkei? Sospendete la vostra incredulità per un momento e seguite il discorso principale, please), possiamo dedurre come il nostro uomo avesse uno stipendio, tredicesima, ferie pagate, previdenza sociale, e se tutto fosse andato senza scosse, avrebbe un giorno raggiunto l'età della pensione e si sarebbe trasferito in Florida.

Ma per avere tutto questo c'era una sola condizione a cui doveva aderire: in quanto dipendente, qualsiasi cosa facesse in quel periodo sarebbe rimasta di proprietà del suo datore di lavoro. Compresa qualsiasi idea avesse avuto. Perchè era da loro pagato per avere idee. Ma dove finisce la proprietà delle idee? Stava scritto da qualche parte che ogni cosa inventasse o pensasse fosse di proprietà del suo datore di lavoro. Certamente no... ma aveva usato carta d'azienda.

Altro esempio. Lavori come operaio in una fabbrica di automobili? Sei pagato per un'azione e non per l'opera dell'intelletto. Avviti gli specchietti retrovisore, solo tu. Non avrai diritto a vantarti di quanto sono fissati bene, quando Quattroruote lo segnalerà nella loro prova su strada, ma non dovrai nemmeno subire rimostranze se cadono. La colpa sarà dell'azienda. Niente colpe nè meriti, tu dovevi solo avvitare specchietti.

E qui arriviamo ai disegnatori, i protagonisti di questo post. Perchè è proprio per evitare questo problema che noi disegnatori siamo liberi professionisti.

"Si, questo lo so", dice il giovane esordiente.

No, forse non ti è davvero chiaro cosa voglia dire. Seguimi, mio giovane Padawan...

Caso numero 1:

Siamo negli allegri anni '60, ma potrebbero anche essere i nostri primi anni del 21esimo secolo. Un'editore ti assume. Diventi un suo dipendente. Ti paga uno stipendio mensile, ti paga le ferie, ti paga i contributi, ti da' la tredicesima, e in cambio devi solo lavorare per lui, disegnare quello che ti chiede di disegnare, e alla via così. Sia che tu quel giorno faccia 20 disegni, o ne faccia solo 1, sarai pagato la stessa cifra, uguale tutti i giorni, garantita. Cosa vuoi di più?

Bene, ma immaginiamo che quello che disegni sia un successone. Che venga ristampato. Che lo pubblichino in America. Che Spielberg e Tarantino si azzuffino per farci un film, che dopo realizza (magari a culo) Ridley Scott, e il film guadagna miliardi e rende un sacco di soldi ai detentori dei diritti, per cui (nell'ordine), a Scott, Spielberg, Tarantino, la casa di produzione, l'editore americano che ha ristampato, e l'editore italiano che l'ha pubblicato.

E l'autore?

Oh no. Lui no. Lui era un semplice dipendente. Non ha diritto d'autore. Però ha la pensione. Il suo datore di lavoro comincia a collezionare Lamborghini e passare i weekend a Bali, ma il nostro dipendente può prendere tranquillamente il sole a Marina Julia. E se un'oscuro universitario di Yale denuncia tutti affermando che quella storia l'aveva inventata lui, voi non vene dovete occupare, non è un vostro problema. o forse si, se il vostro superiore vuole scaricare la colpa a qualcuno...

Caso numero 2:

Il nostro disegnatore è un libero professionista. Il datore di lavoro gli commissiona una prestazione d'opera, pagandogli non la proprietà di quello che fa, ma il solo utilizzo.

Una storia esce. E' un successo e si ristampa: percepisci dei soldi. Viene publicata all'estero: ti arrivano soldi. Ci fanno un film? Soldi. Ti querelano per plagio? Cavoli tuoi. Ma sei tu l'autore, ti viene riconosciuto, e puoi levarti le soddisfazioni.

Okay, tutto molto bello, ma... ma se la storia NON è un successo e NON viene ristampata, e NON ci fanno un film, e NEMMENO una miniserie web? Se è solo uno dei tanti progetti mensili popolari italiani? Passi al successivo progetto mensile popolare italiano...

Carissimi colleghi, è per questo che noi siamo liberi professionisti, il massimo della mobilità, potremmo quasi dire che siamo gli antesignani della mobilità lavorativa (che kulo, eh?). Anni fa, nel momento in cui entrai nello staffa di disegnatore Bonelli, mi presentai all'ufficio del lavoro locale, per chiedere che venisse registrato che adesso un lavoro regolare e continuativo l'avevo. Macchè, il gentile e cortese impiegato preposto si mutò in pochi istanti in un mastino da wrestling. E qualche secondo dopo mi ritrovai con un simil Hulk Hogan che mi redarguiva perchè in quell'accordo non era indicato il rapporto continuativo (quindi NON ERA UN LAVORO!), ignorando le mia "tripla S" stampata sulla faccia (Sorriso, Spontaneo, Sincero), suggerendomi come io fossi solo un "tripla I" (Ingenuo, Illuso, Ignorante) e lasciando sottinteso come fossi pure un "tripla M" (Misera e Muta Merdaccia).

Non ho ricordi di come si concluse quella visita, ne' se quella sera mi ritrovai con del sangue sulle mani (e comunque non voglio saperlo, e se ne sapete qualcosa, io non vi conosco)

Quello che allora capì, ormai tanto tempo fa, fu che per quanto avessi continuato a fare questo lavoro, sarei sempre stato un precario libero professionista. Oltre ad augurarmi di non incontrare mai il vero Hulk Hogan, beninteso...

Da allora e saltuariamente, nei momenti in cui sei giù, i momenti in cui pensi al lavoro che fai, alla tua precarietà eccetera... in quei momenti pensi ai tuoi miti. Pensi a Milton Caniff, che disegnò Steve Canyon fino alla fine. A Wally Wood, morto su un tavolo da disegno. A Sparky, morto lo stesso giorno in cui l'ultima striscia di Peanuts apparve sui quotidiani. E a Magnus impegnato a Castel del Rio a disegnare l'ultima storia di Unknow...

E tu? Vuoi davvero che ti ritrovino tra 100 anni riversato sul tuo tavolo da lavoro, col contenitore dell'inchiostro rovesciato, stroncato nel fiore degli anni mentre eri intento a inchiostrare un'altro prodotto del fumetto popolare italiano? Tu, che ti eri dedicato ai disegni così intensamente da non accorgerti che intorno a te nascevano famiglie, i bimbi crescevano, gli amici andavano in ferie, gli I-phone mutavano la condizione dell'esistenza e i walkman perdevano la loro battaglia contro l'entropia? Be... magari no, se mi fosse possibile.

Diversi anni fa, ad un'edizione di Trevisocomics (forse1993) vidi Magnus ad un'incontro col pubblico. Con lui sul palco c'erano Moebius/Jean Giraud e un timidissimo Franco Matticchio (le "3M" del fumetto, avevano intitolato quell'incontro gli organizzatori). Al momento delle domande un amico si alzò e chiese incuriosito a Magnus se percepisse qualcosa dalle innumerevoli ristampe di suo materiale. Quell'omino minuto, con i baffoni e la voce tranquilla, rispose in tono altrettanto tranquillo (più o meno) "I ricavi vanno ai detentori dei diritti." Fu un primo segnale che forse quel mondo dorato dei fumettisti non era poi così dorato. Ma allora non ci pensai troppo, anche perchè ero solo un lettore. E anche perché camminavo ad un metro dal suolo per aver avuto un'autografo con dedica dal Maestro qualche ora prima, incontrandolo per caso mentre davo una rapida occhiata alla mostra mercato, prima di dirigermi alla Ca' dei Carraresi dove avrebbe dovuto svolgersi l'incontro col pubblico. E dove i miei amici si erano recati da subito. E dove rischiai di farmi odiare da loro per quell'autografo imprevisto.

E così, anni dopo, chi mi voleva bene mi consigliò di prendere le mie precauzioni. "Vuoi disegnare per sempre? Che farai quando non sarai più in grado di tenere la matita?" Devi arrangiarti, pensare alla tua personale, privatissima assicurazione previdenziale. Essere realista. drammaticamente realista. E in più potrai anche ricevere dallo stato il rimborso dell'equivalente della tua ritenuta d'acconto. Quindi arrangiarti, trovare l'occasione che fa per te, e sottoscrivere. Tutto da solo. E fino a che sei in tempo.

Così in questi giorni mi ritrovo a pensare - con queste premesse - a tutti gli eventi uditi e percepiti in questi ultimi mesi, usciti dal mio ambiente lavorativo. Di crisi, di voci lamentose, di problemi che ti aspettano dietro ogni angolo. Penso ai colleghi che cedono il lavoro e la proprietà della tavola, perchè "Nessuno gli ha detto che non si fa così"; o alle colleghe che si domandano quando sarà possibile per loro farsi una famiglia, avere figli e una eventuale previdenza pensionistica (anche se non rigorosamente in quest'ordine). E agli editori che pubblicano materiale ben sapendo che non dovranno mai ristamparlo, perché anche se solo arriveranno con la vendita al pareggio delle spese, saranno contenti e soddisfatti del traguardo, perché quella per loro sarà già una grande vittoria, e non aspirano ai grandi sistemi, alla pubblicazione all'estero, al cinema, al 3D.

Fine. E tutto questo mi è venuto in mente quando ho visto esposte al centro commerciale le Moxie, e in quel momento ho realizzato che le Bratz erano più carine. E che ne sento la mancanza...

Già, i meccanismi dei nostri pensieri percorrono vie inesplorate. Ma prima o poi li becco...


E si, il titolo del post non ci azzecca molto, ma provate a sostituire "pennini" alla parola "occhiali" della canzone qui sotto, e buon ascolto.





1 commento:

  1. coraggio! vedrai, una volta espatriato in Francia avrai il meritato successo!Qui in Italia l'editoria è praticamente morta se non trita e ritrita e per pochi eletti raccomandati.
    Io avrei una storia pronta per essere disegnata..perchè non provare? ;-D
    miriam

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